Dic 152012
 

Grandi speranze. Tutte disilluse. Potrebbe essere la storia d’Italia e di tutti coloro che si sono affacciati al mondo della politica; Berlusconi, Bossi, l’Unione (la Margherita, l’Ulivo, tutto il boschetto e il cuccuzzaro e il Pd), Di Pietro, Fini  (Casini non ha mai suscitato speranze di nessun tipo), fino arrivare a Monti. Invece stiamo parlando dell’ultimo adattamento di un romanzo di Dickens per il grande schermo.

Sulla difficoltà di trarre una sceneggiatura da un racconto letterario, c’è un bellissimo film targato Charlie Kaufman (vedere i primi articoli di questo spazio cinematografico), con Nicolas Cage e Meryl Streep protagonisti. Adaptation non a caso il titolo originale, Il ladro di orchidee per il mercato italiano. Ma i due libri in questione sono agli antipodi. Da una parte Il ladro di orchidee di Susan Orlean, un diario introspettivo, completamente anarrativo; dall’altra parte Grandi speranze, che nelle sue pagine si rivela addirittura troppo prolisso di accadimenti, quanto meno per lo sceneggiatore David Nicholls (al suo debutto cinematografico dopo alcune serie e film per la tv) e l’intera produzione, che, quanto meno, sullo script avrebbbe dovuto pretendere e imporre correttivi, o, ancora meglio, affidare un’opera così complessa ad uno sceneggiatore più esperto.

Se non si vuole passare per semplici amanuensi, bisogna essere pronti a sconvolgere un libro, persino quelli popolari, quando lo si traduce in sceneggiatura, anche perché altrimenti sarebbe un lavoro in cui chiunque potrebbe riuscire; la storia è già scritta, le battute pronte e non c’è nemmeno bisogno di sciroccarsi a trovare un finale (la lezione Cuore di tenebra è Apocalypse Now è sempre lì dietro l’angolo a strizzare l’occhio). All’occorenza la consecutio temporum deve essere alterata, le battute invertite o attribuite a terze persone e il finale può addirittura essere cambiato. Perché c’è un principio basilare nell’alienazione del cinema dal teatro o dalla radio: un personaggio al cinema non può raccontare; il suo racconto deve essere riproposto sullo schermo. Per un semplice motivo, annoia. Ed è questo che succede per le oltre due ore di Grandi speranze. Noia.

Diversi personaggi a turno raccontano il loro passato che ha portato allo sviluppo degli eventi del film, quando invece sarebbe stato più opportuno presentare direttamente le loro singole vicende, sconvolgendo per l’appunto la scaletta degli eventi, oppure semplicemente con un flashback sapientemente incastrato nel cuore della narrazione.

Niente di tutto questo purtroppo è avvenuto in Grandi speranze, rendendo il prodotto finale un qualcosa di inguardabile, poiché costantemente interrotto da lunghe digressioni della memoria. I cosidetti “spiegoni”, tendine d’Achille, spezzato, di qualsiasi sceneggiatura.

Presumibilmente la foga di tenere più brevi possibili questi spiegoni porta un ulteriore inconveniente: la backstory di Miss Havisham (Helena Bonham Carter), causa scatenante di tutti gli eventi, è velocemente spiegata, facendo cadere nell’oblio (del narratore e del pubblico) la figura del marito della donna. Marito che si ripresenta alla fine del film ponendo fine alla vita di Ralph Fiennes, ma facendo sorgere un’inevitabile domanda: “e questo chi cacchio è?” Domanda imbarazzante dopo 115 minuti.

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