Mar 212013
 

Alle Nazioni Unite, ancora una volta paesi islamici e Vaticano uniti contro i diritti delle donne. Non è la prima volta che si forma questa ’santa’ alleanza per rendere di fatto inefficaci risoluzioni o documenti delle Nazioni Unite volti a tutelare la libertà e l’autonomia delle donne.

Tra il 4 e il 15 marzo si è tenuta nella sede dell’Onu a New York la cinquantasettesima sessione della Commission on the Status of Women, che aveva come tema l’eliminazione e la prevenzione di ogni forma di violenza contro le donne e le ragazze. La commissione Onu stava lavorando a un documento, che tuttavia è stato contestato in diversi punti proprio dai paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) e dalla Santa Sede, entrambi osservatori permanenti alle Nazioni Unite. Fortunatamente l’opposizione da parte di Vaticano, Honduras, Russia, Iran, Egitto, Arabia Saudita, Qatar, Libia, Nigeria e Sudan non ha bloccato l’adozione delle Agreed Conclusions.

Convergevano negli obiettivi, per negare alle donne tutele sulle conseguenze di stupro o violenza

In particolare, denunciano gli attivisti per i diritti umani, la cordata vaticana voleva togliere i riferimenti alla contraccezione, all’interruzione volontaria di gravidanza e al trattamento e la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili quali diritti da garantire alla donne che subiscono violenza. Invece la cordata islamica puntava piuttosto a introdurre una clausola che permettesse agli stati di non implementare gli strumenti per garantire questi diritti alle donne nel caso in cui fossero in contrasto con la legge in vigore e con i “valori” religiosi o culturali. In pratica, le due impostazioni convergevano negli obiettivi, per negare alle donne tutele sulle conseguenze di stupro o violenza: la Chiesa cattolica invocava il ‘valore della vita’ per imporre un’agenda no-choice in sede internazionale, mentre i paesi islamici intendevano far valere una sorta di ‘obiezione di coscienza statale’ proteggendo la propria impostazione confessionalista che pone le donne in uno stato di minorità.

In Libia l’organismo riconosciuto che emette fatwa (Dar Al-Ifta) ha invitato le donne a protestare contro l’Onu, contestando che il documento in via di approvazione “avesse come obiettivo la distruzione della famiglia e la promozione della decadenza morale”. Anche in Egitto ci sono state manifestazioni islamiste durante la conferenza contro l’approvazione di certi punti nella dichiarazione Onu. I Fratelli Musulmani sono scesi in piazza sostenendo che End Violence against Women andasse contro la sharia. In un comunicato hanno sostenuto che il documento avesse un titolo “fuorviante” e che comprendesse “articoli che contraddicono i principi dell’islam” e che “puntano a distruggere la famiglia”. Di più, che fosse “l’ultimo passo per conseguire una invasione intellettuale e culturale” della società islamica. Il gruppo islamista, di cui fa parte il presidente in carica Muhamed Morsi, ha contestato diversi punti. Come gli articoli volti a garantire alle donne la libertà di scelta nel decidere il genere del partner, la contraccezione alle adolescenti ed eguali diritti per gli omosessuali nonché la protezione legale della prostituzione. Ma pure che venisse garantita uguaglianza alle donne nella vita matrimoniale, in materia di eredità (considerato che la legge islamica prospetta uno squilibrio tra le parti) e con la possibilità di denunciare il marito in caso di stupro.

fine prima parte

(fonte: Uaar)

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