feb 092013
 

La doppia opra, 2009

Una delle accuse che maggiormente viene rivolta al cinema italiano evidenzia la decisione dei nostri produttori di abbandonare, a suo tempo, la via dei generi cinematografici, per seguire sempre e costantemente il cinema d’autore e gli autori, o comunque il cinema “impegnato” politicamente o socialmente, reflusso degenerativo di quello che fu il neorealismo, epoca che tanto diede al cinema italiano, ma che molto altro tolse negli anni a seguire (tant’è che ne paghiamo ancora le conseguenze). In Italia sostanzialmente non si fanno e non si sanno fare film di genere. Ecco perché La doppia ora del 2009 non solo risulta un ottimo thriller, con uno sconvolgimento narrativo tipico del primo Shyamalan, ma anche un coraggioso esperimento da parte degli sceneggiatori e dei produttori (l’Indigo Film, quelli di Sorrentino per intenderci); non a caso la regia venne affidata ad un regista “emergente”, Giuseppe Capotondi, una lunga esperienza in videoclip (fra Zucchero, Negrita, Skunk Anansie, Keane, Natalie Imbruglia), ma uno zero nella colonna riservata al grande schermo, numero mai più aggiornato dopo il primo film, nonostante le numerose nomination a vari festival (fra cui Venezia, David di Donatello e Nastri d’argento).

L’idea è di un giovane sceneggiatore ravennate, Alessandro Fabbri, un film all’attivo con scarsissima distribuzione, affiancato da due scrittori altrettanto emergenti, Ludovica Rampolli (collaboratrice per il copione di un altro ottimo film italiano di genere, La ragazza del lago) e Stefano Sardo: Guido, ex poliziotto autoesiliatosi in una villa come custode,  e Sonia, ragazza slovena, si incontrano ad uno speed-date; nonostante il carattere un po’ difficile dell’uomo, iniziano una relazione che si interrompe in una violenta rapina.

Purtroppo, molto altro su questo film non è possibile scrivere; ogni dettaglio aggiuntivo rovinerebbe la visione. E’ lecito solamente aggiungere che la rivoluzione “alla Shyamalan” viene qui inserita a metà del racconto e non alla fine come per il regista e sceneggiatore indiano, preferendo dedicare maggiore attenzione agli eventi successivi la scoperta della realtà.

Protagonisti del racconto sono Filippo Timi e Ksenia Rappoport, vincitrice della coppa Volpi al festival di Venezia come migliore attrice proprio per l’interpretazione di Sonia (premio della critica per Filippo Timi), a testimonianza di come il film italiano di genere sia apprezzato da quelli seduti sulle  poltrone, purchè fatto bene. La fattura di questo prodotto d’altra parte si misura anche con l’attenzione ricevuta dall’altra parte dell’oceano. A due anni dall’uscita vennero confermate le indiscrezioni che accompagnarono la pellicola fin dalla sua uscita: Hollywood era interessata ad un remake, un progetto di cui però a tutt’oggi si conosce unicamente il nome del regista, Joshua Marston, Maria Full of Grace e tante serie tv in curriculum, e si ipotizza la protagonista: Michelle Williams, capace di andare lontano anni luce dal suo personaggio di Dawson’s Creek (e ai maligni piace supporre, forse a ragione, che molto possa essere dovuto alla morte di Heath Ledger, di cui era compagna).

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