Giu 292013
 

teendramas

Poveri ragazzi di oggi, una generazione perduta senza un teen drama di riferimento, qualcosa verso cui puntare senza inutili saghe twilightiane, mocciane o tokyo-hoteliane. Perché, seppur pubblicamente chiunque diceva di detestare Beverly Hills 90210 ed eredi, segretamente vi teneva sintonizzato il televisore mentre studiava. In quanti persero la notte e le settimane seguenti a chiedersi come si era ammazzato Scott, il compagno di David alla radio, perché un blackout aveva fatto saltare la trasmissione della puntata proprio al momento della scena ?

Nella nostra maturazione adolescenziale, siamo stati altalenanti fra il ciellino Brandon e l’ammazzafighe Dylan; tutte hanno tentato di immedesimarsi a turno tra la vorreimanonposso Brenda e la woodenpussy Kelly.

Dopo essere cresciuti a pane e 007 e gazzella e Hepburn, con l’arrivo degli anni ’70, e il definitivo boom televisivo, le generazioni di adolescenti dell’epoca avevano bisogno di essere indottrinate verso un tipo di cultura  del bravo ragazzo, umile, che parla spesso coi genitori dei propri problemi e soprattutto di donne e sesso (ma quando mai?!).

Tutto partì quindi con l’Happy Days di Garry Marshall, il rossiccio e imbranato Richie e il chiodatissimo Fonzie. Gli opposti si attraggono, creano una grande famiglia e tutti si vogliono bene. Ma i temi trattati erano ancora abbastanza fumosi.

Il vero bombardamento arrivò qualche anno più tardi, mascherato da sitcom, attraverso le vicende delle famiglie Keaton e Seaver. Quando non esplodeva una “polemica” familiare, il conflitto virava sulla vasta gamma delle tematiche adolescenziali, fino all’abbandono dell’ovile.

Con la maturazione della serialità televisiva il mondo fu pronto per accogliere Beverly, nella cui centrifuga venne frullata qualsiasi tipo di questione; i giovani avevano qualcosa con cui “raffrontarsi” in merito a droga, sesso, scuola, politica, etica, coppia, aborto, violenza. Partendo dai bacchettoni alla Brandon, gli altri personaggi interpretavano posizioni intermedie od opposte con cui scontrarsi.

I frequenti pipponi messi in piedi dagli uomini di Darren Star, portarono Kevin Williamson a sfornare per la decade successiva qualcosa di più leggero da digerire e meno frammentato. Arrivò così il mondo del mancato-alternativo Dawson e dei suoi amici un po’ molto sfigatelli, dove tutti ne hanno una nell’allegra periferia. Infine con O.C. si arrivò alla riabilitazione di nerd e cattivi ragazzi, così diversi, così uguali.

Ma con la fine di O.C. ci fu il vuoto, e tutt’ora i papabili successori sono stati cancellati o hanno virato verso un contenuto molto più racchiuso in un genere ben definito per acchiappare meglio una fetta molto più piccola, ma sicura, di audience. Ecco quindi che la grande massa adolescenziale non ha più un “punto fermo”, da idolatrare fino all’album di figurine o da deridere per la forzatura dei punti di vista, una sorta di libro sacro imposto dalla religione televisiva dove ti viene indicata la via maestra, e, bacchettonamente, la via sbagliata.

Ed è forse anche per questo motivo che i ragazzi vagano incerti attaccati ai cellulari e se interpellati su un argomento, riescono malamente ed unicamente a bofonchiare una risposta od una serie di versi gutturali.

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