apr 152013
 

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Qual è la fonte di energia rinnovabile più importante per l’Unione europea? L’energia solare forse? (L’Europa ha i tre quarti dei pannelli fotovoltaici installati in tutto il mondo). O quella eolica? (La Germania negli ultimi dieci anni ha triplicato la sua capacità di ottenere energia dal vento). La risposta è nessuna delle due. La fonte rinnovabile di gran lunga più utilizzata in Europa è il legno.

Nelle sue varie forme, dalle stecche ai pellet alla segatura, il legno (o per usare un nome alla moda, la biomassa) copre metà del consumo di energia rinnovabile in Europa. In alcuni paesi, come la Polonia o la Finlandia, la quota sale oltre l’80 per cento. Dopo anni in cui i governi europei si vantavano della loro rivoluzione energetica ad alta tecnologia e a basse emissioni di carbonio, sembra che ad aver tratto il maggior beneficio sia stato il carburante preferito delle società preindustriali.
L’idea che il legno abbia un basso contenuto di carbonio può sembrare bizzarra. Ma la motivazione originaria per la quale è stato inserito nell’elenco delle fonti di energia rinnovabile redatto dall’Ue era buona. Se il legno utilizzato in una centrale elettrica proviene da foreste gestite in modo sostenibile, allora l’anidride carbonica che esce dal comignolo può essere compensata da quella trattenuta nei nuovi alberi che crescono. Il legno può essere neutro dal punto di vista delle emissioni di CO2. Che ciò accada davvero, però, è tutt’altra faccenda. Ma una volta che è stato definito una fonte rinnovabile, il suo utilizzo è aumentato a dismisura.

Per il settore energetico il legno presenta numerosi vantaggi: installare impianti eolici è costoso, ma le centrali elettriche possono essere adattate con poca spesa per bruciare una miscela formata al 90 per cento da carbone e al 10 per cento da legno (la cosidetta co-combustione). A differenza delle nuove centrali fotovoltaiche o eoliche, le centrali elettriche sono già collegate alla rete elettrica, e oltretutto l’energia prodotta dalla combustione del legno non è intermittente come quella ottenuta dal sole e dal vento: non richiede una risorsa combustibile di scorta per la notte o nei giorni in cui non tira vento. Dato che il legno può essere utilizzato in centrali elettriche alimentate a carbone che altrimenti in base ai nuovi parametri ambientali avrebbero dovuto essere chiuse, è molto gradito alle compagnie elettriche.

Ne consegue che si è rapidamente andato formando un consenso per appoggiare i sussidi pubblici alle biomasse. Si è così venuta a creare una sorta di alleanza tra i Verdi, che credevano che il legno fosse neutro dal punto di vista dell’anidride carbonica; le compagnie di servizio pubblico che hanno visto nella co-combustione un mezzo economico per salvare le loro centrali a carbone dalla chiusura, e i governi che nel legno hanno visto l’unica concreta possibilità di raggiungere i propri obbiettivi sull’energia rinnovabile. Entro il 2020 l’Ue intende ottenere il 20 per cento del proprio fabbisogno energetico da fonti rinnovabili, e se facesse affidamento unicamente sul sole e sul vento mancherebbe di parecchio questo obiettivo.
La strategia Europa 2020 sta dando vita a una nuova tipologia di business energetico. In passato l’elettricità ottenuta dalla combustione del legno era un’operazione di riciclaggio delle scorie su piccola scala. Nei pressi di ogni impianto per la lavorazione del legno e della carta in Scandinavia sorgeva una centrale elettrica alimentata a rami e segatura. In seguito è arrivata la co-combustione, un’innovazione marginale. Ma nel 2011 la Rwe, una grande impresa tedesca di servizio pubblico, ha convertito la sua centrale elettrica Tilbury B, nell’est dell’Inghilterra, per farla funzionare interamente con pellet di legno (la forma più comune di legno come combustibile industriale).

Secondo una società canadese, l’International Wood Markets Group, nel 2012 in Europa sono state consumate 13 milioni di tonnellate di pellet di legno. A questo ritmo, la richiesta europea aumenterà entro il 2020 tra i 25 e i 30 milioni di tonnellate. L’Europa non produce legname sufficiente per far fronte a questo fabbisogno, quindi una buona parte di esso deve essere importata. Nell’Ue le importazioni di pellet di legno nel solo 2010 sono cresciute del 10 per cento e il loro commercio globale complessivo (influenzato tanto dai consumi cinesi quanto da quelli europei) potrebbe quintuplicarsi o sestuplicarsi ogni anno, arrivando dalle 10-12 milioni di tonnellate alle 60 milioni di tonnellate nel 2020. A renderlo noto è l’European Pellet Council. Una ingente parte di tutto questo legname arriverà dal nuovo business delle esportazioni del legno che stanno fiorendo nel Canada Occidentale e nell’America del sud.
I prezzi del legname stanno arrivando alle stelle, dato che il legno non è una materia prima e non ha un prezzo unico. Ma l’indice riferito dall’ Argus Biomass Market contenente i prezzi dei pellet di legno sale dai 116 euro alla tonnellata dell’agosto 2010 ai 129 euro raggiunti alla fine del 2012.

Un secolo di carbone

Ma allora questo sistema può dirsi efficiente? No. Il legno produce anidride carbonica due volte, nella centrale elettrica e nella filiera di rifornimento. Il processo di produzione dei pellet dal legname comporta diverse operazioni – triturazione, trasformazione in una pasta, pressurizzazione – che richiedono energia ed emettono anidride carbonica. A ciò va poi aggiunto il trasporto: in tutto si parla di due tonnellate di CO2 per fornire 1 megawattora di elettricità. Tutto ciò diminuisce la quantità di anidride carbonica risparmiata passando al legno come fonte energetica, e di conseguenza aumenta il costo dei risparmi. Secondo Vetter, tenuto conto di un sussidio di 45 sterline per megawattora, risparmiare una tonnellata di CO2 per passare dal gas al legno costa 225 sterline. E questo assumendo che il resto del processo (nella centrale elettrica) sia a somma zero. Probabilmente non è così.

Nel corso degli ultimi anni, gli scienziati sono giunti alla conclusione che l’idea originaria – l’anidride carbonica in foreste ben curate compensa l’anidride carbonica emessa dalle centrali elettriche – di fatto era un’esagerazione. In realtà la neutralità del legno nei confronti dell’anidride carbonica dipende dal tipo di foresta che si utilizza, da quanto rapidamente vi crescono gli alberi, dall’impiego di frammenti di legno o di alberi interi e così via. Come ha detto nel 2011 un’altra istituzione dell’Ue, l’Agenzia europea per l’ambiente, la presupposizione “che la combustione delle biomasse fosse di per sé neutra dal punto di vista dell’emissione di anidride carbonica è errata, in quanto non tiene conto del fatto che utilizzare terreni per far crescere piante destinate a scopi energetici di solito comporta il fatto che quel terreno non produce piante destinate ad altri scopi, che includono carbonio sequestrato comunque”.

Tim Searchinger dell’Università di Princeton ha calcolato che se vengono usati alberi interi per produrre energia, come spesso accade, nel giro di 20 anni le emissioni di CO2 rispetto al carbone (il combustile più inquinante) aumenterebbero del 79 per cento e del 49 per cento in 40 anni. In pratica, non vi sarebbe alcuna riduzione delle emissioni di anidride carbonica fino a cento anni, quando gli alberi piantati in loro sostituzione sarebbero finalmente cresciuti. Ma, come sottolinea Tom Brookes dell’European Climate Foundation, “noi stiamo cercando di ridurre le emissioni oggi, non tra un secolo”.

In sintesi, l’Ue ha creato un sistema di sussidi che costa un mucchio di soldi, probabilmente non riduce le emissioni di anidride carbonica, non incentiva nuove tecnologie energetiche e soprattutto è destinato a crescere come una siepe di cipressi.

(“Bonfire of the subsidies” The Economist – trad. Anna Bissanti per PressEurope)

  2 Risposte a “La grande truffa delle biomasse”

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