Gen 122013
 

Apriamo il 2013 con una doppia stroncatura su due film italiani che ricostruiscono due eventi storici del nostro paese, la strage di Piazza Fontana del 1969 e il crac Parmalat del 2003. Romanzo di una strage manca pressochè di coraggio; Il gioiellino è totalmente superficiale. In sostanza sembrano due film realizzati “tanto per fare un film sopra due eventi storici importanti” e per avvolgersi intorno all’alone della pellicola “impegnata”.

Nella ricostruzione della bomba nella banca nazionale dell’agricoltura l’unica cosa apprezzabile è l’abbozzo (perché solo di abbozzo si tratta) delle dinamiche dell’attentato: una o due bombe ? Per mano dello Stato ? Due teorie buttate là in un dialogo scarsamente evidenziato fra Calabresi e un tecnico della polizia. Ma un film di questo tipo non può permettersi di parlare solo ed esclusivamente alle persone che conoscono l’intera vicenda. Deve essere piuttosto una narrazione a più ampio respiro per “tirare dentro” tutti coloro che non conoscono la “benemerita mazza” della vicenda. Guardando il film con questa ignoranza storica, sembra di vedere semplicemente le vicende intorno ad una bomba e all’inutile indagine sull’attentato. Viene naturale chiedersi: chi è quello coi capelli bianchi (Moro) ? Chi sta minacciando alla fine del film e perché (Saragat) ? Chi è il principe Borghese e perché è importante nel racconto ? Feltrinelli chi, quello dei libri ? Fino al capitolo finale: chi ha ucciso Mastandrea (Calabresi) e perché ? Che immediatamente viene chiarito dalla scritta successiva che porta all’ultima domanda: e che cacchio è Lotta Continua e che cosa c’entra ?

Romanzo di una strage non parla del periodo attraversato dall’Italia in quel momento, non parla di Calabresi alla berlina (se non per una scritta su un muro), ma si limita semplicemente a dirci che il commissario non era presente al momento dell’omicidio Pinelli e che l’anarchico alla fine non era che una brava persona. Bella forza, cose che ormai già si sapevano da un pezzo, no ?

Osare un’ora in più di pellicola sarebbe stato essenziale per valorizzare maggiormente le diverse implicazioni e sfumature di un vasto intrigo senza affidarsi costantemente agli “spiegoni” fra Moro e l’ufficiale dei Carabinieri.

Il gioiellino dal canto suo è un film che non esiste. Parla dello scandalo Parmalat senza parlarne veramente. Le chiacchiere da bar riescono ad avere una maggiore consistenza. Perché è questo che manca: gli unici elementi ad avere consistenza sono Servillo e Felberbaum. Remo Girone raffigura un Tanzi che ogni tanto passa per gli uffici a ripetere “questa azienda è un gioiellino” “i soldi non ci sono” “i soldi li troviamo”. Non si parla dei soldi regalati a destra e a sinistra e alla carta stampata, dei rapporti col Vaticano, dello scandalo “Fresco Blu”, dell’agenzia viaggi utilizzata per ottenere favori politici e finanziari (che, secondo il film, casualmente era costantemente indebitata), ma soprattutto il piano criminale sul quale gira tutto il processo Parmalat viene rappresentato come un semplice taglia e incolla di un alunno delle scuole medie. L’ascesa e la caduta della società sembrano quasi dovuti alla Provvidenza.

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