feb 052013
 

Nella tornata elettorale del 24 e 25 febbraio andremo al voto con uno dei sistemi peggiori della storia della Repubblica: il famigeratoPorcellum, la legge voluta dal leghista Roberto Calderoli nel 2005 e sulla quale, nonostante critiche, stracciamento di vesti e richiami del presidente della Repubblica, nessuno finora ha voluto mettere mano per trasformarla in un sistema migliore. E’ evidente che un meccanismo elettorale che comprende liste bloccate, premio di maggioranza e soglie di sbarramento non possa garantire un governo democratico nella sua accezione più pura di rappresentanza di tutto l’elettorato. Eppure, dietro alle liti parlamentari che vanno avanti da anni su questo tema, si cela la precisa volontà di non cambiare il sistema. Indubbiamente ogni schieramento politico, fatti i suoi conti, continua a trovarci dei vantaggi. Che sono tali per i partiti e non certo per gli elettori, costretti a votare nomi scelti dagli apparati e in molti casi a rinunciare a una propria rappresentanza in parlamento viste le soglie di sbarramento del quattro per cento per la Camera e dell’otto per cento per il Senato (in quest’ultimo caso, per di più, su base regionale). Per non parlare del premio di maggioranza che dà allo schieramento più votato una rappresentatività in termini di deputati e senatori che non trova rispondenza nelle scelte dell’elettorato.

Ciò che si sa ma che non si dice è che, Porcellum o no, non esiste alcun sistema di voto davvero rappresentativo delle scelte degli elettori. A questo risultato, divenuto poi come vedremo un teorema, si era già avvicinato nel Settecento il Marchese di Condorcet, matematico, economista e filosofo girondino, che aveva scoperto una contraddizione dei sistemi di voto. La sua intuizione, nota comeParadosso di Condorcet, mostrò come in un sistema di consultazione in cui si selezionano i candidati per eliminazioni successive, il risultato dipende dall’ordine in cui vengono svolte le votazioni eliminatorie.
Supponiamo di avere tre candidati A, B e C che si scontrano a due a due in competizioni dirette, e supponiamo che B sia il preferito dalla maggior parte degli elettori. Ebbene, non è detto che B vinca la competizione, perché la sua vittoria dipende dall’ordine in cui sono effettuate le votazioni (A contro B, B contro C, C contro A). In effetti, è proprio ciò che successe nelle elezioni americane del 1976. Jimmy Carter vinse su Gerald Ford che aveva sconfitto per una manciata di voti Ronald Reagan nelle primarie repubblicane. I sondaggi, invece, davano Reagan vincente su Carter.
Una via di uscita a questa situazione paradossale, in cui può vincere un candidato che non sia quello realmente preferito dai votanti, c’è, e la troviamo nella Teoria dei giochi, un sistema formale che permette di descrivere le interazioni tra gli individui e i loro processi decisionali finalizzati al conseguimento di un risultato. Nella sostanza, in consultazioni elettorali a maggioranza gli elettori dovrebbero effettuare una scelta non secondo la loro reale preferenza, ma in base al confronto nel quale sono chiamati a votare. Dovrebbero, cioè, adottare una strategia elettorale. E’ ovvio che questa non sia una soluzione percorribile visto che la maggior parte della popolazione ignora sia il Paradosso di Condorcet sia la Teoria dei giochi.

E veniamo alle competizioni alle quali siamo abituati nelle consultazioni politiche, quelle in cui si presentano nella stessa tornata vari schieramenti e l’elettore ne può votare uno. Le cose, al contrario di ciò che si potrebbe pensare, non vanno certo meglio: il risultato cui era giunto Condorcet fu esteso nel secolo scorso dall’economista americano Kenneth Arrow, il quale dimostrò nel 1951 un teorema che gli valse il premio Nobel per l’Economia nel 1972. Arrow affermò che non esiste alcun sistema di voto che soddisfa i seguenti requisiti:

  1. ogni votante può esprimere liberamente la propria preferenza;
  2. il risultato della consultazione dipende unicamente dai voti espressi;
  3. vince il candidato che ottiene il maggior numero di voti;
  4. non esistono elettori privilegiati capaci di condizionare da soli l’esito della votazione (ossia niente dittatori).

Siccome ognuna di queste condizioni è irrinunciabile se si vuole definire un sistema elettorale democratico, possiamo dire che Arrow sancì l’impossibilità della democrazia rappresentativa.

Alla luce di queste considerazioni è più facile capire perché non esiste mai un consenso unanime sui vari sistemi elettorali: ogni schieramento politico difende o propone quello che gli garantisce maggiori opportunità di vittoria e il Porcellum, in questo senso, non fa eccezione. L’unico modo per avere un sistema elettorale il più rappresentativo possibile – e quindi maggiormente democratico – è tirare fuori la stesura della legge dalle aule parlamentari in cui prevalgono interessi di parte o di coalizione e affidarla a matematici ed economisti in grado di fornire per ogni sistema una stima precisa della rappresentatività dell’elettorato ben sapendo, come Arrow insegna, che non sarà mai totale. Selezionate le proposte piùdemocratiche, con tanto di valutazione di pro e contro, queste dovrebbero essere sottoposte al voto delle Camere.
Utopia pura in un paese come il nostro in cui tutte le scelte scientifiche sono affidate, tramite commissioni parlamentari, agli apparati di partito invece che agli esperti del settore.

Cecilia M. Calamani per Cronache Laiche

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