Ottavina Reale

Ottavina Reale

Orfanella, cresce fortemente influenzata dai genitori adottivi, Alberto Manzi e Padre Mariano, dai quali mutua la convinzione che fede e ragione siano perfettamente coniugabili, a patto di avere un gran senso dell'umorismo. Mente razionale e vocata all'indagine matematica, ancor giovanissima incontra Douglas Adams che la introduce alla perfezione del numero 42. Da allora ogni mattina si volge ad est e devotamente ringrazia per tutto il pesce. Di letture sobrie e rigorose, si concede rari momenti di sollazzo con operette umoristiche, fra le quali spicca l'opera omnia di Gabriele Amorth.

dic 082011
 

Per il popolo dei Moso la famiglia è importante. Talmente importante da proteggerla mettendo al bando il matrimonio e la convivenza.

I Moso costituiscono una etnia millenaria che vive sull’ Himalaya, nella provincia cinese dello Yunnan, ai confini con il Tibet. La difficoltà di raggiungere quei villaggi sperduti a 2.700 metri di altezza li ha per secoli preservati da influenze esterne, mantenendo intatta un’ organizzazione sociale matrilineare, dove i ruoli fra i sessi sono complementari e mai gerarchici, dove i bambini sono patrimonio comune e gli anziani non sono mai abbandonati.I Moso sono una società egualitaria. Diversamente da quello che accade da noi, però,  sono le femmine a trasmettere il nome e i beni. Tutti i discendenti dal ramo materno – uomini e donne, adulti e bambini – vivono insieme nella stessa casa e si proteggono, si aiutano e si sostengono. Questa è la “famiglia”, che per i Moso è sacra ed è la base inviolabile della società.

Come funziona tecnicamente? Al raggiungimento dell’età adulta i maschi hanno, fra gli altri, il compito fondamentale  di vigilare su tutti i componenti del nucleo familiare, e su tutti i bambini che vi nascono.  La sera i maschi continueranno a dormire nella stanza comune. Oppure passeranno la notte presso un altro nucleo familiare, nella stanza della donna che vorrà accoglierli. Infatti, la femmina in età adulta riceve, nel corso di una cerimonia suggestiva, la chiave della sua stanza, che da quel momento diventa suo santuario personale. In quel luogo potrà accogliere per la notte il compagno scelto ogni sera durante la danza rituale. Potrebbe trattarsi di un compagno nuovo ogni volta. Oppure sempre dello stesso, perché anche presso i Moso l’amore esiste, come dappertutto. Esistono relazioni stabili, basate sul rispetto e l’affetto reciproci. Semplicemente, viene separata la vita familiare dalla vita amorosa: per i Moso, anche dal punto di vista linguistico, non esiste l’idea del “mettere su famiglia” quando due giovani si piacciono. La relazione amorosa si basa sulla formula “io ti amo ma non sono tuo, tu mi ami ma non sei mia”. All’interno di questa formula, il concetto di appartenenza all’altro viene annullato, la violenza coniugale è sconosciuta, la gelosia derisa come un’aberrazione. Viene invece garantita la protezione di ogni singolo individuo, che mai sarà manchevole di una casa, di una identità sociale, di un nucleo familiare che si prende cura di ogni figlio che viene al mondo.

Dal nostro punto di vista occidentale siamo abituati a pensare che quello che succede nel grande (la politica, la società, il governo), sia lo specchio di quello che succede nel piccolo (a casa nostra, in famiglia, nel luogo di lavoro). Allora, che cosa ci possono insegnare i Moso?

Per esempio ci insegnano che può esistere un sistema che non produce quei conflitti e quelle violenze fra i sessi che da noi comunemente vengono attribuiti alla “natura umana”. I Moso hanno inventato un modello sociale che li mette al riparo dalla violenza, dal meretricio, dalla prostituzione, dalla corruzione sessuale. Noi italiani in particolare dovremmo riflettere sul fatto che presso un popolo in cui non c’è nulla da vendere – e quindi non c’è nulla da comprare -  niente dell’immondizia che ha caratterizzato la nostra politica negli ultimi anni sarebbe mai potuta accadere.

I Moso sono una fucina di idee pericolose: non desta stupore il fatto che a partire dalla Rivoluzione Culturale il governo cinese maoista abbia imposto il matrimonio come forma di controllo sociale. La “normalizzazione” non è forse il primo cardine del processo di annullamento di una cultura?

Fra alterne vicende i Moso sono sopravvissuti fino a noi. Dagli anni Novanta però, il loro luogo di origine è facilmente raggiungibile da turisti e curiosi, con un proliferare di viaggi organizzati che offrono visite guidate a quello che, con marketing pruriginoso e in palese malafede  e’ stato definito il “paese della promiscuità sessuale”.

E’ probabile che ai Moso non resti molto tempo: dove non è riuscito il maoismo riuscirà la globalizzazione, e forse questa cultura è  destinata ad estinguersi nel tempo di un sospiro. A noi resta il privilegio di averli conosciuti. E ci resta la gratitudine verso quei viaggiatori che ci hanno fatto conoscere la loro storia.

In lingua italiana, è fondamentale la testimonianza di Francesca Rosati Freeman che nel 2010  ha pubblicato la sua testimonianza dal titolo “Benvenuti nel paese delle donne” per le edizioni XL.

Qui il video.

dic 012011
 

Nascere e morire sono le due facce naturali della stessa medaglia. Due facce che spesso, nell’ipocrita Italietta che abitiamo, diventano illegali. La notizia della recente, coraggiosa e dolorosissima scelta di Lucio Magri  — solo uno dei tanti, solo l’ultimo in ordine cronologico — ci spinge ancora una volta a ribellarci contro uno stato che ti costringe all’ espatrio perchè si ostina a negarti la dignità e l’autodeterminazione.

Scegliere la morte in Italia è illegale. Come altrettanto illegale è scegliere la vita, se è per questo, e si è costretti a varcare i confini anche per una fecondazione assistita.

L’Italia è un paese di privilegi e di sacri, intoccabili principi. Principi di una minoranza imposti a tutti. Fino allo sfinimento noi uomini e donne qualunque dobbiamo subire l’imposizione di una visione manichea della vita, dove la contrapposizione fra bene e male è usata come pretesto per battere la grancassa dei massimi sistemi, evitando in modo ipocrita di guardare la vita e i bisogni reali di tutti i cittadini. Un espediente ben collaudato che consente di sollevare polveroni mediatici che poi alla fine non portano a nulla.

Perchè tutto questo accanimento contro la libertà di autodeterminazione? Perchè imporre un diritto alla vita – sacro nel senso più alto – che spesso si tramuta in una drammatica coercizione a vegetare a qualunque costo? Perchè negare la gioia di una maternità e di una paternità solo perchè la fecondazione non è gradita a qualcuno?

Eppure è colpa nostra. Noi italiani rimaniamo immobili. Nel corso delle generazioni abbiamo imparato che qui la legge non è mai uguale per tutti, e invece di cambiare le regole è più facile scavalcarle.Lo avevamo già visto ai tempi del divorzio, ferocemente osteggiato da tutti quei timorati di dio che con bigotta doppiezza pretendevano che il matrimonio fosse indissolubile solo per i poveretti, poichè chiunque potesse disporre di danari e appoggi sufficienti poteva ricorrere alla Sacra Rota, sempre generosa con i benefattori della chiesa.

Adesso, tutti presi dal nostro individuale meschino tornaconto fatto di abusi, menefreghismo, condoni e compromessi, restiamo impassibili davanti alla più atroce delle ingiustizie: quella di sapere che le tue scelte sul nascere e il morire sono “libere” soltanto se hai la preparazione culturale e la disponibilità economica di fare un viaggio all’estero.

ott 312011
 

Il parroco della frazione di Sabbio, nel comune di Dalmine (Bergamo), dopo aver inizialmente vietato l’uso della sala parrocchiale ai bambini che volevano festeggiare Halloween, ha ceduto alla richiesta. Ma ad una condizione: che i bambini siano vestiti da santi con l’obbligo di indossare l’aureola.

Seppur vestiti da santi, i bambini non rinunceranno certamente al gusto splatter: potranno vestirsi, ad esempio, da san Bartolomeo che, scuoiato vivo, porta la propria pelle sulle spalle. Oppure da san Gennaro decapitato e raffigurato con la sua testa sotto al braccio. La bambine invece potranno optare per una santa Lucia accecata e con i propri occhi offerti su un vassoio al Signore, oppure per sant’Agata con i seni strappati e anch’essi offerti su di un vassoio.

Per non parlare dei tanti santi con stigmate sanguinolente.

C’è solo l’imbarazzo della scelta.

ott 312011
 

La violenza entra tutti i giorni nelle nostre case attraverso la TV e le prime pagine dei giornali:  un ospite al quale siamo assuefatti, come a una droga, e quando non c’è ci manca perchè il mondo sembra perdere sapore. Quanto c’è di morboso nel brivido sottile che molti hanno provato nell’assaporare – quasi in diretta – il linciaggio di Gheddafi?

E ancora: quanto di morboso c’è in quella larga fetta di spettatori che nei “talk show”  aspetta la rissa, e premia con l’audience spettacoli dove opponenti con la bava alla bocca ringhiano contro altri cani bavosi? Nelle trasmissioni di politica, di costume, di sport, alla fine ha la meglio chi ha strillato di più, chi ha inveito, chi più forte si è scagliato contro l’altro.

Certo i media di oggi non hanno inventato nulla: al Colosseo a vedere i leoni ci si andava già dai tempi gloriosi, e si tornava a casa ebbri di sangue e grati all’Imperatore.

Chi crea violenza lo fa seguendo un disegno preciso. Gli spacciatori di violenza agiscono scientemente, e la insinuano ben dosata dentro ai media, gli stessi media dai quali noi attingiamo i modelli comportamentali della nostra vita quotidiana. E all’improvviso il nostro ennesimo scoppio d’ira, la nostra ennesima raffica di insulti e volgarità  contro il solito automobilista che non guida secondo il nostro iracondo criterio non ci fa neanche più fermare un momento a riflettere su quello che siamo diventati.

La violenza amplificata dai media sovverte, in maniera orwelliana, non solo i comportamenti ma anche i concetti e le parole. E allora la nostra guerra – che è buona, giusta e fonte di salvezza (economica) – è esportazione di democrazia. In opposizione alla guerra degli altri che è invece violenza e terrorismo. E allora i nostri militari in Afghanistan non subiscono azioni di guerra ma vili attentati terroristici. Ed ancora, sono le banche in difficoltà che vanno salvate perchè loro rappresentano la nazione  e non le piccole e medie aziende o il singolo individuo che affoga nelle difficoltà spesso create dalle banche stesse.

Assueffatti alla violenza, non proviamo più stupore neanche davanti a una scazzottata alla Camera dei Deputati.

Solo che nell’ultima occasione, il 26 ottobre scorso, alla scena assisteva anche una classe di bambini delle elementari che, ospite della Camera, era stati invitata a imparare come funziona la democrazia parlamentare in Italia.

Quei bambini non li ha protetti nessuno. Hanno guardato, hanno imparato.

E’ ora di cominciare ad avere vergogna.

* Nella foto sopra, scattata il 26 ottobre alla Camera dei Deputati: a sinistra il finiano Claudio Barbaro, a destra il leghista Fabio Raineri “discutono” sulle parole pronunciate da Gianfranco Fini la sera prima a  Ballarò a proposito della baby pensionata Manuela Morrone moglie di Umberto Bossi.

Dennis chi?

 di - 15 ottobre 2011  1 Risposta »
ott 152011
 

Ci sarebbe piaciuto iniziare dichiarando che “il mondo piange la scomparsa di un genio”.  Solo che “il mondo” non se ne è quasi nemmeno accorto.

La totale mancanza di spazio-notizia dedicato alla sua morte, specie se paragonata alla risonanza causata dalla perdita di Steve Jobs fa riflettere su un mondo ormai prigioniero della scelta di acclamare solo l’eroe mediatico, dimenticando che si può assurgere a grandezze stellari solo perchè si poggia sulle spalle di altri giganti.

Eppure, senza di lui, o Ken Thomson, o Brian Kernighan non ci sarebbe stato UNIX, e senza UNIX non avremmo avuto sistemi operativi come GNU\ Linux, Mac OS X, BSD, solo per dirne alcuni. E non esisterebbe neanche il Linguaggio C, ancora oggi il linguaggio di programmazione più usato di tutti i tempi e con il quale viene scritto il software che anima i telefonini, gli ascensori, le auto, i bancomat.

E’ morto l’8 ottobre. Si chiamava Dennis Ritchie.

Crepuscolo

 di - 19 settembre 2011  3 Risposte »
set 192011
 

In questi  ultimi giorni si respira in Italia un’ aria ammorbata e pesante alla “Morte a Venezia“.

Non riesco a togliermi dalla mente l’immagine del decrepito Von Aschenbach, il protagonista avvizzito e disperato, reso folle dal desiderio per l’adolescente Tadzio e dalla orrenda consapevolezza di una giovinezza perduta per sempre. Il viso reso grottesco dagli strati di trucco e belletto, Von Aschenbach vaga per le vie di una Venezia grigia e nebbiosa devastata dall’epidemia di colera. Alla fine morirà, senza neanche essersi reso conto dello stato di distruzione in cui versano la città e il paesaggio che lo circondano.

Per certi aspetti la storia richiama la penosa decadenza del berlusconismo, nell’ora in cui il trucco e il belletto non fanno neanche più ridere.

Ma mentre per Von Aschenbach la penna di Mann e la cinepresa di Visconti riuscivano a dare grandezza e immortalità a una figura patetica, per Silvio Berlusconi basta e avanza il Fatto Quotidiano:

 

 

ago 062011
 

Il nuovo statuto dell’Università di Bologna – riscritto dal rettore Ivano Dionigi tenendo conto delle linee dettate in materia dal Ddl Gelmini – apporta profonde modifiche rispetto al precedente documento che regolava la vita dell’Alma Mater Studiorum.

Fra i principi costitutivi dell’Ateneo è sparito il riferimento al principio di laicità. Infatti, mentre nel vecchio statuto l’Università veniva definita “pubblica, autonoma, pluralista e laica”, nel nuovo è stato eliminato l’aggettivo “laica”. Contro il nuovo ordinamento si sono opposte con un  referendum interno circa 2300 persone  dell’Università.

Il nuovo statuto prevede, tra l’altro,  la fine delle 23 Facoltà a favore di 11 Scuole. Scuole che insieme ai Dipartimenti sosterranno sia la didattica che la ricerca. Cosa, questa, che ha sollevato non poche perplessità e apprensioni proprio per il settore della ricerca. Ricerca che appare fortemente limitata e condizionata a un Consiglio d’Amministrazione i cui membri saranno nominati direttamente anzichè eletti come adesso. Inoltre nel nuovo statuto il Senato Accademico non avrà più la possibilità di sfiduciare il Consiglio d’Amministrazione.

lug 252011
 

In queste ore noi abbiamo seguito da vicino – anche per motivi che ci toccano personalmente – la triste vicenda della strage in Norvegia. E restavamo in silenzio, travolti dalla difficoltà di commentare la banalità del male, un male immotivato, gratuito e supremamente stupido.

In questi casi – pensavamo – i fatti si commentano da soli, non e’ necessaria l’opinione del primo deficiente che passa di li. Invece, a passare di li é stato Magdi Cristiano Allam, giornalista egiziano naturalizzato italiano, convertito cattolico tramite battesimo direttamente ad opera di Benedetto XVI, cattolicamente divorziato e riconvolato a nozze civili.

Per il Cristiano Allam la strage norvegese non è altro che l’ennesima occasione per reiterare la tiritera per cui è giornalisticamente stipendiato: la filastrocca che recita “relativismo: sbagliato, cattolicesimo: giusto / cultura cristiana: buona, multiculturalismo: sbagliato”.

Allora, sulle pagine de Il Giornale leggiamo queste parole fumose, di grande effetto ma di poco senso:

« L’ideologia del razzismo si fonda sulla tesi che dalla condanna della religione o delle idee altrui si debba procede­re alla condanna di tutti coloro che a vario titolo fanno riferimento a quella religione o a quelle idee. Vi­ceversa l’ideologia del multicultu­ralismo è la trasposizi­one in ambi­to sociale del relativismo che si fon­da sulla tesi che per amare il prossi­mo si debba sposare la sua religio­ne o le sue idee, mettendo sullo stesso piano tutte le religioni, cultu­re, valori, immaginando che la civi­le­ convivenza possa realizzarsi sen­za un comune collante valoriale e identitario. [...] La mia conclusione? Se vogliamo sconfiggere questo razzi­smo d­obbiamo porre fine al multi­culturalismo.»

Ai morti della Norvegia questa robaccia reca poca consolazione; con un copia-incolla, però, questa minestra riscaldata fa brodo per qualsiasi salsa.

Signor Cristiano Allam, Lei scrive su un quotidiano ad ampia diffusione. I quotidiani ad ampia diffusione vengono letti da un sacco di persone miti e decenti e degne di rispetto. E da una minoranza di individui instabili di mente e religiosamente bombaroli. Ovviamente quando qualcuno deciderà di “porre fine al multiculturalismo” mettendo una bomba sul pianerottolo del vicino, Lei potrà affermare che, cristianamente, non c’era e se c’era dormiva.

lug 202011
 

«Oh quanta strada nei miei sandali \ quanta ne avrà fatta Bartali \ quel naso triste come una salita \ quegli occhi allegri da italiano in gita \ e i francesi ci rispettano \ che le balle ancor gli girano \ e tu mi fai dobbiamo andare al cine \ vai al cine vacci tu»

E dunque adesso abbiamo il Giro della Padania. La manifestazione avrà luogo  dal 6  al 10 settembre, e attraverserà il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia, per concludersi a Venezia. Quasi in concomitanza (che coincidenza) con l’annuale festa leghista dei fantomatici “popoli padani” che si terrà nella città lagunare il 12 settembre.

Il “giro padano” ci lascia perplessi e costernati. Non si tratta di una  delle solite manifestazioni – come  miss padania o come i tornei calcistici pseudo internazionali – create per grattare la pancia e gli entusiasmi elettorali del popolo leghista. Si tratta di una gara professionistica vera e propria, addirittura inserita nel calendario internazionale dall’UCI, l’Unione Ciclistica Internazionale.

Quasi non abbiamo il coraggio di interrogarci: quali pressioni politiche, quale mercimonio avrà avuto luogo per rendere possibile tutto questo? Per quale atto di italica stupidità l’inesistente “padania” deve essere posta, dal punto di vista ciclistico, sullo stesso piano di regioni storiche quali Catalunya, Quebec, Delfinato, nelle quali si svolgono gare ciclistiche internazionali?

Fu lo stesso Umberto Bossi, lo scorso anno, a lanciare l’idea di una gara ciclistica internazionale “padana”. Idea ripresa e messa in atto  da Michelino Davico, cicloamatore e sottosegretario agli interni in quota Lega Nord.  Davico che, non coraggioso abbastanza per assumersi la resposabilità della natura “politica” dell’evento, si spinse fino a delirare sulla ipotesi di un futuro “Giro del Regno delle Due Sicilie”.

Dopo tale dichiarazione, a noi – costernati – non resta che rimanere in mesta attesa di un Giro del Granducato di Toscana, di un Giro dello Stato Pontificio, di un Giro del Ducato di Parma, di un Giro del Regno di Sardegna.

Ci sarebbe da ridere. Se questo non fosse l’anno in cui il Giro d’Italia e’ stato dedicato proprio al 150° anniversario dell’Unità Nazionale.

Povera Italia. Andiamo al cine, va’, che tanto a noi è da un pezzo che non ci rispetta più nessuno.

 

Exorcist 2.0

 di - 14 luglio 2011  Commenta »
lug 142011
 

La nuova frontiera del satanismo è la rete. Su internet la diffusione delle pratiche sataniche è sempre più estesa. A dirlo è la Chiesa, che pensa di arginare il fenomeno istituendo dei corsi specifici per esorcisti presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, con l’obiettivo di formare i sacerdoti stessi per contrastare e sconfiggere le “demoniache presenze” online.

L’esorcista Don Gabriele Nanni – sul quotidiano La Repubblica – sostiene che:

«Fino a non molto tempo fa questo era un fenomeno di nicchia. Con l’avvento di internet e soprattutto dei social network, il fenomeno è diventato di piazza e ormai il diavolo viene evocato anche attraverso il web [...] Ci sono paesi più colpiti di altri da Satana, in particolare quelli che lottano contro il maligno perché chi vive nella fede è anche il maggior antagonista del diavolo».

Ma chi è Don Gabriele Nanni? Oltre che esorcista egli è membro della Alleanza Dives In Misericordia di Rinnovamento Carismatico Cattolico e  affiliato al RnS – Rinnovamento nello Spirito, una delle sette più attive – e controverse – del mondo cattolico vicino al Vaticano.

L’RnS rappresenta la struttura organizzativa attorno alla quale è stato costruito e diffuso  il fenomeno Medjugorie. Benchè la posizione attuale della Chiesa sulle apparizioni della Madonna che si susseguono dal 1981 è di non constat de supernaturalitate  (non c’è traccia di soprannaturale), è stato lo stesso Vaticano che ha consentito che si creasse intorno a questo piccolo paese della Bosnia un fenomeno simile a quelli di  Lourdes e di Fatima. E sappiamo tutti quanto muova in termini economici il cosiddetto “turismo religioso”.

Ma sul tema del “satanismo in rete” è scesa in campo anche la diocesi di Frascati che ha distribuito ai propri fedeli un vademecum contro il demonio, dove si sostiene che il web ”è mentitore e che opera attaverso la tentazione e l’inganno”.

Insomma: non ci resta che suggerire il rilascio di uno specifico antivirus. Il nome lo abbiamo già pensato: Exorcist 2.0.