Ott 062012
 

Con il suo patrimonio storico-artistico l’Italia avrebbe tutte le carte in regola per fare della cultura il punto di forza della sua economia. E invece nel Belpaese i monumenti si sgretolano sotto l’azione inarrestabile dell’incuria e del degrado, i musei chiudono per mancanza di fondi, mentre biblioteche e archivi storici sono ormai al collasso. Una crisi che colpisce duramente anche i lavoratori dello spettacolo, ormai in mobilitazione permanente. Il tutto nell’indifferenza generale della classe dirigente italiana.

Se per la cultura non si spende più. In Italia il settore culturale genera un valore pari al 2,6% del Pil. Nonostante questo, solo tra il 2008 e il 2011, il budget del Ministero per i Beni e le attività culturali ha subito un ridimensionamento del 35%. Lo Stato italiano investe infatti nel settore appena lo 0,19% del suo bilancio (e ulteriori tagli sono previsti nella spending review voluta dal governo Monti). Persino nel dopoguerra, con un Paese intero da ricostruire, le risorse destinate alla cultura ammontavano allo 0,8% della spesa pubblica, cioè il quadruplo di quanto si spende oggi.

Appiattiti sul turismo. Non solo. Secondo uno studio della Commissione europea – realizzato dalla Rete di esperti culturali europei (Eenc) – i Beni culturali sono percepiti come un settore “improduttivo”, da sottomettere per lo più alle logiche del turismo. Con scarsi investimenti nella progettazione, nella formazione e valorizzazione del capitale umano, oltre che in infrastrutture e servizi. L’Italia insomma non “produce” più cultura. E le città d’arte, adattandosi “in modo incondizionato” alle esigenze dei turisti, diventano sempre più “’parchi a tema senza vita culturale”, “impoverendo la vita sociale della città” e “mettendo in serio pericolo la tutela del proprio patrimonio”.

Miopia politica. “Con la cultura non si mangia”, disse tempo fa l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti per giustificare i continui tagli al settore. Come più volte sottolineato da Bruxelles, invece, investire in cultura produce un ritorno economico in termini di ricchezza e occupazione. Nonostante le politiche di austerità imposte dalle crisi, infatti, in Europa i tagli al settore sono stati limitati. La Francia, ad esempio, spende 7,5 miliardi di euro del proprio budget in attività culturali (destinando solo al cinema una somma di 750 milioni di euro). La Germania ne investe ben 12,5, contro i 5,6 dell’Italia. E le città che negli ultimi anni hanno puntato maggiormente sulle attività culturali (come Bilbao, Siviglia o Edimburgo) presentano tassi di crescita superiori alla media europea. In Italia, invece, gli unici (pochi) esempi positivi si trovano a livello locale: Torino, Emilia Romagna e Toscana hanno sviluppato ad esempio un modello incentrato sulla produzione culturale e sulla creatività “connettendo la cultura alle istanze della cittadinanza attiva e creando coesione sociale”.

Essere lungimiranti. Quello che manca in Italia, come avvertono da anni gli operatori del settore, è in realtà una politica culturale coerente e lungimirante. Una politica che, tra le altre cose, metta fine a un sistema in cui non sono mancati sprechi, privilegi e inefficienze. Soprattutto se non si vuole dissipare un patrimonio di valore inestimabile che rappresenta anche il più concreto fattore di ricchezza e competitività di cui il Paese dispone.

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