Mar 222013
 

seconda parte

Sebbene non sia vincolante, si ritiene che il documento Onu possa avere qualche influenza sugli stati aderenti affinché prendano misure che vadano verso la garanzia dei diritti. Come fanno notare molti paesi che l’hanno sostenuto, gli attivisti per la difesa delle donne e le organizzazioni non governative, è comunque un traguardo importante. Di questo parere è ad esempio Shannon Kowalski, a capo dell’International Woman’s Health Coalition, che fa anche notare come si sarebbe potuto andare anche oltre menzionando anche lesbiche e transgender. Ma, aggiunge, “per la prima volta” i governi “si sono detti d’accordo ad assicurare che le donne stuprate possano avere servizi sanitari fondamentali, come la contraccezione d’emergenza e l’aborto sicuro”.

È noto il pressing in sede internazionale delle religioni organizzate da cui diverse volte abbiamo messo in guardia. Non solo per dare tutele privilegiate contro la “blasfemia” in modo da soffocare qualsiasi forma di critica laica e libertà di pensiero dei non credenti o per frenare il riconoscimento dei diritti degli omosessuali, entrambe categorie tuttora oggetto di legislazione repressiva in diversi paesi islamici. Ma in maniera molto più invasiva — e con conseguenze più nefaste e drammaticamente diffuse — proprio contro l’autodeterminazione della donna.

È ormai riconosciuto anche dalla comunità scientifica che negare la possibilità alle donne di usufruire della contraccezione o dell’aborto e di anche solo dei rudimenti del family planning incida pesantemente sulla mortalità femminile. Sempre Vaticano e comunità islamica si sono schierati lo scorso ottobre contro una risoluzione dello United Nation Human Rights Council, bollata con preoccupazione da Avvenire come “prima sostanziale apertura a questi livelli dell’idea dell’aborto come ‘diritto’ delle donne”. Ma già nel 2008 l’osservatore vaticano presso l’Onu, monsignor Celestino Migliore, attaccava come “barbarie moderna” la possibilità — caldeggiata dalle associazioni pro-choice e di tutela dei diritti e della salute delle donne — di riconoscere l’interruzione di gravidanza in sede internazionale.

“Asse del male contro le donne” composto da Vaticano e paesi islamici

Le organizzazioni femminili hanno sempre denunciato la tendenza delle confessioni religiose a fare lobbying per imporre discriminazioni basate sui “valori tradizionali”, appellandosi all’Onu anche nell’aprile del 2012. Non a caso Rachel Harris, esponente della Ong Women Environment and Development Organization che assiste le donne nei paesi in via di sviluppo, abbia parlato esplicitamente nel giugno scorso di un trasversale “asse del male contro le donne” composto da Vaticano e paesi islamici, proprio per cassare un paragrafo del documento finale che parlava dei diritti riproduttivi proprio come mezzo per alleviare la pressione del genere umano sull’ambiente. Riteniamo che non sarà l’ultima volta che le religioni continueranno a frenare il riconoscimento dell’autonomia femminile a livello mondiale. Non rendendosi conto che ciò crea non solo macroscopiche violazioni dei diritti e della dignità, ma diventa un pesante ostacolo allo sviluppo dei paesi più svantaggiati e contribuisce con l’insistenza sul natalismo a tutti i costi a mettere in serio pericolo gli equilibri ambientali del pianeta. Visto che il nuovo papa Francesco, osannato dai media e dall’opinione pubblica, si è appellato ai potenti per la difesa del “creato” e dei “più deboli”, forse è il caso che anche lui stesso faccia qualcosa di davvero rivoluzionario e concreto su una questione come la contraccezione, che incide anche sull’ambiente oltre che sulla vita delle donne, in troppi paesi le “più deboli”. Perché è proprio lui, nonostante si atteggi a umile, uno dei potenti che hanno in mano i destini del mondo. In caso contrario, se passata la luna di miele mediatica e le parole tenere ci ritroveremo con la stessa dura opposizione clericale, sarebbe un male per tutti.

(fonte: Uaar)

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