gen 192013
 

Se è morta una persona cara e tu provi dolore, non sei normale ma hai un disturbo depressivo. Ora, che un lutto possa portare ad una depressione non è affatto raro, ma che l’insieme di sentimenti ed emozioni che si provano siano di per sé patologici è un buon affare per le aziende farmaceutiche, ma una sconfitta per l’intelligenza e l’umanità. Tuttavia questa ed altre terribili amenità sono racchiuse nel prossimo Dsm V, la versione aggiornata e corretta, anzi rivoluzionata, di quella sorta di testo sacro della psichiatria che è il Diagnostic and statistical manual of mental disorders di cui i media cominciano a parlare. Già il fatto che un manuale costruito sulla realtà sociale degli States possa valere universalmente risulta abbastanza stupefacente, ma non contraddittorio con quella “ideologia americana” che emerge sempre più chiara, man mano che le edizioni del Dsm aumentano di numero.

Il presupposto principale di questa ideologia, di chiara derivazione economico-politica, è infatti che il disturbo mentale prescinda dalle culture e dalle condizioni di vita, ma abbia un eziologia metabolica e fisiologica su base biochimica. Da sempre psichiatria e psicologia hanno avuto il problema di disegnare il concetto di normalità per poter circoscrivere quello di patologia risolvendolo grosso modo con la capacità di adattamento funzionale ed emotivo all’ambiente, però alla luce del postulato “biologico” il concetto stesso di ambiente perde la sua relatività e la sua storicità, diventa una sorta di assoluto che si accompagna al postulato di egoismo e razionalità, predicato dell’homo oeconomicus. La devianza diventa qualcosa di diverso: non si misura più sul rapporto più o meno problematico con “un” contesto, ma con l’unico contesto possibile rispetto al quale ogni minimo scostamento è già patologia.

Le analogie col concetto di pensiero unico sono evidenti e si materializzano nella nuova bibbia di prossima uscita in due modi: il primo considerando spie di una possibile malattia anche le differenze individuali del tutto “normali” che si discostino dal cammino di un ipnotico e ambiguo benessere che vi deve accompagnare anche nella più evidente alienazione della vostra vita. Se per esempio mangiate in abbondanza più di 12 volte in tre mesi allora dovreste andare dallo psichiatra perché potreste soffrire di un nuovo disturbo battezzato binge eating e se dopo la mezza età non avete una memoria di ferro, ecco che dovreste considerare la possibilità della demenza senile. Insomma, nel lodevole tentativo di scorgere i prodromi di una possibile patologia, la vostra personalità viene psichiatrizzata. Il secondo, analogo nella sostanza e altrettanto apparentemente meritorio, è di rendere più elastici i confini tra normalità e disturbo, un’ottima cosa se non teorizzasse la possibile patologizzazione delle differenze individuali. Naturalmente con un interesse evidente da parte delle aziende farmaceutiche, peraltro assolte in pieno separando la dipendenza da farmici dalle altre sindromi da dipendenza.

Questo però sarebbe il meno, perché gli psichiatri non sono così pazzi da non sapere come va il mondo. Il fatto è che una cosa sono le patologie gravi e invalidanti come la paranoia e la schizofrenia che certo hanno nei farmaci il trattamento di elezione, altro i disturbi lievi, altro ancora le caratteristiche personali tout court definite devianti perché non si adattano a un modello astratto costruito attraverso “narrazioni” spesso molto generiche che ci dicono come dovrebbe essere una persona. In questo senso si arriva al grottesco paradosso che si parla di disturbi di personalità, proprio negando il concetto stesso di personalità. Se poi tale modello viene definito ontologico poiché fondato esclusivamente su basi fisiologiche, è fin troppo chiaro che si dà per scontata l’invarianza della società, il porsi dei singoli verso di essa, ma anche il ruolo fondamentale che hanno anche i cosiddetti sentimenti negativi.

L’uomo “sano” del Dsm e ancor più di questa nuova edizione è insomma una sorta di prototipo dell’idiota contento, funzionale alla visione liberista e reazionaria nella quale le dinamiche sociali sono azzerate e nella quale se non riesci ad accettare la subalternità, lo sfruttamento e l’iniquità, basta prendere la pillola giusta. E solo quando hai il potere sei davvero “normale”.

Alberto Capece MinutoloArriva la psichiatria liberista

  2 Risposte a “Psichiatria liberista”

  1. credo che il concetto di normalità cambi a seconda del tempo e della cultura (per me la normalità è, in ogni tempo, ciò che statisticamente è più condiviso), come cambiano molti altri concetti che ci farebbe comodo ritenere immutabili.
    Gombrich, storico dell’arte, scrive: “Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e oggi comprano i colori e disegnano gli affissi pubblicitari per le stazioni della metropolitana, e nel corso dei secoli fecero parecchie altre cose. Non c’è alcun male a definire arte tutte codeste attività, purché si tenga presente che questa parola può significare cose assai diverse a seconda del tempo e del luogo ………”
    Mentre un libro di Élisabeth Badinter (“l’amore in più”) propone un’analisi dell’evoluzione storica e del mutamento nel corso del tempo del concetto di amore materno, uno degli stereotipi più radicati della nostra civiltà.
    Tutto, ma proprio tutto, è relativo!

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