Set 122013
 

È assolutamente necessario operare una netta distinzione tra l’istituto dell’obiezione di coscienza in ambito sanitario e l’erogazione della prestazione medica. Attualmente infatti si accetta come inevitabile che la prima, l’esercizio dell’obiezione, possa o debba necessariamente influire sulla seconda, l’erogazione della prestazione. Premetto che ritengo sia corretto riconoscere alcune forme di obiezione di coscienza in campo sanitario. Sia riguardo alle problematiche di inizio vita – procreazione assistita, interruzione di gravidanza, contraccezione – che a quelle di fine vita, come nel caso dell’interruzione di determinati trattamenti sanitari.
Non è invece accettabile, come purtroppo accade in molte regioni italiane – Lombardia, Lazio e in generale nel sud Italia – che l’obiezione di coscienza di fatto complichi o addirittura impedisca l’erogazione della prestazione sanitaria dell’interruzione di gravidanza.

Concentriamoci sulle problematiche che riguardano l’interruzione di gravidanza con metodica chirurgica. Le figure che sono coinvolte direttamente nella esecuzione dell’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) sono il medico ginecologo, il medico anestesista e l’infermiere di sala operatoria. In molte realtà ospedaliere – a causa dell’elevato numero di obiettori di coscienza tra queste figure professionali – i tempi di attesa per poter essere sottoposti ad una IVG sono talmente lunghi da rischiare che venga superato il termine massimo delle 12 settimane di gestazione, limite di legge oltre il quale l’aborto è consentito solo in determinate, particolari e limitate circostanze. Tanto che l’IVG può essere definita come una vera urgenza chirurgica di natura amministrativa.
Ma vi sono ospedali che dichiarano di non poter erogare del tutto la prestazione per l’assoluta mancanza di personale sanitario non obiettore.

Non è di mia competenza valutare se un tale rifiuto contrasti con il diritto costituzionale alla tutela della salute, qualora la prestazione – di assoluta ordinarietà – non venga erogata laddove risieda la donna richiedente. Costringendola ad un umiliante peregrinare alla ricerca della struttura accettante, che non sempre risulta oltretutto vicina. Ma questo potrebbe essere correttamente valutato, qualora fosse presentato un esposto da una donna che si vedesse rifiutato, dall’ospedale della città ove risiede, non solo l’aborto in se, ma anche una chiara e precisa indicazione di altra struttura che lo possa erogare in tempi certi.
L’IVG si caratterizza pertanto come l’unica prestazione sanitaria che è – in determinate circostanze – rifiutata dal nostro Sistema Sanitario. Da sottolineare infatti che l’ospedale che non riesce a garantire al cittadino una prestazione sanitaria, perché sprovvisto della competenza necessaria – come ad esempio la cardiochirurgia e neurochirurgia – provvede comunque a mettere in contatto il cittadino con la struttura sanitaria che può rispondere alle sue necessità. In caso di urgenza o emergenza gestisce invece direttamente la prima assistenza ed il trasporto stesso del paziente presso la struttura accettante.

Gli ospedali, al fine di ridurre il più ampio problema delle liste di attesa, sono autorizzati – qualora non obbligati – ad attuare quanto stabilito nei decreti legge della riforma Bindi del 1999. Ovvero a proporre ai propri dipendenti prestazioni cosiddette aggiuntive e al di fuori dell’orario di servizio contrattuale, per le quali sono remunerati a parte. Si intende che il costo di dette prestazioni è a carico dell’ospedale, a sua volta regolarmente rimborsato dal SSN, e non certo dell’utente. Pertanto ogni ospedale potrebbe ridurre fino a far scomparire il tempo di attesa per l’IVG, incentivando il personale non obiettore.
Un ospedale può anche richiedere personale proveniente da altra struttura ospedaliera qualora la richiesta vada inevasa al proprio interno. Così facendo nessuna struttura ospedaliera si troverebbe a dover rifiutare una prestazione sanitaria – l’IVG – che, come già visto, molto spesso può essere definita d’urgenza.

Tale sistema incentivante è una pratica assolutamente ordinaria. Quasi tutti gli ospedali la attivano per rispondere a elevate richieste di prestazioni – per la maggior parte chirurgiche – derivanti dalla presenza di operatori di eccellenza per un determinato intervento, anche perché risulta un ricavo economico notevole per l’ospedale stesso.
È da ritenersi inoltre che questa soluzione porterebbe molti dei cosiddetti obiettori di comodo a desistere dalla loro posizione, una volta constatato che il loro scopo – impedire la prestazione – è comunque fallito. Innescando così una sorta di circolo virtuoso che nel ridurre il problema limiterebbe anche lo stesso ricorso alla suddetta attività incentivante, effettivamente non priva di costi aggiuntivi.
Non si capisce allora, o forse lo si comprende assai bene, perché non venga applicata per risolvere l’umiliante e talvolta tragica condizione delle donne costrette a mendicare il proprio diritto (costituzionale) ad interrompere – in sicurezza e legalità – una gravidanza non voluta.

Mario Riccio, medico e consigliere dell’associazione Luca Coscioni

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