ago 102013
 

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Se l’estate è la stagione dell’allegria, a noi piace andare controcorrente, farci del male, e fare una lista di quei film che, usciti dalla sala, rimpiangi di non avere un revolver a portata di mano per farla finita per il pessimismo e la depressione che ti hanno messo addosso. Tutti ci siam depressi davanti alla morte della madre di Bambi, l’abbandono di E.T., o la scomparsa di Artax nelle paludi della tristezza (stupido cavallo!), ma questi solitamente sono spezzoni di film posti all’inizio della storia. A noi interessano i finali.

Inevitabile partire da una pellicola già citata all’interno di questa rubrica, quell’Amata immortale che termina con la scoperta che per pochi minuti di ritardo e una servetta da prendere a cinquine il sogno dei due protagonisti è andato in fumo.

Il ritratto finale del secondo atto di Amici miei di un gruppo di cazzari, diventato con l’età ormai patetico, è di un pessimismo debordante che ti viene da piangere per la compassione nei confronti del conte Mascetti, sulla carrozzina, costretto dagli amici a partecipare ad una gara sportiva per disabili con la speranza di farlo sentire ancora giovane.

E’ un blockbuster, è un film storico, che finisce con la spinta di un sentimento di riscossione, ma quel maledetto spadone piantato in mezzo al campo di Bannockburn, quei flauti e quelle cornamuse, ti creano sempre un groppo al collo che ti strozza. Maledetto Braveheart!

In questo speciale elenco non potevano mancare due film del Neorealismo: Germania, anno zero è così pregno di allegria che al confronto Amleto è una sitcom; Umberto D e il tentativo di suicidio finale sono capaci di farti sentire solo e abbandonato anche in mezzo ad una festa in tuo onore.

Sulla lettura pessimistica di Inception c’è poco da dire, ma il ritratto della razza umana e del destino de L’esercito delle 12 scimmie ti fa desiderare che la bomba atomica che scoppia nel finale del film, scoppi davvero e la faccia finita in un istante.

Non c’è niente di peggio che vedere gli sforzi del protagonista resi vani da una serie di ostacoli insormontabili; come per il film di Gilliam, il racconto di Fiorello della marcia disumana a cui sono costretti i pinguini per un misero accoppiamento, il freddo, la fame, i chilometri e più della metà di loro che muoiono, fanno rientrare in questa deprimente lista persino un documentario.

Se avessimo stilato una classifica, indubbiamente avremmo assegnato i primi due posti ad Into the wild e Hachiko.

Nel film tratto da Krakauer, Chris muore perché per la fame confonde una pianta velenosa per una commestibile. Due settimane dopo sarebbe stato trovato, vivo, da dei cacciatori se non avesse sbagliato a conservare la carne di alce.

Vedere Hachiko, un bellissimo cane di razza, ricomparire sporco, puzzolente, annerito dal fango, dopo aver aspettato sotto pioggia e neve inutilmente il ritorno del padrone, ti fa salire le lacrime agli occhi solo a scrivere queste righe, sia nella versione originale giapponese, sia nella versione americana, sia nella versione di Futurama.

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