apr 222013
 

Dinosaurs

Io sono cresciuta dentro a una falla spaziotemporale. Un luogo d’Italia talmente arretrato e negletto che anche negli anni ’80, quando il resto del mondo si faceva la permanente riccia e sculettava garrulo verso picchi di consapevolezza sessuale sulle note di Grease sognando John Travolta e Olivia Newton-John, da noi il mondo era ancora in biancoenero, e la scena sociale sembrava dipinta dal più cupo Pasolini, e il mondo era un combattimento di lupi affamati.

Non è che volevo stare a parlar di me, ma per spiegarmi era necessaria una premessa: io sono sempre stata tarda. Da bambina ero di quelle piene di entusiasmi e iniziative e di voglia di fare. Ma tarda a capire. Ricordo che adoravo i maschi.  Con loro c’era da sporcarsi, c’era da fare e da brigare, c’era da correre con la vita in gola. Forse come reazione a una educazione mummificata dei maschi amavo tutto e la sola cosa che volevo era essere parte del mucchio. Ma mi toccava stare un passo indietro, perché c’era una soglia oltre alla quale io non li capivo più. Dei maschi non capivo le improvvise sfuriate. Le collere cieche. Le guerre. Prove di forza scatenate da un niente. Per un minimo puntiglio amici per la pelle si saltavano alla gola a rotolarsi per terra, a darsele coi pugni. Poi si rialzavano, si cavavano la povere dai calzoni e ricominciavano a giocare come se niente fosse. Sanguinavano ma erano contenti, per loro l’importante era “fare finta che non”.

Ricordo che da più grandicella qualcuno cercò di spiegarmi che “si tratta di ormoni”: alcuni maschi sono eccessivamente e ciecamente aggressivi perché la natura lo vuole. Ancora non ho saputo darmi una risposta: sarà vero?
Mille anni dopo, da adulta, mi ritrovo impietrita davanti ai media ad assistere alla carneficina della politica italiana. Questa volta l’emergenza è l’elezione del Capo dello Stato, ma potrebbe essere qualsiasi altra cosa. Mi sembra di essere tornata piccola a osservare schieramenti di cui non capisco il senso. Da una parte, vedo i bambini ottusamente dominatori della mia infanzia. Li chiami Grillo o Berlusconi, ma sono uguali: corrono verso il muro, non possono accettare mediazioni, piuttosto muoiono e fanno morire tutto il branco insieme a loro. Dalla parte opposta ci vedo il bambino che per amor di sintesi chiamerò D’Alema, perché nella storia è così comune da assumere talmente tanti nomi che te lo puoi confondere per quanto sa appiattirsi sullo sfondo: il bimbo belloccio e talentuoso e pavido, l’ammaliatore che manda avanti gli altri a sputare il sangue e a prendersi le botte. Strizzati nel mezzo ci vedo i patetici bambini decrepiti, Rodotà in primis, seguito dal bimbo Prodi che adesso sta nell’angolino a battere i piedi bizzoso perché non gli è arrivato il giocattolo promesso. Attorno, i piccoli Bersani, così stolti da non riuscire neanche adesso a rendersi conto di non avere mai contato niente: il bambino grassottello e defilato cui non era parso vero che il belloccio di turno gli desse una pacca sulla spalla e gli dicesse “vai, e conquista in nome mio”.

Noi, italiani tutti, siamo stati complici e elettori di questa farsa, quindi non ci è dato il beneficio della lamentazione tardiva. Latente, aleggia su di noi la consapevolezza di aver eletto politici cui non importa assolutamente nulla del nostro benessere, perfettamente sacrificabile alle loro private pulsioni.

A me, dall’osservatorio patologico del mio paesello anni ’50 restano le domande cruciali: è dunque vero che la politica è solo la dimensione adulta del gioco infantile?  La politica va davvero declinata solo al maschile poiché essa è il terreno in cui l’importante è far scorrere l’adrenalina, e vivere l’esperienza del combattimento e della battaglia?

E sullo sfondo di tale scenario, dove si colloca la componente femminile dell’elettorato?

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