Parlar chiaro

 Posted by on 16 Ottobre 2012  Add comments
Ott 162012
 

È di ieri la notizia, riportata dalla BBC, dell’accordo tra il premier britannico David Cameron e il leader indipendentista scozzese Alex Salmond, che di fatto dà il via libera nell’autunno del 2014 al referendum nel quale la Scozia sarà chiamata a esprimere la sua volontà (o meno) d’indipendenza dal Regno Unito.

Facciamo un piccolo viaggio indietro nel tempo. Per quasi mille anni il Regno di Scozia è esistito come entità a sé, con una propria legislatura, quantunque abbia sempre mantenuto uno stretto legame con la vicina Inghilterra. Fino al 1707, anno in cui il Treaty of Union sancisce di fatto l’unione tra Inghilterra e Scozia nel Regno di Gran Bretagna (che diventerà Regno Unito circa un secolo dopo, con l’ingresso del Regno d’Irlanda prima e dell’Irlanda del Nord poi).

Benché il trattato politico tra i due paesi fosse stato all’epoca firmato di comune accordo, la questione indipendentista non è cosa nuova. Pur tuttavia, una buona spinta in avanti l’ha sicuramente ricevuta dalla più che trentennale disputa su chi debba avere il controllo del petrolio nel Mare del Nord, argomento diventato il cavallo di battaglia del partito di Salmond.

Non è difficile immaginare che la Scozia indipendentista guardi a est, nella fattispecie all’evoluzione della Norvegia, da paese poverissimo e palleggiato tra varie corone scandinave a simbolo di prosperità e società modello. Ma le vicende storiche che hanno forgiato il carattere degli scozzesi sono molto diverse. Pertanto, come giustamente rileva The Guardian, forse sarebbe anche il caso di prestare attenzione ai sondaggi, i quali al momento non danno per favorita l’indipendenza del paese.

Tuttavia, a prescindere dall’esito del referendum, una vittoria “super partes” è già stata ottenuta: quella di promuovere un referendum con un’unica domanda, semplice, comprensibile e diretta, non il classico sillogismo all’italiana dove il sì vuol dire no e viceversa.

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