Lug 252013
 

Il quadro è fosco, molto fosco. Il premier Letta non convince i finanzieri di Londra, nemmeno quando annuncia un mega-piano di privatizzazione del settore pubblico. L’ambasciatore americano Thorne, dopo quattro anni a Roma, se ne va definendoci il Paese dell’incertezza: e aggiunge che “l’uomo chiave dell’Italia è stato ed è ancora Giorgio Napolitano“. Che credibilità internazionale abbiamo? Zero, pare: e non solo per il caso Ablyazov e le scuse inconcludenti di Alfano.

Scetticismo inglese. Bill Emmott ci descrive una visita di Enrico Letta a Londra, nella City finanziaria, accolta con sorrisi british ma un po’ tirati. Il nostro premier cercava legittimazione e fiducia, illustrando le meraviglie del decreto “Fare” ad un pubblico di finanzieri. Nessuna ovazione. Nemmeno quando il premier ha annunciato un mega-piano di privatizzazione dei servizi forniti dalla Pubblica Amministrazione, piano che a Roma ancora aspettano di vedere: neanche questa “parolina magica” ha convinto gli inglesi. Sarà che il caso Ablyazov ci ha resi ridicoli? Secondo Bill Emmott, decisamente sì.

Al servizio di un dittatore. Extraordinary rendition o no, come l’hanno definita le Nazioni Unite, l’espatrio forzato di Alma Shalambayeva e di sua figlia Alua appare agli inglesi una buffonata. Lo stesso paese che si è indignato di fronte a Blair per questi “rapimenti extragiudiziali” durante la guerra al terrorismo, si chiede oggi cosa stiamo facendo. Loro, ad Ablyazov, hanno concesso l’asilo politico di fronte alla persecuzione politica di Nazarbayev, pur indagando sul suo patrimonio di dubbia provenienza: noi abbiamo acconsentito all’arresto e “spedizione” della Shalambayeva in meno di 3 giorni, salvo poi rimangiarcela. E si stupiscono che invece, per la restituzione forzata dell’estremista radiale giordano Abu Qatada, abbiamo opposto resistenze per dieci anni, fino ad oggi.

Napolitano uomo chiave. Altro schiaffo arriva dall’ambasciatore statunitense in Italia, Richard Thorne, che proprio ieri ha ripreso il volo per Washington a fine mandato. Il suo commento sui quattro anni italiani lo ha raccolto Mario Calabresi, direttore de La Stampa. Baci e abbracci a parte, Thorne ha detto un paio di cose scottanti. La prima, è che l’Italia appare a Washington come il Paese dell’incertezza, una specie di buco nero burocratico senza energie e con scarsa attrattiva per gli investimenti. La seconda, meno scontata e forse più grave, è che l’uomo chiave d’Italia resta Giorgio Napolitano. E’ un bel complimento, per il nostro Presidente di ferro, ma è un pessimo segnale – peraltro subodorato dai più – pensare che l’unico pilastro affidabile del Paese sia un uomo di 89 anni, decisamente stanco di combattere contro la vacua altalena di Governo-Parlamento-Elezioni. Possibile che sia un arbitro imparziale (ma vera eminenza grigia degli ultimi due tentativi di governo) l’unica chance dell’Italia?

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