Rutelli e la diffamazione

 Posted by on 16 Novembre 2012  Add comments
Nov 162012
 

Senatores boni viri senatus mala bestia“. Gli aforismi quando sono considerati attendibili sfidano i secoli e questo pare abbia buon corso anche oggi. Con qualche attenzione in più.
Infatti se sulla “mala bestia” nessuno ha niente da ridire sui “senatores boni viri” qualche dubbio potrebbe essere sollevato non foss’altro che per quella trentina tra inquisiti e condannati che continuano ad occupare uno scranno nella nobile istituzione. Che, su un totale di 315 eletti, è come dire il dieci per cento, più o meno. Malcontati.

Nel mazzo della trentina, a ben guardare pur senza essere pignoli, si trova anche tal Rutelli Francesco, da Roma, condannato per danno erariale dalla Corte dei Conti .

Lunga e travagliata carriera quella di Rutelli Francesco che, forse con qualche fatica (e ne va apprezzata la buona volontà), è passato da un partito all’altro fino a farsene uno tutto suo: l’Api. Formazione politica nata come costola del centro sinistra è passata al centro per poi, al momento, ritornare alla casella di partenza. La consistenza potenziale di quello che con una certa enfasi viene chiamato partito è di circa lo 0,2 per cento, che non è il prefisso di Milano anche se gli assomiglia, ma la percentuale dei suoi votanti. Potenziali, appunto. Che potrebbe andare pure peggio.

Questo andare e girovagare per li colli gli è abituale: nasce radicale cioè liberale-liberista-libertario come tuonava il suo mentore Pannella Giacinto in arte Marco. Di lì ai Verdi arcobaleno, passo breve, e quindi Alleanza democratica, con Mario Segni, poi candidato a sindaco di Roma con il Pds dunque Margherita infine (quasi) Pd e per finire (al momento, ché in futuro chi può dirlo?) l’Api. In tutto questo girare pochi punti fermi, alcuni dei quali, ripetuti all’ossessione: «Gli italiani vogliono libertà, democrazia e garantismo». Il tutto condito con l’aria del piacione o, come lo chiamavano al suo primo ingresso a Montecitorio, “Cicciobello”.

Quello che mai gli era stato visto fare era la parte del vendicatore. O meglio del vendicativo. Comunque ci si è applicato e gli è venuta bene. Il punto del contendere è il ddl diffamazione che prevede il carcere per i giornalisti. Rutelli Francesco ci si mette di buzzo buono e quindi già il 25 ottobre, tra il lusco e il brusco, chiede alla presidenza del Senato, retta da Vannino Chiti, firmatario del ddl fatto apposta per salvare Sallusti dalla galera, di poter votare in modalità segreta. Fine tessitore. Poi martedì 13 novembre il gran giorno: il voto, segreto. Finisce 131 a favore, 94 contrari e 20 astenuti. E 70 che non sono in aula. Come normale. Il fine tessitore si porta dietro oltre ai suoi 14 (pochini) anche i 22 della Lega (pure pochini) e ne raccatta per strada altri 95 (questi tantini), probabilmente un po’ a destra e un po’ a sinistra. Quanto può la sete di vendetta. Giustificata con un «occorre evitare che la “legge salva-Sallusti” diventi un via libera alla diffamazione facile». Per poi aggiungere «Quello votato è un emendamento ineccepibile». Prosit.

Certo la legge “salva-Sallusti” non deve dare la licenza alla diffamazione, ma da qui alla galera ce ne corre. Dunque la domanda è: perché il piacione Rutelli Francesco ha fatto tutto questo? Per vendicarsi, si mormora, di come i giornalisti l’hanno trattato per il caso Lusi. Quel signore che, a quanto si dice, ha sfilato alla Margherita un bel po’ di milioni, una paccata chioserebbe la Fornero, senza che nessuno, nel corso degli anni, se ne sia accorto. Rutelli in primis. Eh già, perché un presidente che non si accorga che il suo segretario amministrativo ruba dev’essere senz’altro molto ma molto distratto. E chi glielo fa notare non commette certo un peccato mortale. Anzi, va considerato come un benefattore dell’umanità. E merita un premio. E la libertà di stampa non è un premio. Vittoria di Pirro questa per il piacione perché pare che il Senato voglia correre ai ripari e risistemare la questione. Brutta storia. E non solo d’immagine.

Corre nella rete, a una settimana dalle elezioni americane, una battuta che recita: «La differenza tra gli Usa e l’Italia è che di Romney non sentiremo più parlare, mentre Rutelli ce lo dobbiamo ancora tenere». Forse va aggiornato con un “non è detto”.

Castruccio Castracani per Cronache Laiche

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