Lug 192013
 

Anche Inghilterra e Galles hanno detto sì ai matrimoni gay. Una legge fortemente voluta dal premier David Cameron e che dopo un lungo iter ha ottenuto ieri la ratifica ufficiale da parte della regina Elisabetta. Non sono mancati dissidi tra i tory, ma l’opposizione principale veniva dalle confessioni religiose, soprattutto dalla Chiesa cattolica, che hanno avviato una campagna massiccia, con espressioni durissime, per boicottare l’approvazione delle legge. Il tema ha acuito le divisioni tra gli anglicani. C’era addirittura chi paventava che le chiese sarebbero state “costrette” a celebrare nozze omosessuali: ma il Marriage (Same Sex Couples) Bill stabilisce che i matrimoni gay non possono essere celebrati dalla Chiesa anglicana e che le altre confessioni hanno piena libertà di farlo o meno.

Ma la novità non riguarda solo le coppie gay. Nel testo di legge, come mette in evidenza la British Humanist Association che plaude all’approvazione, si impegna il governo a valutare l’approvazione di una legge ad hoc che riconosca valore legale anche ai matrimoni celebrati da organizzazioni filosofiche (come appunto quelle umaniste) o altre credenze. Sulla questione il governo dovrà produrre una relazione entro la fine del 2014, segno che le istituzioni ritengono comunque meritevole di interesse e tutela il fenomeno dei matrimoni umanisti, che hanno ormai sono diffusissimi. Si era già tentato di introdurre un emendamento in tal senso nella legge sul same sex marriage e molti deputati e lord si erano espressi a favore.
Si tratta proprio di quei matrimoni laici che hanno fatto inarcare le sopracciglia all’ex premier Giuliano Amato o scomodato improbabili paragoni la dea Minerva. Il fatto che anche in Gran Bretagna si stia arrivando a questa novità dimostra due cose: ciò che rivendica l’Uaar non è né più né meno di quello che viene riconosciuto (o su cui si discute seriamente) in paesi più civili del nostro; in Italia si parla a ruota libera di fenomeni che non si conoscono, spesso sulla base di pregiudizi o buttandola in caciara.

Come fa anche Alessandro Gnocchi su Il Giornale con una lettera semi-seria dove lancia un appello per la poligamia. Gnocchi è uno di quei narcisi provocatori cattolici — come Camillo Langone e Frigide Barjot — che si trastullano con sofismi e paradossi, che stanno spuntando come funghi e hanno preso il posto degli intellettuali di un certo calibro (per citarne uno, Maritain). Figure che il mondo cattolico evidentemente non riesce più a sfornare.
La poligamia non potrà essere riconosciuta finché sarà soltanto poliginia, finché — non nascondiamoci dietro un dito — sarà a senso unico, con uomini che hanno un harem e donne che devono rimanere sottomesse e oppresse. Ma noi, che a differenza di Gnocchi ci battiamo per una società senza privilegi per qualcuno e con diritti e dignità uguali per tutti, dobbiamo forse considerare tabù discutere di un futuro ipotetico in cui le discriminazioni di genere (che la stessa Chiesa cui appartiene Gnocchi promuove) saranno un ricordo e in cui magari uomini e donne potranno liberamente scegliere con chi e magari quanti “chi” unirsi?

Atei e agnostici non hanno né tabù né dogmi: sono liberi e moralmente autonomi, non “sottomessi” e soggetti all’eteronomia come è dogmaticamente previsto che siano i fedeli. Cercano di affrontare le questioni con approccio pragmatico e razionale. È per questo che anche noi salutiamo con soddisfazione la legge inglese. Ed è per questo che realisticamente dubitiamo che si possa arrivare ad avere altrettanto in Italia in tempi brevi. Il livello di politici, leader religiosi e intellettuali è quello che è, e non si possono certo realizzare progressi significativi in queste condizioni. È come cercare di fare le nozze (per tutti) con i fichi secchi. Ma comunque vogliamo coltivare un futuro migliore, quello che altrove è già presente.

(fonte: Uaar)

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