Ottavina Reale

Ottavina Reale

Orfanella, cresce fortemente influenzata dai genitori adottivi, Alberto Manzi e Padre Mariano, dai quali mutua la convinzione che fede e ragione siano perfettamente coniugabili, a patto di avere un gran senso dell'umorismo. Mente razionale e vocata all'indagine matematica, ancor giovanissima incontra Douglas Adams che la introduce alla perfezione del numero 42. Da allora ogni mattina si volge ad est e devotamente ringrazia per tutto il pesce. Di letture sobrie e rigorose, si concede rari momenti di sollazzo con operette umoristiche, fra le quali spicca l'opera omnia di Gabriele Amorth.

mag 142012
 

E’ noto che alle testate giornalistiche piacciono le notizie a grappolo. Forse perchè è più facile cavalcarle. O forse perchè quando le metti tutte insieme fanno più spicco, e puoi infiocchettarle come “il grande scoop”.
In questi giorni per esempio va di moda il titolone su suicidi e crisi economica. I media ne parlano diffusamente, quasi che il dramma fosse nuovo, inedito e inesplorato.

E dai giornali le notizie rimbalzano poi sulla scena politica: lo stesso Mario Monti ha velatamente accusato (per poi ritrattare) il precedente governo di non aver adeguatamente affrontato la crisi economica provocando, in qualche misura, questa tragedia.

In un infinito gioco di specchi i titoli si inseguono tutti uguali, e si perde di vista il pudore con cui si dovrebbe affrontare un argomento tanto delicato e complesso, quello della scelta di morire.

Perchè l’orrore del suicidio non è soltanto quello che viene sbattuto in prima pagina per fare scena.  In termini numerici, ogni giorno in Italia sono quasi otto le persone che scelgono la morte. I dati ISTAT (qua in dettaglio) ci dicono che nel 2008 – ultimi dati disponibili – si sono uccise 2.828  persone, mentre i tentati suicidi sono stati 3.327.

Le ragioni del suicidio esigono il massimo rispetto. Ma su una di queste ragioni l’opinione pubblica pare non avere la forza o la volontà di soffermarsi: fra queste seimila persone un terzo, circa duemila individui, erano malati allo stato terminale. Il che significa che sei persone ogni giorno scelgono di morire per non continuare a soffrire.

Ma su di loro nessun rigo, nessuna prima pagina. Quasi che questi morti non avessero diritto ad una pietas. Quasi che la causa che li ha spinti ad un gesto così estremo non avesse la stessa importanza di una cambiale non onorata o di un lavoro perso.

Ma soprattutto non  c’è nessuno che provi a dare conto della ipocrisia di una  classe politica clericale che pervicacemente continua a chiudere gli occhi sul problema dell’eutanasia e del suicidio assistito.

E’ tristemente assente dalle prime pagine dei giornali a grande diffusione una precisa disamina delle responsabilità di  coloro che vogliono gestire l’esistenza di ciascuno di noi – dalla nascita alla morte -  secondo il loro credo. Una complicità che perpetua e alimenta, sotto gli occhi di tutti, questa quotidiana, silenziosa tragedia.

apr 162012
 

Correva l’anno 1993. Gli italiani, disgustati del verminaio scaturito dall’inchiesta Mani pulite abrogarono, con un referendum popolare, la legge che finanziava i partiti politici con denaro pubblico.

Solo un anno dopo – infischiandosene del giudizio popolare – i partiti politici rimisero le mani sui soldi dei contribuenti, grazie ad un espediente lessicale che trasformava  il “finanziamento pubblico” in “rimborso elettorale” .

Da allora la legge è stata più volte modificata – a favore dei politicanti, s’intende – tanto che adesso ad un partito basta aver raggiunto il quorum dell’ 1% per aver titolo al “rimborso elettorale”.

Sono passati diciannove anni e l’opinione pubblica è sempre più inferocita per gli scandali e le ruberie. I partiti che reggono la maggioranza sentono in pericolo la pioggia di soldi con cui si riempiono le tasche e  si spingono sino al punto di promettere agli italiani che da ora in poi qualcuno potrà controllare l’uso che faranno del denaro pubblico ricevuto.

A questa patetica simulazione di afflato riformista avremmo preferito che si cominciasse a parlare sul serio di di abolizione del finanziamento. Avremmo preferito che i partiti politici affrontassero finalmente la questione delle “Fondazioni”, che sono la palude entro cui far confluire (e scomparire) ogni sorta di finanziamento nebbioso, sia esso un finanziamento alla persona o alla corrente politica. Avremmo preferito che si affrontasse finalmente lo scandalo dei contributi pubblici all’editoria di partito, contributi erogati anche se un giornale vende dieci copie.

E invece, bontà loro, i partiti promettono che ci daranno modo di controllare  l’uso che faranno dei nostri soldi.  E parliamo di 508 milioni di euro, perché tanto è il rimborso percepito dalle ultime elezioni politiche del 2008 da tutti i partiti politici. Ad esclusione – è doveroso dirlo – della lista Bonino-Pannella che vi ha rinunciato.

Pierluigi Bersani ha dichiarato che il sostegno pubblico è necessario per la salvaguardia della democrazia. Una opinione su cui concordano anche Alfano, Casini e tutti coloro che difendono il concetto di finanziamento pubblico ai partiti.

Questi signori però ci dovrebbero spiegare perchè in nazioni dove la democrazia è solida e secolare il costo della politica è infinitamente inferiore al nostro: in Germania l’aiuto pubblico ai partiti è di 133 milioni di euro, in Francia e in Spagna 80. Per non parlare del Regno Unito, dove il rimborso non esiste proprio, e vengono destinati 5 milioni esclusivamente ai partiti che siedono all’opposizione.

mar 282012
 

La pillola dei cinque giorni dopo sarà commercializzata ad aprile dopo un travagliato iter durato tre anni. Una grande conquista, si dirà. O – piuttosto – un grande imbroglio?

L’EllaOne (ulipristal acetato) potrà essere disponibile solo per quelle donne che si sottoporranno a un test ematico di gravidanza che risulti negativo. La donna, quindi, nelle 120 ore successive al rapporto considerato a rischio di gravidanza dovrà – con la velocità di una saltatrice olimpionica -  recarsi dal medico curante per la prescrizione del test, effettuare le analisi, ritirare l’esito, recarsi di nuovo dal medico per la prescrizione farmacologica e infine correre in farmacia per l’acquisto. Sempre che, in farmacia, non s’imbatta in un farmacista obiettore. E sempre che, ovviamente,  il rapporto sessuale a rischio non si sia avuto nel fine settimana. Sennò non ci stiamo con i tempi e tutto salta.

L’Italia, fra tutti i paesi europei, è l’unica ad aver stabilito quest’iter procedurale per accedere alla contraccezione di emergenza. Un percorso fatto di ostacoli totalmente ingiustificati sul piano scientifico e che niente hanno a che vedere con la salvaguardia della salute della donna. Anzi questa procedura, proprio per la sua farraginosità,  può rivelarsi inutile e non lasciare alla donna altra scelta che l’aborto. Con tutto ciò che ne consegue,  sia per il dramma femminile, sia per i maggiori oneri sostenuti dal SSN.

Ostacoli creati di proposito da coloro che ineffabilmente si ergono a difensori della vita ma che, della vita e della salute psico-fisica delle donne e delle mortificazioni cui sono sottoposte per ottenere ciò che è per loro un diritto, se ne infischiano bellamente.

Poi non meravigliamoci se le donne, esasperate, alla fine acquistano i farmaci online per accedere, rapidamente, a ciò che loro è dovuto.

mar 142012
 

Io non sono a favore dei matrimoni gay nonostante sia un conservatore. Sono a favore dei matrimoni gay proprio perché sono un conservatore. […] La società è più forte quando si assumono obblighi reciproci e solenni”.

Queste le parole del leader conservatore britannico David Cameron a proposito dei matrimoni fra omosessuali. Sulla sua stessa posizione grande parte del partito, i laburisti al completo – compreso Tony Blair recentemente convertitosi al cattolicesimo – e i liberal-democratici. Sembra certo, quindi, che a breve nel Regno Unito, dove peraltro già sono in vigore da tempo le unioni civili, verranno introdotte nell’ordinamento giuridico le nozze fra omosessuali.

Le Chiese, soprattutto l’anglicana e la cattolica, si oppongono al progetto governativo ma si sa che da quelle parti l’intromissione delle chiese negli affari di stato non è ben vista fin dal 1534.

E da noi? Fra un Angelino Alfano che accusa di zapaterismo chi parla di matrimoni gay e una Rosi Bindi che ha un suo punto fermo – beata lei, è l’unica nel PD ad averlo – datole dal “matrimonio eterosessuale” siamo sempre inchiodati su ciò che le gerarchie ecclesiastiche impongono. Da secoli.

E su un tema così importante che non è solo una questione di coppia ma anche, e soprattutto, una questione di dignità (col suo corollario di normative sui temi di assistenza, eredità, pensione, diritti e doveri verso l’altro) non si è vista mai tanta unità d’intenti fra un centrodestra che non sa più cosa proporre e un centrosinistra sempre più ammaliato da Casini e Monti. Poveri noi.

 

mar 012012
 

La maggior parte delle donne immigrate in Italia – il 69,5% circa – ha usato prodotti chimici illegali in Europa per sbiancare la pelle, con lo scopo di integrarsi nella società italiana.

Il dato emerge da uno studio, inedito, condotto su 82 donne in maggioranza provienienti da paesi africani. La ricerca è stata condotta dall’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti  in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità.

E’ stato rilevato che nel 48% dei casi  le donne hanno detto di aver avuto problemi cutanei dopo l’uso dei cosmetici sbiancanti. In particolare nel 43% dei casi è stata riscontrata una dermatite da contatto, nel 28% una dermatite eritemato-desquamativa, nel 12,5% una dermatite pigmentata e nel 10% una dermatite leucodermica.

La metà dei prodotti utilizzati conteneva sostanze proibite in Europa, quali cromo, idrochinone e corticosteroidi mentre, per il trattamento, sono stati usati prodotti quali saponette, creme e oli acquistati nei paesi di provenienza delle donne.

Secondo Oreste Senofonte dell’ISS  “Molte donne che usano questi prodotti hanno un buon livello di istruzione e per la maggior parte sono a conoscenza del rischio che comporta l’uso di queste creme. Tuttavia il desiderio di perseguire i canoni occidentali è più forte”.

feb 172012
 

 

So che la mia opinione non è affidabile, poiché non seguo la TV da alcuni anni. Forse il fondo del barile era già stato raschiato mentre io non stavo attenta. Forse, quindi, c’è di peggio, solo che io non lo sapevo.

Ma l’altra sera di passaggio davanti ad un televisore ho assistito alla scenetta – per giunta mal recitata – di due bianchi che non volevano saperne di sedersi vicino ad un uomo colpevole di essere “diversamente colorato”. Il contenuto era offensivo, di quelli che ti fanno pensare che tante battaglie sono state combattute invano e ancora si ride sui negri con battutte da saloon.

La rappresentazione era intesa come comica o addirittura didattica, solo che non rideva nessuno, probabilmente anche a causa della totale mancanza di talento artistico degli individui in questione. Sulla poltrona incriminata c’era seduto un negro – di sicuro aspirante personaggio TV -, arruolato per starsene di buon grado ad accettare di essere insultato pubblicamente, perché cosa non si sarebbe disposti a fare pur di apparire in video.

Poi c’era lì un attempato cantante di una volta, messo a fare il presentatore e si vedeva che non ne aveva la più pallida idea, per cui più che da presentatore si comportava da guitto e invece di indignarsi se ne stava a roteare le manone e a strillare “bravi bravi” perché non sapeva che altro dire. Vicino a lui stava una donna senza mutande, con il compito di stare senza mutande.

Io penso che nella propria vita privata nessuno di questi personaggi sia stupido o cattivo. Gianni Morandi, Belen Rodriguez, gli sconosciuti patetici attori del siparietto con il loro signore colorato diversamente tutti possono affermare “è il mio lavoro, lo faccio perché mi pagano”.

Però alla fine deve arrivare il momento in cui ti chiedi dove sei disposto ad arrivare solo perché “ti pagano”. Deve arrivare il momento in cui ti rendi conto che se accetti di essere un’immondizia solo perché ti hanno pagato, dopo non puoi però pretendere che gli altri ti rispettino.

E anche gli italiani che pagano il canone e sono contenti di quello che ricevono in cambio, dovranno prima o poi domandarsi se l’attuale emergenza sociale non sia – esattamente – quello che gli italiani si meritano?

feb 062012
 

Dombey aveva circa quarantotto anni. Il Figlio circa quarantotto minuti”.

Così inizia Dombey e Figlio, in uno degli incipit più folgoranti della letteratura inglese. L’autore è Charles Dickens, che proprio oggi festeggia il suo duecentesimo compleanno, essendo nato il 7 febbraio 1812. E poco importa che dal 1870 Dickens sia ormai “dead as a door-nail”, come lui stesso direbbe in Christmas Carol. Per tutti noi il suo genio rimane vivissimo, e lo celebriamo ricordando quella che fra le sue opere è il più grande affresco di figure femminili.

Sì, perchè a dispetto del titolo così marcatamente maschile (è la storia dell’arido Paul Dombey, tanto ossessionato dalla propria identità da imporre al figlioletto il suo stesso nome per poi industriarsi scelleratamente a farne il proprio clone e degno erede dell’azienda familiare) Dombey and Son è un romanzo folgorante per le perfette e terribili descrizioni di donne, dalla negletta Florence (solo un “maschietto difettoso”)  alla vendicativa Edith, la moglie comprata. Un opera che a scuola non te la fanno mai leggere, perchè Dickens ne ha scritte sicuramente altre più importanti. Ma è un vero peccato, perché l’incontro con la parte più “femminista” e meno nota di Dickens è davvero stupefacente.

Dickens scrive questa storia circa a metà della sua carriera, quando si sta preparando a esplodere con il suo romanzo successivo, David Copperfield. Dentro Dombey and Son ci sono già tutti gli elementi che renderanno immortale Dickens come esploratore dell’animo borghese e cantore dei ceti sociali più bassi e umili, creando quel genere letterario che è stato successivamente definito come “romanzo sociale” cui si ispirarono – con tutte le sfumature dettate dalla diversa ambientazione nazionale   – autori quali Zola, Gorkij e, a noi più vicino, Ignazio Silone.

Dickens nei suoi romanzi mostrò sempre una grande attenzione per i problemi sociali del tempo in cui visse. E il suo tempo è quello dell’Inghilterra vittoriana: una Nazione all’apice della sua espansione imperiale e al culmine della rivoluzione industriale. Insomma l’Inghilterra come unica e vera potenza mondiale del tempo, da tutti temuta e invidiata. Un paese però dove le disuguaglianze economiche e sociali erano spaventose.

La terribile povertà delle masse proletarie, gli orrori e l’indecenza dei quartieri più degradati, l’avido e insaziabile nascente capitalismo, lo sfruttamento del lavoro minorile, il sistema scolastico-educativo quasi inesistente, quello sanitario a infimi livelli: questi sono gli scenari sui quali Dickens centra la sua attenzione e dentro cui cala i suoi personaggi.

Eppure il suo mondo non raggiunge mai la tragedia. Al contrario. Le persone di cuore, i virtuosi, coloro che si prendono umana cura degli altri sono sempre ricompensati, mentre i malvagi, i lestofanti, gli approfittatori sociali sono puniti. Ma anche a loro è concessa, come a Ebenezer Scrooge nel quasi gotico Christmas Carol, la possibilità della ricompensa attraverso la trasformazione della propria malvagità in bene.

L’opera di Dickens è fotografia – un vero e proprio dagherrotipo del suo tempo – che guarda al fenomeno sociale con l’occhio del filantropo. Per questo nei suoi lavori non mette mai in discussione, pur criticandolo anche duramente, l’assetto politico-sociale dell’Inghilterra. Il suo oggetto d’attenzione è la natura umana, il singolo diseredato e, più sfumata e alle spalle di questi quasi fosse un fondale di scena in un’ipotetica rappresentazione teatrale, la società. Dickens non sovverte, sembra anzi voler auspicare un mutamento della psiche piuttosto che della struttura. Inutile per lui cambiare la struttura se non cambia l’individuo. E’ vero che il suo non è uno scrivere “rivoluzionario” nel senso letterale del termine, ma si può affermare con certezza che la critica puramente morale della società non sia di per se “rivoluzionaria”?

Come è rivoluzionaria la condanna che traspare da tutti i suoi scritti verso la tirannia, sia essa politica, economica, di classe. Una condanna categorica, non mistificante e senza sconti.

Buon compleanno, Charles Dickens. Vogliamo ricordarti come ti descrisse George Orwell, in un  suo saggio del 1940  rubando a D.H. Lawrence la definizione già usata per Balzac: “A Gigantic Dwarf”, un nano, sì, ma gigantesco.

gen 252012
 

Della Costa Concordia e dei suoi protagonisti, nel bene e nel male,  è stato detto quasi tutto. Ma c’è un aspetto poco affrontato, ma non per questo secondario, che è quello relativo alle coperture assicurative della nave.

La Costa Concordia ha un valore stimabile intorno ai 400 – 500 milioni di euro e i risarcimenti, secondo uno studio dei Lloyd’s di Londra, potrebbero arrivare a toccare l’astronomica cifra di 3 miliardi di dollari. Va da sè che siffatte cifre sono impensabili per una singola compagnia assicuratrice. La Costa Concordia pare infatti assicurata con una ventina di Compagnie fra le quali spiccano, ovviamente, i Lloyd’s of London.

Chi sono i Lloyd’s.

Ma chi sono questi Lloyd’s di cui si sente parlare solo nel momento in cui una nave naufraga, perde il suo carico, crea danni all’ambiente o viene sequestrata? Ebbene i Lloyd’s of London (questo l’esatto nome) non sono una compagnia assicurativa nel senso comune del termine, bensì una corporazione la cui nascita risale a circa trecento anni fa.

Attualmente la loro sede è situata in Lime Street, nella City, ma fin dal 1691 i capitani delle navi, gli armatori e i mercanti marittimi s’incontravano nella Coffe House di Edward Lloyd in Abchurch Lane. Da qui il nome. Successivamente la Coffe House si traferì Lombard Street e i partecipanti del “comitato assicurativo”, dopo la morte di Mr. Lloyd, si trasferirono al Royal Exchange, per formare la “Society of Lloyd’s”.

Nel 1871 il Parlamento varò una legge con la quale sanciva il valore legale della corporazione e ne regolamentava l’esercizio.

Come funzionano i Lloyd’s.

L’attività dei Lloyd’s è quella di trattare i grandi rischi suddividendoli fra un grande numero di operatori. Funziona come una Borsa dove la merce trattata non sono titoli azionari, ma contratti assicurativi. In sostanza si fa promotrice di accordi tra le persone (tradizionalmente chiamati Names) e le aziende che, riunite in un pool, riescono a suddividere i grandi rischi che sarebbero troppo onerosi per una singola società assicuratrice.

All’interno dei Lloyd’s operano quindi due categorie: le persone e l’imprese. La prima categoria è composta da soci, in pratica coloro che forniscono il capitale. Alla seconda categoria appartengono gli agenti, i broker e gli altri professionisti che sostengono i soci: ovvero coloro che sottoscrivono i rischi e rappresentano i clienti all’estero.

Un meccanismo, questo, che per secoli ha funzionato in maniera quasi perfetta fino alla crisi sorta sul finire degli anni ’60. Furono gli anni in cui i mercati delle merci cominciarono a globalizzarsi e a ricapitalizzarsi in maniera esponenziale. Fu un periodo in cui molti soci fallirono proprio perchè la compagnia risultava essere piccola rispetto alla capitalizzazione del mercato e, soprattutto, rispetto ai rischi sottoscritti.

Da qui si rese necessario un allargamento dei soci accettando anche coloro che non fossero stati operatori di mercato, stranieri e donne. Ed è questa la struttura che ancora oggi regola la Corporazione e che è composta da 2011 membri per quanto riguarda la prima categoria (Soci) e 314 (Agenti) per la seconda.

La sede attuale.

L’attuale sede, il Lloyds Building situato nel cuore della City,  è stata inaugurata nel 1986 ed è opera dell’architetto Richard Rogers. Il palazzo è alto 76 metri ed è suddiviso su 14 livelli.  Al sesto piano si trova la galleria dei visitatori dalla quale si può osservare dall’alto la “Underwriting Room”, la sala ove si concludono i contratti assicurativi. Al centro si trova la “Lutine Bell”, la campana dell’omonima fregata francese  affondata nel 1799 con un carico di argento e assicurata a suo tempo presso i Lloyd’s. Per tradizione, con un rintocco, la campana annunciava le cattive notizie, mentre due rintocchi  annunciavano quelle buone. Oggi il suo uso è legato solo alle occasioni ufficiali e a particolari cerimonie commemorative.

Accanto alla campana vi è un piccolo scrittoio, il “Rostrum”, sul quale poggia il “Casualty Book”, ovvero il “libro delle sciagure”. Un registro sul quale ancora oggi vengono annotati, rigorosamente con penna d’oca, i nomi delle navi affondate e assicurate presso i Lloyd’s.

E il nome della “Costa Concordia” adesso è lì, trascritto sul “libro delle sciagure”.

gen 192012
 

L’Ungheria non naviga in buone acque, nè dal punto di vista economico-finanziario (anch’essa è pericolosamente vicina al default), nè dal punto di vista politico.

Il conservatore Victor Orbàn, eletto con i due terzi dei voti nel 2010 da un elettorato messo in ginocchio dalla corruzione del precedente governo di sinistra, da mesi ha imboccato la via ultranazionalistica. Il livello di attenzione verso l’Ungheria da parte degli organismi internazionali – Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale – è sempre più alto e pressante, per monitorare un regime che, in nome della nuova parola d’ordine “Fede e Nazione”, continua a sfornare leggi che vanno a porre un pesante limite alla stessa giovane democrazia magiara.

Ma si sa, è proprio nei momenti drammatici che le macchine burocratiche più ottuse scivolano involontariamente verso il ridicolo.

E’ infatti ridicola in Ungheria la nuova imposta sui cani. Da pochi giorni Il governo Orbàn ha aumentato la tassa sui cani domestici, una manovra come un’altra per fare cassa in questi momenti duri. Ma da ligio nazionalista, il nuovo governante ha pensato bene di esprimere un ineffabile distinguo: saranno esentati dal pagamento i possessori di cani di pura razza magiara.

Sarebbe senz’altro piaciuto al nostro Orwell: tutti i cani sono uguali, ma alcuni cani sono più uguali degli altri.

La notizia della tassa sui cani stranieri è di quelle che fanno ridere. Ma ti viene anche un brivido, se ti ricordi come nella Fattoria degli Animali il concetto di discriminazione faceva presto a scivolare su chine molto pericolose.

Ci auguriamo solo che il governo Orbàn non decida fra poco di imporre il guinzaglio giallo a tutti i bastardini, al fine di preservare la purezza razziale canina.

Perchè poi, per i nostri quattro zampe non puri, non rimarrebbe che la soluzione finale.

gen 142012
 

Il Museo Alinari (Firenze, Largo Fratelli Alinari) ospita fino al 25 marzo la prima importante esposizione dedicata all’attività di Brian Duffy (1933-2010), leggendario fotografo inglese.

La mostra arriva in prima assoluta in Italia dopo il grande successo ottenuto alla Idea Generation Gallery di Londra. Celebrato autore di tante immagini della Swinging London e famoso per le sue fotografie a musicisti, attori e modelle, Duffy ha creato il culto del fotografo di moda mettendo se stesso al centro della passerella, insieme a modelle e celebrità. All’apice della sua carriera, nel 1979, Duffy ha lasciato la fotografia. Ha radunato la maggior parte dei suoi lavori nel giardino dietro casa e ne ha fatto un falò.

Il figlio Chris, con opera certosina e dopo anni di ricerche tra gli archivi e le pubblicazioni di tutto il mondo, è riuscito a recuperare le 160 fotografie che compongono la mostra. E’ un insieme di immagini, rare e inedite, che offre un vero e proprio spaccato dell’iconografia culturale degli anni ’60 e ’70: dai divi cinematografici quali Michael Caine e Sidney Poitier, alle rock star come John Lennon, David Bowie e Debbie Harry. Dal glamour della top model Jean “Shrimp” Shrimpton e della Bond girl Joanna Lumley,  alla leggenda letteraria William Burroughs.

La raccolta delle opere ora in mostra non fa che confermare il ruolo fondamentale che Duffy ha avuto nella fotografia inglese quale membro della famosa “Black Trinity” (con David Bailey e Terence Donovan). Un trio, questo, che definì il linguaggio visivo della Swinging London degli anni Sessanta.

Anni ’60 che, dalle pagine di “Harper’s Bazar” e di “Vogue”, sono stati immortalati dai suoi memorabili scatti. Moltissime, per non dire quasi tutte, furono le star musicali di quegli anni da lui fotografate: oltre ai già ricordati Lennon, Bowie e Harry anche The Shadows, The Hollies, Jane Birkin, Black Sabbath, Frankie Miller, Marianne Faithfull, Blondie e Paul McCartney.  Dal 1957, quando iniziò a lavorare per “British Vogue” come fotografo di moda, Duffy ha realizzato numerosi ritratti spaziando tra il cinema, la musica, la pubblicità, la moda e la letteratura. Basti ricordare, una su tutte, la celeberrima copertina del LP “Aladdin sane” (1973) che, mostrando un David Bowie con un pesante make-up a forma di fulmine sul volto, diventa fin da subito un’icona glam pop.

Non è un caso se nel 2010, anno della sua scomparsa, la BBC ha tributato a Brian Duffy un omaggio postumo realizzando un documentario dall’eloquente titolo: “The man who shot the 60s“.