Apr 102013
 

Miners strike 1984

La Lady di ferro, Margaret Thatcher, scomparsa l’8 aprile a 87 anni, è sicuramente passata alla storia  anche per la vittoriosa battaglia contro i minatori e i loro sindacati, impegnati nello sciopero più drammatico che la storia moderna britannica ricordi, quello con cui si opponevano alla chiusura delle miniere di carbone. Per questo la notizia della morte dell’ex premier è stata accolta con gioia dal sindacato dei minatori inglesi.

Lo scontro sul futuro dell’industria del carbone iniziò alla mezzanotte del 5 marzo del 1984: uno battaglia aspra e lacerante, con forti ripercussioni internazionali, che sarebbe durata fino al 1985, anno in cui si celebrò la resa incondizionata del sindacato. Da quella sconfitta iniziò l’era del liberismo sfrenato in Gran Bretagna, un modello che ha generato ricchezza e disparità sociale, mantenuto anche nell’era del New labour di Tony Blair, fino all’esplosione della crisi economica ancora in corso.

NEL 1984 LA RIDUZIONE DELLA PRODUZIONE. Tutto ebbe inizio nel marzo 1984, quando l’ente minerario nazionale, la National coal board (Ncb), annunciò un piano di chiusura dei pozzi che implicava la riduzione della produzione di 4 milioni di tonnellate e la perdita di 20 mila posti di lavoro. Il primo pozzo destinato alla chiusura era quello di Cortonwood (South Yorkshire) e i primi a scendere in sciopero, alla mezzanotte del 5 marzo, furono gli uomini di quella miniera, seguiti nei giorni successivi dopo dai colleghi di tutti gli altri pozzi carboniferi dello Yorkshire, della Scozia, del Galles, del Nottinghamshire.

LOTTE E VIOLENZE PER UN ANNO. Si apriva, in quel momento, un anno di lotte, violenze (10 persone morirono in circostanze legate allo sciopero e 20 mila persone rimasero ferite tra dimostranti e poliziotti), arresti, processi e picchetti, ma anche di straordinaria solidarietà da tutto il Regno Unito e anche dall’estero.

I MINATORI COME «NEMICO INTERNO». Thatcher, in tutto l’anno di scontro, non indietreggiò un millimetro di fronte alla potente National union of mineworkers guidata da Arthur Scargill: il 19 luglio 1984, in parlamento, pronunciò uno storico discorso in cui definiva i minatori sindacalizzati «il nemico interno» e affermava che mai la democrazia parlamentare si sarebbe piegata «al governo della folla».
La Lady di ferro, si è scoperto in documenti emersi nel 2010, riuscì anche a convincere l’allora numero due dell’Urss Mikhail Gorbaciov a bloccare circa 1 milione di dollari donati da minatori sovietici ai compagni britannici in lotta.

NESSUNO STOP AL PIANO DI CHIUSURE. La ‘guerra’ finì il 3 marzo 1985 con la sconfitta dei minatori e del loro principale sindacato, la Num di Scargill, che non riuscirono a fermare il piano di chiusure e che ripresero il lavoro in attesa del loro turno di essere definitivamente mandati a casa. L’opera thatcheriana – che aveva il fine esplicito di modernizzare l’assetto industriale ed energetico del paese e mettere fine all’egemonia dei sindacati minatori, che nel 1974 avevano fatto cadere il governo di Edward Heath – fu proseguita dal suo successore, John Major, che nel 1992 annunciò un altro giro di chiusure di pozzi e nel 1994 privatizzò definitivamente la società pubblica del carbone. Da allora il Regno Unito ha iniziato ad abbandonare rapidamente l’intera industria pesante e diminuito il suo utilizzo del carbone, che nel 1979, quando Margaret Thatcher andò al potere, era la fonte di energia principale del Paese. I minatori, che nel 1947, anno della nazionalizzazione dell’industria carbonifera, erano un milione, sono rimasti oggi in poche migliaia. Le miniere di carbone sono oggi meno di 10 e il carbone produce solo il 6% dell’energia nazionale.

(fonte:Lettera 43)

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