Set 112012
 

Festival della Letteratura di Mantova. Domenica pomeriggio coi fiocchi,  a goderti la pregevole iniziativa di “scrittori nella rete”, la diretta streaming che porta a casa tua i momenti salienti del Festival, uno di quegli eventi benedetti che solo a metterci piede ti ringiovanisci di dieci anni e ti torna la voglia di aver fede nella parola scritta, e nelle idee.
E allora te ne stai lì col computer,  comodissima sulla tua poltrona preferita, e all’improvviso ti arriva lo shock e ti trovi a meditare sul tempo che scorre, e sulla vecchiezza, e sulla crudeltà di un Italia che costringe i suoi anziani a “saltare e ballettare” come scimmiette grottesche nel circo. Un’Italia che non ha la forza e la pietà di mandare in pensione i suoi miti.

Lo vedi bene nello scenario politico, dove giovani candidati al limite dell’isteria sono costretti a farsi spazio a spintoni invocando la “rottamazione” come unica strada per raggiungere una visibilità e una competitività che altrove gli sarebbe garantita per diritto e per rispetto.
E’ triste osservarlo da fuori: la strada dignitosa per un Mito Anziano sarebbe quella di continuare a brillare dalla periferia, con nobiltà sommessa, lasciando la prima linea alle nuove leve. In ogni italico campo, invece, vegliardi pervicaci e imbizzarriti  imperversano sulla scena immemori dell’umiltà e del rispetto che stanno alla base di ogni rapporto umano.

E allora oggi me ne stavo a godermi in video da Mantova l’immensa Natalia Aspesi introdotta (e domata, a briglia fermissima) da un’ altrettanto grande Concita De Gregorio.
Aspesi sul palcoscenico ammaliava e risplendeva, adorata da un pubblico (quasi tutte donne, a giudicare  dalle inquadrature) accorso apposta per ascoltarla, ridere molto e applaudirla tanto. Lo spettacolo è stato godibilissimo e istruttivo, i temi  di grande respiro e di sicuro interesse : dall’innamoramento alla Marcegaglia, dalla politica al bondage.
C’era però qualcosa di stridente. Qualcosa che magari non potevi percepire, se eri lì presente fra il pubblico e coinvolta nella gioia dell’evento.  Ma qualcosa che, filtrato dal freddo della ripresa video, non poteva passare inosservato: Aspesi su quel palcoscenico parlava da sola, parlava a se stessa.  Il pubblico, la scenografia, l’intervistatrice, erano soltanto meri espedienti narrativi, totalmente ininfluenti rispetto all’agire della protagonista, una Aspesi che all’improvviso, su quel palco, è apparsa lontana, gigantesca e fuori tempo come un dinosauro.

La prima parte dello spettacolo, quella con la telecamera fissa sul palco, aveva funzionato benissimo, Poi però c’è stato il momento di “domanda e risposta”, e qui la telecamera ha indugiato un attimo di troppo sul volto della giovane donna che cercava di fare una domanda.
La ragazza ha avuto solo il tempo di menzionare Paolo Conti (giornalista assurto all’onore delle cronache per aver scritto a Repubblica una lettera in cui si afferma che l’età di 58 anni è troppo avanzata per innamorarsi ancora).
Che cosa avrebbe voluto domandare la giovane donna alla Signora Aspesi? Non lo sapremo mai, perchè la domanda non ha potuto neanche nascere, affogata da un’ accesso verbale della Aspesi che  senza attendere domande si è esibita in una pirotecnia di risposte assortite, condite con l’uso di certe parole proibite e birichine (“scopare”, ad esempio) che vengono usate in pubblico per sollecitare la risata da due categorie ben distinte: i bambini e i senili.
La telecamera si è fermata sul viso della ragazza, e la sua espressione è stata così autentica da spezzare il cuore: dapprima gli occhi sbarrati, quasi a non poter accettare quello che stava accadendo, poi un sorriso rassegnato e generoso, da gran signora, come a voler dire “vabbè,  forse ti sei dimenticata di essere al Festival della Letteratura e non in un salotto televisivo,  ma va bene così”.

Sono certa che Aspesi non se ne è  neanche accorta, di aver mancato di attenzione verso una giovane che sicuramente era arrivata fin lì per imparare, domandare, ricercare.

E’ un vero peccato, perché quando ti occupi di politica o di cultura o di cosa pubblica, il tuo imperativo categorico dovrebbe essere quello della condivisione. Un brillante soliloquio, per quanto perfettissimo non basta, perché non aiuta a far crescere, non apporta nutrimento.

In tutto questo a me viene in mente Crono, che divorava i suoi figli. Per non farli crescere, per non farsi da loro spazzare via. Per inchiodarsi disperatamente a un eterno presente immobile.  In Italia abbiamo tanti Miti. Si sente la mancanza di generosi Maestri.

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