E’ noto che alle testate giornalistiche piacciono le notizie a grappolo. Forse perchè è più facile cavalcarle. O forse perchè quando le metti tutte insieme fanno più spicco, e puoi infiocchettarle come “il grande scoop”.
In questi giorni per esempio va di moda il titolone su suicidi e crisi economica. I media ne parlano diffusamente, quasi che il dramma fosse nuovo, inedito e inesplorato.
E dai giornali le notizie rimbalzano poi sulla scena politica: lo stesso Mario Monti ha velatamente accusato (per poi ritrattare) il precedente governo di non aver adeguatamente affrontato la crisi economica provocando, in qualche misura, questa tragedia.
In un infinito gioco di specchi i titoli si inseguono tutti uguali, e si perde di vista il pudore con cui si dovrebbe affrontare un argomento tanto delicato e complesso, quello della scelta di morire.
Perchè l’orrore del suicidio non è soltanto quello che viene sbattuto in prima pagina per fare scena. In termini numerici, ogni giorno in Italia sono quasi otto le persone che scelgono la morte. I dati ISTAT (qua in dettaglio) ci dicono che nel 2008 – ultimi dati disponibili – si sono uccise 2.828 persone, mentre i tentati suicidi sono stati 3.327.
Le ragioni del suicidio esigono il massimo rispetto. Ma su una di queste ragioni l’opinione pubblica pare non avere la forza o la volontà di soffermarsi: fra queste seimila persone un terzo, circa duemila individui, erano malati allo stato terminale. Il che significa che sei persone ogni giorno scelgono di morire per non continuare a soffrire.
Ma su di loro nessun rigo, nessuna prima pagina. Quasi che questi morti non avessero diritto ad una pietas. Quasi che la causa che li ha spinti ad un gesto così estremo non avesse la stessa importanza di una cambiale non onorata o di un lavoro perso.
Ma soprattutto non c’è nessuno che provi a dare conto della ipocrisia di una classe politica clericale che pervicacemente continua a chiudere gli occhi sul problema dell’eutanasia e del suicidio assistito.
E’ tristemente assente dalle prime pagine dei giornali a grande diffusione una precisa disamina delle responsabilità di coloro che vogliono gestire l’esistenza di ciascuno di noi – dalla nascita alla morte - secondo il loro credo. Una complicità che perpetua e alimenta, sotto gli occhi di tutti, questa quotidiana, silenziosa tragedia.










