Feb 062014
 

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E’ un periodo fortunato per gli “anime” nei cinema italiani, trascinati dalla riscoperta, tardiva, di Miyazaki prima e dalle due serie di “Ken il guerriero” poi, sono arrivati in sala in questi ultimi mesi “Akira”, “Capitan Harlock” e la prima parte della trilogia di “Berserk”.

Proprio la programmazione dei tre film sul prologo della saga di Berserk fa pensare ad un cambio di rotta della mentalità della distribuzione italiana. Una scelta di coraggio; il lavoro di Miura, oltre ad essere uno dei fumetti di maggior successo degli anni ’90,è un prodotto mediatico di rara violenza e cupezza che al confronto Tarantino, Roth e Park Chan-wook sono ragazzi dell’asilo con in mano martelli di gomma (ci sarebbe poi quella questione che il cattivo della storia, Grifis, altro non sia che la reincarnazione di Dio, il Dio cristiano, ma agli antipodi: malvagio, ambizioso, lussurioso, con una schiera di demoni mandati sulla terra a divorare la razza umana e stupratore e amante di vescovi sodomiti, trasformato in Italia dalla censura in un anticristo).

In un Medioevo apparentemente normale, durante la guerra fra Midland e Tuder  il piccolo orfano Gatsu viene allevato da un gruppo di mercenari, fra battaglie e stupri subiti dal proprio mentore. Cresciuto e sbarazzatosi del passato a colpi di spada, Gatsu inizia a vagabondare per le Midland fino all’incontro con l’Armata dei Falchi, un piccolo esercito di mercenari organizzati, al soldo del regno delle Midland, capeggiati dall’istrionico e carismatico Grifis, ancora nella sua versione umana, ignaro del proprio destino.

L’arrivo in squadra dell’inarrestabile Gatsu porta i Falchi ad un livello di potenza devastante, capace di porre fine alla secolare guerra, ma il suo successivo abbandono, dopo anni di servizio, precipita Grifis all’interno di una spirale di follia, bramosia frustrata e disperazione, tanto da sacrificare la propria armata ai demoni per raggiungere il potere di Phemt/Dio.

Qui si ferma la trilogia cinematografica e il precedente “anime”. Dal canto suo il manga procede con la narrazione raccontando le gesta di Gatsu, sopravvissuto al sacrificio dei Falchi, in cerca di vendetta nei confronti di Grifis.

Il racconto, da epico e violento nella prima parte, fra corpi di uomini e animali costantemente dilaniati, diventa cupo, pessimista e ancora più brutale nella seconda: l’umanità sottomessa al potere demoniaco, aggrappata ad una serie di Apostoli, in realtà demoni infiltrati, capace di dare vita a culti para-religiosi, panteistici, dove sacrifici, torture umane e cerimonie a sfondo sessuale si consumano come l’ostia a messa.

Ad alleggerire il tono e a fare da contraltare una serie di personaggi comici, che accompagneranno Gatsu nelle varie imprese, rendendo frivolo parte del racconto.

I primi due film di Berserk, “L’epoca d’oro”, sono già acquistabili in dvd in Italia e sono stati proiettati al cinema in un doppio appuntamento l’autunno scorso; il terzo capitolo è disponibile in Giappone, ma ancora s’ignora la data d’uscita italiana. In molti speriamo che la trasposizione finalmente continui e chi ancora non conoscesse questo mondo, si armi di stomaco di ferro e corra in videoteca o su eBay.

Gen 182014
 

Fatemi-andare-realtime

Venerdì scorso la consorte mi ha costretto a guardare in televisione “Il boss delle cerimonie” su Real Time, un’orgia di un substrato culturale fatto da tamarri che portano avanti unicamente il culto di sé stessi (e che culto), nella più totale vanagloria generalizzata, con la speranza di apparire importante o d’esempio per qualcuno (e persino riuscendoci) almeno per 5 minuti, in eterno inseguimento della previsione wharloriana dei nostri tempi. Ma come “Il boss delle cerimonie” ci sono tanti altri programmi all’opposto della decenza nella televisione di oggi e conoscendoli li si evita e ci si dedica ad altro. Il programma è invece diventato un vero e proprio caso, con mezza Campania in subbuglio.

Durante la trasmissione dello show, l’altra sera facebook e twitter sono “esplosi”. Nell’arco delle due ore della messa in onda sono nati e cresciuti velocemente gruppi a chiedere a gran voce la chiusura del programma (qualcuno era nato anche prima), colpevole di voler rappresentare la cultura napoletana attraverso una serie di tamarri e di kitscherie; il giorno dopo diversi giornali del capoluogo campano titolavano disgustati al vilipendio mentre membri dell’amministrazione comunale chiedevano formalmente la sospensione della messa in onda.

Eppure “Il boss delle cerimonie” non mostra, purtroppo, nulla di nuovo. Già la stessa rete aveva messo in programmazione questo autunno un format del tutto identico basato sui matrimoni gitani e nessuno per questo si è stracciato pubblicamente le vesti, ancorché fioccasse gente ben più “bizzarra”. Per la serie, puoi far di tutto, basta che non lo fai a casa mia. ?”Il boss delle cerimonie” può essere veramente un “case history” da manuale di sociologia, ma non, come vorrebbero i suoi detrattori, per lo spettacolo evidenziato, ma per le reazioni che ha generato in un’Italia ipocrita, bacchettona e che pensa ancora che tutto quello che viene mostrato in tv sia vero, rappresentante della totalità e che voglia rappresentare la totalità. Perchè il problema maggiore che sta crucciando decine di napoletani in questi giorni è il tentativo di distinguo di far passare il messaggio che “non tutti i matrimoni a Napoli vengono celebrati in questo modo e non tutti i napoletani sono così”

“Il boss delle cerimonie” è un programma che non va chiuso perchè capace di ironizzare in maniera grottesca, più o meno volutamente, sulla cultura meridionale di oggi, è a suo modo una lezione di cultura da non imparare, rappresentando il decalogo del cattivo gusto.

“Il boss delle cerimonie” sarebbe un programma da chiudere per ben altro; perchè utilizza la parola “boss”(“Il boss di questo”, “Il boss di quello” inizia a essere pesante) in una terra piena di cadaveri generati da “boss” (bacchettoni anche qua), ma soprattutto perchè arricchisce gente che ha evaso le tasse e costruito una villa in stile Las Vegas abuso edilizio dopo abuso edilizio. Condanna di cui Real Time è a conoscenza, difendendosi con la semplice motivazione che “ai proprietari per ora è stato concesso l’uso dei locali incriminati”. Ma di tutte le lamentele che si sentono, nessuna riguarda questi due punti, quindi, la scaletta dell’imbarco da che parte sta?

Dic 072013
 

Dirty Sexy Money è un prodotto stoppato al 13° episodio della seconda stagione, con un finale in sospeso, ma con il 90% dei punti narrativi chiariti. Perché guardarlo allora? Per il semplice piacere di guardare, per le finezze narrative disseminate lungo il testo, per la maturazione della scrittura. E poi le soluzioni possibili per la conclusione della storia sono minori delle dita di una mano.

Al centro della narrazione è posta la più potente, controversa e ricca famiglia americana, i Darling, intercettata mentre il patriarca, Patrick “Tripp” III, Donald Sutherland, è impegnato a manovrare per assicurare al primogenito (Patrick IV, William Baldwin) un posto in Senato. La strada, che alla fine dovrebbe portare i Darling per la prima volta alla Casa Bianca, viene minata dalla morte dell’avvocato di famiglia, uomo di fiducia, risolutore di problemi, Dutch George, miglior amico di Tripp, che precipita con l’elicottero.

Dopo essere così uscito anni addietro dalla porta di servizio, rientra nella vita dei Darling il figlio di Dutch, Nick (Peter Krause di Six Feet Under), PM di pubblica fama, noto per le battaglie dalla parte dei deboli in contrasto con le possibilità di ricchi potenti. Il buono e giusto.

Cresciuto in casa Darling come il bambino in più della dinastia, una cotta, e più, giovanile, ricambiata, per Karen (Natalie Zea), mezzana della famiglia, regina delle cronache mondane, collezionista di matrimoni, Nick si era allontanato da un mondo opposto ai propri principi, in pieno conflitto col padre, assente, balia dei Darling capaci di creare qualsiasi baraonda, una madre impachettata in Francia poiché pazza.

Il procuratore decide comunque di far luce sull’assassinio del padre, ufficialmente normale incidente, e, sospettando che il mandante si annidi fra i Darling stessi o nei giochi di potere della famiglia, accetta l’invito di Tripp a prendere il posto del genitore e rientrare nell’universo odiato. La trama dell’indagine sarà quindi infiocchettata attraverso segreti svelati della Discendenza (la relazione extraconiugale di Letitia, moglie di Tripp, con Dutch; la passione per i transessuali di Patrick IV; il figlio segreto di Brian, terzo genito Darling e pastore episcopale), lotte economiche con gli oppositori della dinastia (il principale, Elder, uno dei sospettati dell’omicidio), problemi familiari di Nick, spinto a ricalcare il cammino paterno dalle beghe dei cinque figli Darling, con una moglie impaurita di perderlo.

Ad irritare nella narrazione è immediatamente il quadro ironico dipinto sopra le righe: un po’ feuilleton, un po’ soap opera, DSM calca forzatamente la mano nella caratterizzazione Darling, accentuata nel doppiaggio, utilizzando beceramente la soluzione di bambini viziati e troppo cresciuti. Superato questo primo impatto, entrati nella filosofia sarcastica del prodotto, DSM riesce ad intrattenere dispensando perle di scrittura fra Paris Hilton stereotipate e capricciose figure alla Nixon. Quando, al culmine del climax di seconda puntata, Tripp rivela di conoscere la password della valigia di Dutch, la data di nascita di Letitia, ammettendo di conoscere da anni la relazione fra moglie e amico, si capisce come la serie abbia a disposizione potenziali di scrittura difficilmente rintracciabili in altri lavori. Peccato che tali finezze appaiano intermittenti, ma da una parte il piacere di scovarle, dall’altra la maturazione dei personaggi (la moglie di Nick si rivelerà la più influenzata dai Darling; la crescita del giovane Jeremy; la crisi d’età, esistenziale e di fede, di Brian che scopre pure di essere stato “parcheggiato” in chiesa per la propria sicurezza), DSM appassiona episodio dopo episodio fino all’ultimo colpo di scena, la risoluzione del caso Dutch, lasciando alla fantasia dello spettatore la conclusione del racconto.

Dic 042013
 

Era il 4 dicembre del 1993 quando Frank Zappa morì a Los Angeles. Uno dei più grandi rivoluzionari della musica rock – e non solo – fu ucciso da un cancro alla prostata.

Aveva solo 53 anni.

Ott 262013
 

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Qualche giorno fa, su Vice, è comparsa un’intervista di Laura Tonini a Aaron Ariotti, sceneggiatore di diverse puntate di molte fiction andate in onda su Rai e Mediaset (Don Luca, Sotto casa, Il tredicesimo apostolo, I Cesaroni), dal titolo “Perchè le serie tv italiane fanno schifo?” dove si ragionava sullo spettatore televisivo medio italiano, sulla qualità e l’auto censura degli sceneggiatori italiani.

Partiamo innanzi tutto dal presupposto che il titolo è sostanzialmente sbagliato, ma alla fine della fiera tutto sommato giusto. Prodotti di qualità italiani ci sono, anche se non si direbbe: Romanzo Criminale, Il mostro di Firenze, Boris, Moana (quadrilogia di Sky), La nuova Squadra (dove anche il compianto Taricone faceva la sua figura), Camera Cafè, Tutti pazzi per amore, a modo loro I Cesaroni, qualche serie di Distretto di Polizia.

I ragionamenti da fare sono altri e purtroppo persino politici.

Primo elemento, la veridicità: una gang entra in una banca per una rapina indossando maschere da clown; in ospedale arriva un adolescente con cicatrici di sigaretta sul braccio che in realtà nascondono problemi di relazione con la famiglia. Visto in un prodotto americano, la cosa è trita e ritrita ma non ci urta; visto in un prodotto italiano si ha immediatamente la sensazione di assistere ad una pagliacciata. Perchè?
Perchè la sospensione di incredulità alla base di tv e cinema funziona benissimo per i prodotti importati e malissimo per quelli italiani, verso i quali tutti quanti assumiamo un livello critico superiore.  Perchè il livello degli “attori” italiani è bassissimo, a tal punto da far esclamare al maggior consulente di fiction delle produzioni italiane, di cui è meglio non citare il nome, di “accorgersi purtroppo di aver davanti un buon prodotto italiano quando il girato non rovina la qualità sceneggiatura”, dove invece nelle altre realtà produttive, di regola, il girato migliora la qualità della sceneggiatura.

Per Berlusconi e il duopolio RAI-Mediaset (ma qui apriti cielo, un cielo dove si va ad incanalare il Rubygate, Saccà e vallettopoli, il processo Mediaset, Michelle Bonev e tanti come lei, a vantaggio di Sky guardata quasi come il messia, ma un messia con una fetta di pubblico comunque piccola).

Perchè le fiction sono utilizzate per fare politica; vedi tradimento di Barbareschi ai danni di Fini per tornare nel Pdl in cambio di tre fiction in RAI.  Perchè i committenti (RAI e Mediaset) hanno stabilito di far lavorare solo determinate case di produzione a turno e le case di produzione si affidano alle stesse persone “collaudate”.

Perchè, di conseguenza quello che viene detto nell’articolo di Vice, non conviene sperimentare e andare a cercare nuove fette di pubblico. Per la tipica logica conservatrice italiana e perchè ormai l’altra fetta di pubblico italiana, la tv l’ha abbandonata da tempo grazie ai forum di download di internet che la mettono in diretto contatto con i prodotti di qualità superiore senza aspettare che qualche emittente decida di spendere i propri soldi. Cosa impossibile, visto che il duopolio esiste proprio per appianare i costi, tenersi la propria fetta di pubblico (a cui ormai puoi appioppare qualsiasi cosa e tale rimane) senza far oscillare troppo il mercato ed evitare quindi rischi inutili per entrambi in una dispendiosa e sanguinosa lotta dell’auditel.

E quindi per anni saremo ancora tutti ostaggio di anziani, bambini e soprattutto pubblico passivo; i primi due, poi, di fronte ad un Trono di spade, Breaking Bad, Walking Dead, avrebbero la vita segnata e garantirebbero al MOIGE una scusa, quasi plausibile, di esistere.

Ott 072013
 

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Il 2 ottobre scorso è stata approvata dal Consiglio regionale della Toscana una mozione promossa dal Consigliere del Centro Democratico, Rudi Russo, per proibire l’attendamento in Toscana di tutti quei circhi che usano ancora animali selvatici ed esotici. L’obiettivo dell’atto è quello, come si legge nel documento, di fare in modo che “tutte le competenti istituzioni comunali presenti sul territorio toscano provvedano a dotarsi di appositi regolamenti che disciplinino la materia”.

So che in Consiglio regionale dobbiamo occuparci di sviluppo economico, sanità e servizi sociali come priorità assolute. Lo stiamo facendo. Però oggi mi sono deciso a portare avanti un atto che avevo nel cuore da sempre: bandire i circhi che utilizzano animali esotici o selvatici, cominciando dalla mia regione. E’ grande la soddisfazione per un voto dell’Aula che considero un importante atto di civiltà per la nostra regione“, è il commento di Russo.

Il circo è un’arte antica che merita di essere difesa e tramandata, ma non più impiegando animali selvatici ed esotici. Non a caso il circo di maggior successo a livello mondiale è animato soltanto dall’abilità di acrobati, giocolieri e clown“, spiega il Consigliere. “L’uso di animali troppo spesso non rispetta le condizioni di benessere degli animali, come testimoniato dalla British Veterinary Association, e talvolta rischia addirittura di mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini a causa di fughe degli animali. L’utilizzo di animali selvaggi, poi, è in aperto contrasto con la Dichiarazione Universale dei Diritti degli Animali del 1978 e con la normativa nazionale e regionale in materia. Credo che sia doveroso intervenire una volta per tutte“.

Con questo atto, impegnamo la Giunta a intervenire nei confronti dei Comuni della Toscana che, per legge, hanno la competenza per concedere le aree per l’installazione dei circhi”, conclude Russo. “Già molte amministrazioni comunali, in attuazione della Convenzione sul commercio internazionale delle specie animali del 1992, hanno disposto di non accogliere spettacoli di intrattenimento che prevedano uso di animali di specie a rischio come primati e altri. Il nostro auspicio è che tutti i Comuni della Toscana si uniformino a questa convenzione e alle norme per la tutela degli animali già regolate anche dalla legge regionale dell’ottobre 2009“.

Ott 052013
 

La tua prima esperienza col binomio cinema-automobilismo sportivo risale al lontano 1990, quando quel Giorni di tuono con Tom Cruise, diretto dal compianto Tony Scott, ti esaltò al punto tale che arrivasti a comprare un videogioco di Nascar, tu che prima d’allora non sapevi nemmeno le Nascar e i prototipi cosa fossero ed eri cresciuto a pane e Formula 1.

Poi arrivò il 2001 e quel Driven tanto voluto da Sylvester Stallone, oltre a farti ringraziare Ecclestone per non aver concesso i diritti sulla F1 e aver costretto Silvestro ad orientarsi sull’Indycar, ti convinse che no, Hollywood e auto da corsa fuori da un’ovale, due strade separate; meglio. D’altronde quel film, talmente brutto da essere quasi bello, ti aveva avvisato quasi subito quella sera al multisala: ti ritrovasti a sorpresa un Silvestro non più doppiato d’Amendola. E dove vuoi andare senza una voce del genere? Mesi dopo avresti conosciuto la verità.

Dodici anni passano, il botteghino cinematografico ti propone una nuova pellicola e questa volta sulla Formula 1 (ahi, pensi), anni ’70 (computer grafica a fiumi, ahi), Lauda Vs. Hunt (mmm… e per di più conosci già tutta la storia, ahi), Ron Howard alla regia (molto dubbio), sceneggiatura di Peter Morgan, che non è che abbia proprio scritto film “leggeri” o basati sull’impatto emotivo come può essere la F1 (altro grande dubbio).

Un po’ convinto dal trailer, con la speranza di non esserti imbattuto in un ennesimo trailer fuffa, ma soprattutto dalle musiche di Hans Zimmer, vai comunque a fare il biglietto, non sapendo bene se ti imbatterai in un Howard da Codice Da Vinci (ahi, ahi) o da Fuoco assassino. Al tuo fianco la tua squinza (ahi, ahi, ahi) che te la farà pagare per ogni centimetro di pellicola. Lo sai.

E invece.

E invece Rush (titolo, ahi) scorre via che è una meraviglia. Nonostante una sceneggiatura che si limita semplicemente, o quasi, a raccontare i fatti, incipriandosi il naso fomentando un conflitto, in realtà non così viscerale, a colpi di “stronzo”,  l’ennesima figura idiota rifilata al popolo italiano (i due napoletani che in Trentino incontrano Lauda, scena comunque divertente) e una scelta narrativa che non si concentra molto sull’aspetto emozionale ed emotivo dei gran premi (come quel Giorni di tuono) Rush ti si trasforma in una piacevole rivelazione.

L’assenza, per te, di colpi di scena riesce a rimanere marginale, merito della scelta di focalizzarsi più sullo “scontro” che sull’atto sportivo. La pecca di avere due personaggi che non si evolvono, rimangono uguali dall’inizio alla fine, disturba ma in maniera limitata. Rush sembra quasi più voler essere un documentario che un racconto di finzione, ben confezionato, anche se canonicamente sbagliato (come d’altronde era Froxt Vs Nixon, proveniente dalle stesse quattro mani); la parte motoristica c’è ed arriva anche ad esaltare; qualcosa di cui puoi fare a meno, vero, ma che non ti fa pentire del biglietto speso e non ti annoia sulla poltrona (al contrario di Frost Vs Nixon). E di questi tempi è già molto. E la squinza si è pure divertita.

Ago 312013
 

La morte corre sul fiume (1955)

Con molto pessimismo qualche sera fa ti sei messo davanti alla televisione per vedere La morte corre sul fiume. Saranno state le ultime scelte sfortunate in merito a film da vedere, il tuo livello di attenzione che ultimamente è calato a pochi minuti o i gatti che rompevano le balle, ma la voglia di metterti davanti ad un film del ’55 era pressoché zero, abbassata ulteriormente dalla presenza di Robert Mitchum, attore di cui non è che hai proprio apprezzato moltissimo i film, come protagonista.

Ma hai deciso di vederlo ugualmente, poiché da qualche parte, anche se ancora ti chiedi dove e in che occasione, ne hai sentito/letto positivamente e di conseguenza te lo sei procurato lasciandolo marcire sul comodino per settimane.

E invece, La morte corre sul fiume si è rivelato una bella sorpresa, nonostante una seconda parte di secondo atto alquanto inutile e registrata tanto per allungare evidentemente il brodo e un delirio complessivo che accende la comunità in un tentativo di improvviso linciaggio finale.

Il film diretto dall’attore Charles Laughton (il Bounty, un biopic su Rembrandt, Notre Dame, Hitchcock e infine Gracco in Spartacus), l’unica regia della sua carriera, sorprende fin dalle prime battute, dove Robert Mitchum si rivela essere un prete che ormai da molto tempo ha abbandonato le vie ecclesiastiche per percorrere la carriera criminale, senza abbandonare gli abati talari, e la pellicola si presenta come una black comedy estemporanea in un periodo dominato dalle commedie zuccherose e rassicuranti post conflitto mondiale e crisi economica.

Un contadino, stanco di vedere i propri figli soffrire la fame, compie una rapina dal pesante bottino. Vistosi braccato nasconde il tutto con l’aiuto dei figli e si consegna alla polizia. E in carcere fa la conoscenza di Robert Mitchum, il quale passerà il resto del film a cercare di rintracciare i soldi.

Senza svelare ulteriormente la trama, l’altro elemento che colpisce della pellicola, visto l’anno di realizzazione, è l’alto livello di violenza e la spietata descrizione della morale della società, seppur edulcorate dal tono comedy e da scelte di regia: sgozzamenti, cadaveri galleggianti in acqua, ragazzine che si prostituiscono e donne che si sposano unicamente per giacere di nuovo con un uomo sono elementi alquanto stranianti, visto il periodo, che compaiono nel copione di James Agree, tratto dal racconto di Davis Grubb.

Eppure, finito il film, ti fai i complimenti. Finalmente sei tornato ad azzeccarci.

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