gen 032013
 

Perdere le elezioni non è facile. Ci vuole tempo, impegno, determinazione, una certa dose di acribia e soprattutto saper scontentare i propri elettori. Non sono doti da tutti. Bersani e il gruppo dirigente tutto del Pd si stanno spendendo con una pertinacia degna di miglior causa in questo impegno. Il leader del Pd, è notizia di questi giorni, sta mettendo a punto l’elenco dei nomi da inserire nel listino degli “intoccabili” e, come non bastasse, certo per portarsi avanti, fa anche proposte di incarichi ministeriali a quelli che lui ritiene importanti e indispensabili personalità. Che poi, con ogni probabilità, sono ritenute tali solo da lui e qualche altro catapultato direttamente da Marte che non abbia vissuto nel bel Paese negli ultimi venti anni. E così comincia a piazzare il primo mattoncino della sconfitta.

L’uomo di Bettola, grande stratega, ha anticipato che vuole al ministero dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture Mauro Moretti, 59 anni, amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, mandato in scadenza nel 2014. Moretti è anche sindaco, per la seconda volta, di Mompeo, circa 600 abitanti, ridente paesino della Sabina dove possiede una seconda casa e che, guarda il caso, non ha stazione ferroviaria. La più vicina è a 24 chilometri ed è quella di Fara Sabina. Pierluigi Bersani si sta struggendo per averlo al suo fianco e lo pressa come mai nessuna massaia emiliana ha fatto con l’impasto di uova, acqua e farina che precede la sfoglia da cui nascono le tagliatelle. Per l’appunto emiliane.
Moretti, che è romagnolo di Rimini, avrà pure un debole per le tagliatelle ma, di più, ha una gran passione per le infrastrutture e per la velocità. Anzi a lui piacciono solo le infrastrutture che contengano la velocità. Che deve essere alta, altissima. E che poi abbiano come direttrice Milano-Roma, qualche volta Napoli, in andata e ritorno e, con le stesse modalità, la tratta che va da Torino-Venezia. Se invece la velocità è accelerata e i percorsi sono più brevi, tipo Saronno-Milano o Civitavecchia-Roma, allora le infrastrutture non gli piacciono più tanto. Anzi pare proprio che non gli piacciano affatto. E cerca di smantellarle. A lui i treni che viaggiano alla velocità delle lumachine e che si fermano ad ogni stazione per caricare quegli eccentrici che ogni giorno alle sei del mattino si accalcano sulla banchina per poi stare pigiati come sardine per un’ora o talvolta anche più, con l’insano desiderio di raggiungere la città dove si danno ai più sfrenati bagordi fino alle diciotto e quindi felici come pasque rifare il percorso al contrario non gli piacciono. Non gli piacciono proprio. Ha cercato di farseli divenire simpatici, dopo tutto è un ex iscritto alla Cgil ed è stato segretario nazionale nientepopodimenoche della Cgil-Trasporti. Ma non c’è stato niente da fare. Anzi su quelle linee non gli va proprio di investire. I treni sono pochi, spesso sporchi, con cattiva manutenzione, freddi d’inverno e torridi d’estate, talvolta in ritardo e capita, ogni tanto, che vengano soppressi all’ultimo minuto. Si chiamano treni pendolari. E pare non rendano profitto. Però questi treni trasportano molti elettori. Talvolta di centrosinistra. Saranno contenti di sapere che a quel signore che non li considera degni di avere un treno decente verrà affidato il ministero dello Sviluppo. Che poi, chissà sviluppo di che.

Ma questo non l’unico nome a cui Bersani abbia pensato: c’è anche Fabrizio Barca per un ministero non meglio precisato. Fabrizio, figlio di Luciano, ex senatore e membro della direzione del Pci e direttore dell’Unità nonché collaboratore di Berlinguer per oltre un decennio, è noto per essere stato il creatore della Nuova Politica Regionale. Ovvero la struttura che che comprende i meccanismi attraverso i quali lo Stato ha speso i soldi pubblici a favore delle imprese private per lo sviluppo del Sud. Fu un fallimento come lui stesso ammise dicendo: «Ogni tentativo di manipolare l’economia e la società del Mezzogiorno con sussidi, gabbie salariali, imposte differenziali o esenzioni d’imposta è destinato ad attrarre le imprese e le teste peggiori, a richiamare investimenti e imprenditori “incassa e fuggi”». Che come epitafio di un disastro non è male. Specie se detto dall’inventore. Attualmente è ministro senza portafoglio alla Coesione territoriale nell’attuale governo Monti. Della sua azione di governo non si hanno grandi notizie. E questo, visto i precedenti è senz’altro un bene.

Poiché non c’è due senza tre ecco il nuovo ministro degli Esteri: Massimo D’Alema. Ma come? Non aveva detto che non si sarebbe ricandidato? E in effetti non si ricandida ma partecipa comunque alla vita politica del Paese, come ministro. Stesso «diciamo» e stessi movimenti della testa e stessa arroganza e stesso tutto. Insomma lo stesso D’Alema di sempre. Alzi la mano chi pensava di essersene veramente liberato. Bagatella: lo stipendio grosso modo sarà lo stesso.

E dopo il tre, il quattro vien da sé. Se c’è un ministro degli Esteri ci sarà pure anche quello dell’Interno. Chi ci si può mettere? Ma ovvio, lo speculare di D’Alema: Walter Veltroni. Pazzesco. Sembra di assistere ad una gag di Walter Matthau in “Appartamento al Plaza”, quando, per cambiare di ruolo entra ed esce dalla porta girevole dell’albergo. I due escono dal parlamento non presentandosi alle elezioni ma ci rientrano come ministri. Sperano. I miracoli della porta girevole. Sarà una bella delusione per quel commesso che dopo il discorso d’addio di Veltroni disse: «Oggi, onorevole, è una di quelle giornate in cui siamo contenti di lavorare alla Camera». Molto probabilmente con sottilissima ironia intendeva “finalmente fuori” anche se molti fresconi, destinatario incluso, hanno erroneamente inteso come segno di rammarico. Ritornano, ritornano. Oh se ritornano. Non a caso il mezzoconte D’Alema non ha recitato alcun discorso di commiato.

E dire che Pierluigi Bersani si è spesso vantato di essere uno che ha sempre portato cambiamenti in ogni situazione nella quale sia entrato. Forse aveva in mente il principe di Salina: «Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi». Chissà che ne pensano tutti quegli elettori che si aspettano un vero cambiamento. Saranno ancora elettori?

Complimenti Bersani, another brick in the wall. Della sconfitta.

(Cronache Laiche)

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