Brunilda

Brunilda

Brunilda viene spesso udita parlare - con pari devozione - di insolite pozioni, gatti neri e antenati defunti, il che le conferisce un'aura stregonesca decisamente poco consona al suo razionalismo e all'amore verso ogni forma d'intelligenza propriamente detta. Silenziosa osservatrice di comportamenti altrui, che talvolta si diletta a evidenziare con un lieve ma palese moto del sopracciglio destro, coltiva il sogno di possedere un cervello puramente algoritmico.

Una cultura open

 di - 4 luglio 2013  Commenta »
lug 042013
 

Quando si parla di gratuito su internet, c’è sempre qualcuno che storce la bocca e punta il dito contro una tendenza che a suo dire “rovinerebbe il mercato”. Beh, una delle cose che mi è rimasta maggiormente impressa dalla lettura di Gratis (tit. originale: Free) di Chris Anderson è il modo in cui il concetto di gratuito venga a tutt’oggi sapientemente usato e dosato per far muovere business che non sono né con l’acqua alla gola né prepotentemente filantropi. In altre parole, la gratuità pura e dura non esiste; esiste un approccio al mercato che dice “Toh, prova un po’ la mia merce a costo zero e fammi sapere – diventando poi mio cliente – che hai gradito”.

Questo prologo per ribadire che “non esistono pranzi gratis” e che sarebbe più opportuno guardare a ciò che la Rete offre a costo zero come una risorsa proficua per produttori (in senso lato) e fruitori assieme. Consapevoli del fatto che c’è sempre di che trarne profitto – e attribuisco al termine “profitto” una connotazione positiva – ecco che anche la cultura in Rete si fa “open”.

Il sito Open Culture (al cui progetto è anche possibile collaborare) ne è un esempio. Si tratta in sostanza di un contenitore che presenta una moltitudine di risorse per imparare, studiare, rinfrescare la memoria e anche solo per soddisfare la propria curiosità. Dagli audiolibri ai corsi di lingua (latino incluso), passando per ebook di vario tipo, il sito ha il pregio di permettere un gran risparmio in termini di tempo (si evita di trascorrere ore sui motori di ricerca) ma anche uno svantaggio: è interamente in inglese e le risorse che propone pure. Questa è, purtroppo, una delle principali limitazioni per chi non ha dimestichezza con la lingua. A maggior ragione se consideriamo che l’approccio del “gratis” può davvero permettere di allargare gli orizzonti. Basti pensare alla miniera costituita da Internet Archive o, per restare in tema di lingue, agli ottimi corsi base offerti dalla BBC.

Insomma, condividere la conoscenza si profila come la chiave che apre (ma per ora potremmo dire “socchiude”) una porta su un modo di funzionare i cui risvolti non sono ancora stati interamente scoperti.

mag 252013
 

oilCi aveva anche provato, la settimana scorsa, l’Unione Europea a mettere al bando le classiche oliere da ristoranti e affini, per sostituirle con bottiglie d’olio monouso ed etichettate, con tappo antimanomissione.

Il motivo? Ufficialmente la tutela del consumatore, il quale con l’oliera anonima rischia di vedersi rifilare da quei (ci si augura) pochi disonesti un oliaccio che nemmeno il meccanico all’angolo… Del resto, è capitato a tutto di guardare con sospetto la trasparente ampolla contenente un liquido a volte verde alieno, altre e ben più frequenti volte giallo radioattivo. La proposta dell’UE – seppure chiaramente “oliata” dai paesi in prima linea nella produzione di olio d’oliva – era se non altro una mossa nella giusta direzione verso una maggior chiarezza e trasparenza dei prodotti che consumiamo fuori casa.

Invece, dopo una settimana l’UE si ritrova costretta a fare retromarcia e a ritirare la proposta, a causa di una divergenza di opinioni tra i paesi sostenitori (tra cui, per l’appunto, i maggiori produttori di olio d’oliva, Italia in primis) e i “bastian contrari”, prevalentemente nordeuropei. C’è un detto inglese: the squeaky wheel gets the grease. Chi più si lamenta, meglio viene servito. Nel caso in questione, a essere oliati sì, ma con olio per ruote, alla fin fine sono sempre i consumatori.

Un vero peccato, insomma, che ancora una volta gli interessi di chi l’Europa la popola siano stati messi in secondo piano, ma un rammarico ancora più profondo lo trasmette la constatazione che  – come in molte altre occasioni – il tirare l’acqua al mulino del proprio orticello si dimostri ben più importante del sentirsi parte di una comunità.

Il salto del cavallo

 di - 24 febbraio 2013  2 Risposte »
feb 242013
 

chess_horse

Prosegue a ondate di notizie lo scandalo della carne equina riscontrata là dove non dovrebbe esserci. Ultima in ordine cronologico è la “geniale” proposta tedesca di donare munificamente i prodotti contenenti carne di cavallo non dichiarata ai bisognosi, con il pretesto che gettare cibo perfettamente edibile sia un delitto.

Non so, a me quella di dare “ai poveri” gli scarti che “i ricchi” non si degnerebbero di mangiare più che una buona idea pare una vera e propria boutade estremamente snob caratterizzata da un’odiosa vena classista alla Fantozzi. Ma vediamo quali sono i problemi di una tale proposta. Innanzitutto, ci si para il fondoschiena sottolineando che la carne debba essere di qualità. Già, ma se fosse davvero di qualità, perché allora non la mangiamo tutti? Se fosse davvero di qualità, perché prendersi la briga di intrufolarla quatti quatti tra manzo e manzo? Se fosse davvero di qualità, verrebbe davvero mischiata al manzo, considerato che la carne equina destinata al consumo umano è – in quanto carne di qualità – costosa? È dunque più che giustificabile il sospetto che non si tratti affatto di carne di qualità, bensì di carne di cavalli ritirati dalle corse a fine carriera, ossia animali cui vengono somministrati farmaci che non sono propriamente acqua di rose.

Il secondo problema della suddetta proposta è l’arroganza, travestita da bonario paternalismo, con cui si vorrebbe rifilare a un’altra persona cibo non degno di comparire “alla mensa del ricco”. Forse allora sarebbe il caso di chiarire le idee a chi è mosso da tali intenzioni: il cibo destinato a mense, collette o banchi alimentari dovrebbe essere esattamente lo stesso che consuma chi la spesa la fa tutti i giorni. Perché al posto di chi riceve quel pacco, un giorno potrebbe trovarcisi lui.

Parlar chiaro

 di - 16 ottobre 2012  Commenta »
ott 162012
 

È di ieri la notizia, riportata dalla BBC, dell’accordo tra il premier britannico David Cameron e il leader indipendentista scozzese Alex Salmond, che di fatto dà il via libera nell’autunno del 2014 al referendum nel quale la Scozia sarà chiamata a esprimere la sua volontà (o meno) d’indipendenza dal Regno Unito.

Facciamo un piccolo viaggio indietro nel tempo. Per quasi mille anni il Regno di Scozia è esistito come entità a sé, con una propria legislatura, quantunque abbia sempre mantenuto uno stretto legame con la vicina Inghilterra. Fino al 1707, anno in cui il Treaty of Union sancisce di fatto l’unione tra Inghilterra e Scozia nel Regno di Gran Bretagna (che diventerà Regno Unito circa un secolo dopo, con l’ingresso del Regno d’Irlanda prima e dell’Irlanda del Nord poi).

Benché il trattato politico tra i due paesi fosse stato all’epoca firmato di comune accordo, la questione indipendentista non è cosa nuova. Pur tuttavia, una buona spinta in avanti l’ha sicuramente ricevuta dalla più che trentennale disputa su chi debba avere il controllo del petrolio nel Mare del Nord, argomento diventato il cavallo di battaglia del partito di Salmond.

Non è difficile immaginare che la Scozia indipendentista guardi a est, nella fattispecie all’evoluzione della Norvegia, da paese poverissimo e palleggiato tra varie corone scandinave a simbolo di prosperità e società modello. Ma le vicende storiche che hanno forgiato il carattere degli scozzesi sono molto diverse. Pertanto, come giustamente rileva The Guardian, forse sarebbe anche il caso di prestare attenzione ai sondaggi, i quali al momento non danno per favorita l’indipendenza del paese.

Tuttavia, a prescindere dall’esito del referendum, una vittoria “super partes” è già stata ottenuta: quella di promuovere un referendum con un’unica domanda, semplice, comprensibile e diretta, non il classico sillogismo all’italiana dove il sì vuol dire no e viceversa.

giu 182012
 

Che il file sharing non sia particolarmente amato da produttori e venditori di materiale protetto da copyright è cosa risaputa. Così come sono noti i colpi – a volte anche bassi, diciamolo – inferti da questi alle comunità peer-to-peer.

In un certo senso, però, lascia comunque perplessi l’attacco diretto che l’industria cinematografica ha rivolto all’amministratore del sito Norsub, specializzato nella distribuzione di file con sottotitoli di materiale cinematografico.

In sostanza, l’accusa ha chiamato in causa il fatto che, distribuendo la traduzione amatoriale dei dialoghi di film e telefilm, viene meno il rispetto del copyright. Questo perché il testo – poniamo di un film  – non può essere visto come un elemento a sé, ma rientra nel prodotto-film coperto appunto da copyright.
L’admin di Norsub se l’è cavata così così: a fronte della richiesta di una condanna al carcere da parte dell’industria cinematografica, il tribunale norvegese ha optato per una multa di quindicimila corone norvegesi, cioè circa duemila euro. Non proprio bruscolini, insomma.

La questione è complessa. Da un lato, si tratta di una vicenda che sino a oggi non ha avuto grossi precedenti, quantunque la “caccia” ai cosiddetti fansub non sia cosa nuova. Dall’altro, sul fatto che i dialoghi di un prodotto televisivo o cinematografico rientrino nell’ambito protetto da copyright c’è poco da discutere. Quando si vuole pubblicare o comunque distribuire un libro in una lingua diversa da quella del testo orginale, si acquistano i diritti di traduzione, cioè per l’appunto il permesso di tradurre quel testo. I sottotitoli non fanno differenza e l’industria hollywoodiana lo ha fatto sapere. Come dire, finora abbiamo lasciato correre. Adesso vi diamo una bella lezione per farvi capire che certe cose non si fanno. Il problema è che questa volta a prendere le difese di Davide contro Golia mancherà una precisa categoria di “Davidi”: quella di chi traduce sottotitoli per lavoro, che già da tempo lamenta come il fenomeno del fansubbing abbia ulteriormente compromesso un settore già in bilico tra tempi ultraristretti, compensi decisamente inadeguati e corsa al ribasso. Una potenziale lotta tra poveri? Ci si augura di no.

Utopia

 di - 30 maggio 2012  Commenta »
mag 302012
 

In questi giorni disgraziati in cui la terra ci ha preso gusto a ballare la rumba, su Twitter accanto all’hashtag #terremoto si è diffuso come i ponfi del morbillo quello #no2giugno, con il quale si chiede che la parata militare del 2 giugno, ricorrenza della Repubblica, venga annullata per devolverne il denaro alle zone terremotate. Idea senz’altro lodevole e indice di una sensibilità che si spinge oltre la sterile polemica, per cominciare a portare qualche aiuto concreto a chi ora deve ritrovare il coraggio di vivere. Il presidente Napolitano ha tuttavia affermato che la parata si farà in maniera sobria, con un pensiero alle vittime del sisma. Il problema, e i meno ingenui lo hanno già capito, è che un qualsiasi festeggiamento di carattere pubblico non si organizza in due giorni e che, come suggerisce Massimo Gramellini, è quantomeno azzardato aspettarsi che annullando la parata due giorni prima dell’evento lo Stato abbia a disposizione denaro verosimilmente già impegnato.

Il problema, se non altro per chi scrive, non è la parata militare del 2 giugno 2012. Il problema, sempre per chi scrive, è il seguente. In una situazione di limonesca spremitura del cittadino “perché l’Italia non deve fare la fine della Grecia”, in un balletto dove con una mano ti tolgo e con l’altra anche e insomma, per dirla con toni meno polemici, in un periodo in cui ci vengono chiesti sacrifici per il bene comune (ma senza alcuna garanzia di potercelo un giorno godere, questo bene comune), una parata militare, una sfilata carnascialesca  o una qualsivoglia dimostrazione di presenza statale attuata attingendo a fondi pubblici non andrebbe cancellata. In uno Stato governato da persone lungimiranti che abbiano a cuore i loro concittadini, una cosa del genere non andrebbe nemmeno organizzata a monte. A prescindere da qualunque terremoto.

feb 192012
 

Ha suscitato legittime polemiche la recente notizia della punizione inflitta a due adolescenti di Bassano del Grappa (Vicenza), sorpresi durante un rapporto orale nei bagni di un edificio scolastico in orario di lezione: un giorno di sospensione a lui, quattro a lei. La motivazione di una simile disparità di trattamento starebbe il fatto che la ragazza si trovava nel bagno maschile, luogo in cui non sarebbe dovuta entrare. È palesemente una scusa, come chiunque sano di mente avrà capito. Molti anni or sono mi trovavo, con un litro di birra nella vescica, a fare una lunga fila in attesa di usare il bagno delle donne di un padiglione dell’Oktoberfest, allorché mi sono resa conto di quanto fosse sciocco anteporre una convenzione sociale a un’urgenza fisiologica, e quindi me ne sono andata a pisciare nel semivuoto bagno degli uomini. Seguendo il ragionamento della summenzionata vicenda, avrebbero dovuto espellermi dalla Germania.

Il nocciolo del problema è invece un altro, e cioè perché mai ancora adesso la scuola (mi si perdoni la generalizzazione), il cui obiettivo principale dovrebbe essere quello di plasmare adulti responsabili, davanti a episodi che in un modo o nell’altro deviano dai valori che intende trasmettere non si rimbocca le maniche e insegna, anziché spedire tutti a casa? Perché non prevede una specie di “fondo cassa” scolastico per pagare un insegnante che impartisca agli allievi “in punizione” ore di lezione supplementari incentrate per esempio sull’educazione civica, sociale e sessuale? O, in alternativa, perché non prende accordi con associazioni di volontariato per infliggere un “castigo” alternativo, ossia ore di lavoro socialmente utile? Insomma, perché non forma un po’ di più le coscienze? Mi immagino le repliche: “è facile prendersela sempre con la scuola…”. Sarà anche facile, ma l’indignazione è lecita. E continuerà a esserlo fintanto che rimbalzeranno sui giornali atteggiamenti di pilatesca memoria.

Per inciso, sulla scia di queste polemiche, è emerso che la ragazza avrebbe ricevuto una punizione maggiore per non ben specificati comportamenti difficili tenuti in passato. Un’interessante chiosa alla faccenda, non c’è che dire. Peccato che a me ricordi tanto, troppo, un vecchio adagio: “picchia tua moglie ogni giorno; tu non sai perché, ma lei sì”.

Bicindignatevi!

 di - 19 giugno 2011  2 Risposte »
giu 192011
 

Il buonsenso vorrebbe sempre protetta la categoria più debole – che sulla strada è data da bici e pedoni – ma è un dato di fatto che questa categoria risulta invece spesso la più bistrattata, per il tacito motivo che non “fa cassa”, non produce cioè un riscontro in denaro sotto forma di tasse, carburante o contravvenzioni.

In questo contesto si inserisce una recente ordinanza ahinoi con solerzia messa in atto dal Comune di Brescia, che in nome del decoro urbano prevede la rimozione delle biciclette parcheggiate fuori dagli stalli, rimozione attuata se necessario con il taglio dell’eventuale catena usata per bloccare la bici e seguita dall’inevitabile multa (oltre che dal tuffo al cuore nel non trovare più il proprio mezzo e dal disagio di doverselo andare a recuperare).

Certamente non si vuole mettere in discussione il desiderio di accogliere con un biglietto da visita fatto di ordine e pulizia chi arriva nella città lombarda, ma – ne converrete – come motivazione è alquanto traballante, considerato che veicoli ben più ingombranti hanno la cattiva abitudine di infestare i marciapiedi cittadini invadendone lo spazio e precludendo il passaggio a passeggini, carrozzine e sedie a rotelle. Per non parlare poi dello stato in cui versano i suddetti marciapiedi. Ragion per cui la reazione si è fatta subito sentire.

A ben vedere, l’ordinanza di Brescia porta a due ipotesi: 1) gli stalli sono effettivamente insufficienti; 2) a Brescia c’è un sacco di gente che ha a cuore l’ambiente e lascia a casa l’auto. La soluzione nel primo caso è semplice: si aumentino le rastrelliere, evitando furbescamente di metterle a pagamento. Nel secondo caso, non c’è che da elogiare la coscienza dei cittadini.

mar 062011
 

A gennaio Amazon ha felicemente annunciato che le vendite di libri digitali avevano registrato un sorpasso su quelle dei tascabili cartacei. Buon per Amazon, verrebbe da dire. Ma nemmeno questo riesce a togliere dalla testa che il concetto di ebook si stia facendo strada dopo un parto incerto e condizioni fisiche non proprio ottimali. Ai libri digitali si rimprovera principalmente l’eccesso di “lucchetti”, ossia i DRM (Digital Rights Management, sistemi che gestiscono i diritti digitali regolamentandone l’uso), che renderebbero la vita complicata ai lettori.

Nati a protezione del diritto d’autore (e anche dell’editore, verrebbe voglia di aggiungere), la principale critica loro rivolta è quella di farlo a detrimento del lettore. Poiché i libri digitali esistono in vari formati (non tutti leggibili da un singolo ebook reader) e ogni formato ha un suo tipo di “lucchetti”, ne consegue l’impossibilità di acquistare determinati titoli magari presenti solo in un formato non letto dal proprio reader.* Un po’ come se all’acquisto di un volume il libraio ci dicesse: “Questo libro si può leggere solo il martedì e in un preciso luogo”. Un guinzaglio un po’ troppo corto per il prezzo imposto.

Ed è proprio il costo ritenuto eccessivo l’altro punto debole del libro digitale. All’ebook viene rinfacciato infatti un costo di pochissimo inferiore (se non per nulla) al cartaceo a fronte per l’appunto di una minor libertà di utilizzo. Non è dunque un ipotetico scarso valore attribuito a un titolo nella sua versione digitale che alimenta le diffuse lamentele legate al prezzo, bensì la consapevolezza che la propria libertà di leggere ovunque e comunque viene meno, oltre all’antipatica sensazione di essere presi per i fondelli da un sistema che boicotta il lettore onesto senza fare un baffo a chi sceglie di mettere mano al lucchetto in questione. D’altro canto, a nessuno piace pagare per essere costretto a circolare con il suddetto guinzaglio, soprattutto quando questo guinzaglio sembra avere sempre la stessa misura (qui il comunicato stampa ufficiale).

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* Per inciso, è possibile scaricare gratuitamente programmi per la lettura dell’ebook sul proprio computer, ma questo non risolve le cose. Primo perché il computer manca della praticità di un ebook reader (che posso infilare in borsa e portare ovunque), secondo perché la retroilluminazione (che gli ebook reader non hanno) dopo un po’ affatica gli occhi, oltre ad abbreviare l’autonomia della batteria. Ulteriori punti deboli del libro digitale sono descritti qui.

C’è chi dice no

 di - 31 gennaio 2011  Commenta »
gen 312011
 

A partire (si spera, considerando la discrepanza di date) dal 1 febbraio 2011 entrerà in vigore il registro pubblico delle opposizioni, al quale potranno rivolgersi gli abbonati telefonici che non desiderino ricevere telefonate a scopo commerciale da call center vari. Per farlo, occorrerà iscrivere il proprio numero al suddetto registro, attraverso 5 modalità:

  • via web, utilizzando l’apposito modulo;
  • tramite email;
  • con una telefonata (occorre chiamare dal telefono che si intende “proteggere”);
  • con raccomandata;
  • via fax (Il Sole24ORE riporta tutti i contatti in dettaglio)

L’iniziativa adotta dunque il regime di opt-out, secondo cui qualora non si intenda essere contattati a scopi di marketing è necessario dirlo chiaro e tondo, per l’appunto iscrivendosi al registro. In caso contrario, entra in azione il famigerato silenzio-assenso, con un magistrale colpo di spugna all’opt-in del passato, nel quale invece occorreva specificare la volontà a ricevere queste telefonate. In sostanza, a partire da domani se non si vuole essere scocciati, bisogna dire – anzi urlare – NO. E sperare che qualcuno sia in ascolto.

A parere di chi scrive, tirando le somme si tratta di un’iniziativa che lascia il tempo che trova, nel senso che se nemmeno il precedente regime opt-in era risultato particolarmente efficace a far desistere le aziende, ancor meno efficace si profila un opt-out poco pubblicizzato e caratterizzato da concetti non sempre intuitivi per le categorie più deboli, spesso vittime  inconsapevoli di telemarketer “dal naso fino”. Preme inoltre sottolineare un signor dubbio sollevato mesi addietro: ma fino a che punto ci può garantire questo registro, considerato il potenziale conflitto d’interessi che sembra delinearsi minaccioso?

A margine, infine, notiamo che per il momento la lentezza con cui le pagine web del registro si aprono è esasperante.