mag 072013
 

Monk meditation

Un essere umano è una parte del tutto che noi chiamiamo universo, una parte limitata nel tempo e nello spazio, che sperimenta pensieri e sensazioni come qualcosa di separato dal resto,una specie di illusione ottica della coscienza. (Albert Einstein)

Pregare “chi”? E “perché”, o “per ottenere che cosa”? Sono questi i limiti meramente antropologici che legano il supplice di qualsiasi matrice al potente o onnipotente supplicato. Alla spiritualità dell’India e dell’Oriente si deve il momento di profondità psichica e di fusione con tutta ed ogni realtà che attraverso l’esperienza meditativa porta all’introiezione delle istanze etiche in grado di governare, sublimare e de-egoicizzare il nostro comportamento. L’armonia inter-psichica al posto della sottomissione, la consapevolezza al posto del timore (timor dei).

La preghiera: prego chi mi è utile per ottenere qualcosa. Preghiera: «manifestazione fondamentale della vita religiosa consistente nel rivolgersi a Dio con la parola o con la mente, per chiedere, ringraziare o glorificare» (Zanichelli); «le parole, pronunciate o pensate, di cui è costituito il testo che si recita nel pregare, per rivolgere lodi alla divinità, o implorarne l’aiuto, il perdono, l’intercessione» (Treccani).
Pregare è un verbo transitivo: fa riferimento ad un’azione che si estende da un soggetto ad un altro. La preghiera ha un soggetto, il fedele; un oggetto, ad esempio la guarigione da una malattia o la redenzione del genere umano dal peccato, ed un destinatario, la o le divinità a cui ci si rivolge. In letteratura si trovano diverse evidenze empiriche a sostegno dell’efficacia della preghiera sul benessere fisico e psicologico del praticante. Partendo dal presupposto che tra gli scienziati c’è un certo consenso nell’attribuire circa il 50% (a seconda degli autori dal 30% all’80%) dei sintomi fisici senza chiara base organica ad un’origine psicosomatica, è facile intuire il potere che l’attitudine interiore esercita sul benessere dell’organismo.

Di fatto è stato dimostrato che i gruppi religiosi con un’intensa vita spirituale traggono beneficio dalla propria pratica in termini di minore incidenza di malattie cardiache, ipertensione arteriosa, disturbi psichiatrici e così via (fra gli altri Evans 2002, Helman 2004). Quando invece si prega per ottenere il benessere di altre persone i risultati non sono altrettanto incoraggianti: nel 2006 l’American Heart Journal ha pubblicato una ricerca condotta da Benson nella quale si confrontavano due gruppi di pazienti ospedalieri, uno dei quali era stato oggetto delle benevole preghiere di un gruppo di fedeli, l’altro, il gruppo “di controllo”, non riceveva alcuna preghiera. I risultati dello studio, come era facile aspettarsi, non hanno mostrato alcuna differenza nei due gruppi di pazienti (in un terzo gruppo, informato che qualcuno stava pregando per esso, a differenza dei pazienti dei primi due gruppi che ne erano all’oscuro, i risultati furono addirittura opposti: essi ebbero più complicazioni mediche rispetto agli altri due gruppi).

La meditazione: mi esploro nel profondo e mi immergo nell’universo. La meditazione buddhista, invece, in genere si discosta da questa impostazione sinallagmatica (do, o meglio oro, ut des) della preghiera: il buddhismo non fa riferimento ad un dio, inteso come essere distinto, onnisciente ed onnipotente. Per quanto il senso del divino sia presente (anche se in modo discontinuo nelle diverse tradizioni buddhiste) esso si avvicina maggiormente al deus sive natura di Spinoza. In questo senso nel buddhismo la pratica della meditazione non può essere accostata a quella della preghiera: non ci si rivolge ad un’entità sovrannaturale dotata di poteri negati agli umani, ma si cerca uno stato di coscienza che sia libero dagli usuali condizionamenti, distorsioni ed illusioni propri del nostro quotidiano modo di percepire ed elaborare.

Bhavana, grossolanamente traducibile con “sviluppo mentale”, è la sola parola che nelle lingue classiche del buddhismo si avvicina alla traduzione del concetto di meditazione. A quella che sembra una carenza di vocaboli per esprimere un concetto così importante nella cultura del Sudest asiatico, si contrappongono almeno ventuno diverse parole per “silenzio”: silenzio tra i pensieri, silenzio della mente concentrata, silenzio della consapevolezza ecc. Volendo quindi abbozzare una prima definizione del concetto di meditazione possiamo affermare che essa è innanzitutto silenzio, in tutte le sue ventuno sfumature. Silenzio esteriore, perché la meditazione cui facciamo qui riferimento non prevede il recitare testi sacri o mantra; silenzio interiore, in quanto la meditazione buddhista si discosta anche dall’accezione occidentale di meditazione, ovvero la meditazione su un determinato argomento (come ad esempio nelle Meditazioni di Ignazio di Loyola), ma è semplicemente uno stato di raccoglimento del praticante incentrato su tre elementi essenziali: la postura, il respiro e la consapevolezza (le “tre porte”).

Col vigore di un samurai, il maestro Zen Taisen Deshimaru ammonisce: «Zazen (rimanere seduti in meditazione) deve essere praticato con la stessa energia, con la stessa concentrazione, come se fosse in gioco la vita, altrimenti non porta a nulla, anche dopo un gran numero di anni. Se praticato in modo giusto, se la postura è corretta, il Satori (l’illuminazione) può essere raggiunto in un lampo». Dobbiamo quindi intendere la meditazione non come una pratica oziosa tesa al conseguimento di benefici immediati quali il rilassamento del corpo o il sollievo dallo stress, ma come un atto intenzionale di estremo coraggio, stabilità e vigore di un Io che, profondamente (ed esclusivamente) incarnato nella propria corporeità, volge il suo sguardo all’esperienza presente, privo di ogni giudizio in quanto privo dello stesso Io giudicante. Si sta “semplicemente seduti” senza scopo o spirito di profitto in quello che in giapponese si traduce mushotoku (???), un atteggiamento caratterizzato da uno stato della mente definito mushin no shin (????), letteralmente “mente senza mente”. In analogia con la riduzione fenomenologica teorizzata da Husserl, nella meditazione si ottiene la chiara visione degli atti primi dell’esperienza cosciente attraverso la “messa tra parentesi” di tutte le opinioni, i giudizi e i preconcetti che usualmente ci aiutano nell’ordinare e rappresentare il mondo che percepiamo. Detta sospensione del giudizio (epochè) è di per sé un obbiettivo impossibile da raggiungere mediante il solo studio teorico, rendendo quindi necessario un addestramento del proprio sentire che parta dalla pratica in prima persona.

La tecnica meditativa. La meditazione buddhista, in analogia con la fenomenologia, considera ogni atto cognitivo come un’esperienza intrinsecamente e indissolubilmente connessa al corpo. Necessariamente quindi la meditazione procede nel cammino verso la conoscenza attraverso una pratica principalmente corporea, più simile all’apprendere un’abilità motoria che allo studiare una filosofia. Tre sono i passaggi fondamentali della meditazione buddhista di presenza mentale, al contempo mete e tappe. Primo di essi è l’immobilità, intesa come l’atto corporeo corrispondente alla “messa in parentesi del giudizio” della fenomenologia: tramite l’assunzione di una postura stabile, corretta e immobile, si arresta gradualmente anche il proprio movimento interiore, il continuo avvicinarsi e allontanarsi idealmente da ciò che ci è gradito o sgradito.

Il passo successivo è quello del dirigere l’attenzione direttamente verso l’attenzione stessa. Ci si sposta dalle sensazioni fenomeniche e dagli altri oggetti mentali direttamente agli stessi atti cognitivi, dall’oggetto al soggetto. Possiamo dire con Merleau-Ponty che «dacché c’è coscienza, e perché ci sia coscienza, è necessario che ci sia un qualcosa di cui essa sia coscienza, un oggetto intenzionale». Nella meditazione questa direzione intenzionale della coscienza è da intendersi ruotata di centottanta gradi, ponendosi contemporaneamente come oggetto e soggetto della propria osservazione.
Il terzo passaggio è quello della realizzazione di uno stato ricettivo di apertura silenziosa sul mondo fenomenico, ovvero caratterizzato dall’intuizione diretta dei fenomeni (Anschauung, direbbe Husserl) non mediata da concettualizzazioni e pensiero discorsivo. Tale visone semplice, diretta e non-mediata, detta prajina, porta con sé caratteri di evidenza e indubitabilità preclusi alla conoscenza concettuale e a qualsiasi approccio esclusivamente teorico e disincarnato.

In conclusione. Pregare e meditare sono quindi due attività intrinsecamente diverse che partono da assunti filosofici a sé stanti e che, per quanto a volte condividano alcune tappe intermedie (come ad esempio il miglioramento generale delle condizioni di benessere dimostrato nella quasi totalità degli studi sulle rispettive tradizioni religiose e spirituali), hanno due mete distanti tra loro e raggiungibili con mezzi completamente diversi.

Alessandro Giannandrea, psicologo (per Cronache Laiche)

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