Brunilda

Brunilda

feb 192012
 

Ha suscitato legittime polemiche la recente notizia della punizione inflitta a due adolescenti di Bassano del Grappa (Vicenza), sorpresi durante un rapporto orale nei bagni di un edificio scolastico in orario di lezione: un giorno di sospensione a lui, quattro a lei. La motivazione di una simile disparità di trattamento starebbe il fatto che la ragazza si trovava nel bagno maschile, luogo in cui non sarebbe dovuta entrare. È palesemente una scusa, come chiunque sano di mente avrà capito. Molti anni or sono mi trovavo, con un litro di birra nella vescica, a fare una lunga fila in attesa di usare il bagno delle donne di un padiglione dell’Oktoberfest, allorché mi sono resa conto di quanto fosse sciocco anteporre una convenzione sociale a un’urgenza fisiologica, e quindi me ne sono andata a pisciare nel semivuoto bagno degli uomini. Seguendo il ragionamento della summenzionata vicenda, avrebbero dovuto espellermi dalla Germania.

Il nocciolo del problema è invece un altro, e cioè perché mai ancora adesso la scuola (mi si perdoni la generalizzazione), il cui obiettivo principale dovrebbe essere quello di plasmare adulti responsabili, davanti a episodi che in un modo o nell’altro deviano dai valori che intende trasmettere non si rimbocca le maniche e insegna, anziché spedire tutti a casa? Perché non prevede una specie di “fondo cassa” scolastico per pagare un insegnante che impartisca agli allievi “in punizione” ore di lezione supplementari incentrate per esempio sull’educazione civica, sociale e sessuale? O, in alternativa, perché non prende accordi con associazioni di volontariato per infliggere un “castigo” alternativo, ossia ore di lavoro socialmente utile? Insomma, perché non forma un po’ di più le coscienze? Mi immagino le repliche: “è facile prendersela sempre con la scuola…”. Sarà anche facile, ma l’indignazione è lecita. E continuerà a esserlo fintanto che rimbalzeranno sui giornali atteggiamenti di pilatesca memoria.

Per inciso, sulla scia di queste polemiche, è emerso che la ragazza avrebbe ricevuto una punizione maggiore per non ben specificati comportamenti difficili tenuti in passato. Un’interessante chiosa alla faccenda, non c’è che dire. Peccato che a me ricordi tanto, troppo, un vecchio adagio: “picchia tua moglie ogni giorno; tu non sai perché, ma lei sì”.

Bicindignatevi!

 di - 19 giugno 2011  2 Risposte »
giu 192011
 

Il buonsenso vorrebbe sempre protetta la categoria più debole – che sulla strada è data da bici e pedoni – ma è un dato di fatto che questa categoria risulta invece spesso la più bistrattata, per il tacito motivo che non “fa cassa”, non produce cioè un riscontro in denaro sotto forma di tasse, carburante o contravvenzioni.

In questo contesto si inserisce una recente ordinanza ahinoi con solerzia messa in atto dal Comune di Brescia, che in nome del decoro urbano prevede la rimozione delle biciclette parcheggiate fuori dagli stalli, rimozione attuata se necessario con il taglio dell’eventuale catena usata per bloccare la bici e seguita dall’inevitabile multa (oltre che dal tuffo al cuore nel non trovare più il proprio mezzo e dal disagio di doverselo andare a recuperare).

Certamente non si vuole mettere in discussione il desiderio di accogliere con un biglietto da visita fatto di ordine e pulizia chi arriva nella città lombarda, ma – ne converrete – come motivazione è alquanto traballante, considerato che veicoli ben più ingombranti hanno la cattiva abitudine di infestare i marciapiedi cittadini invadendone lo spazio e precludendo il passaggio a passeggini, carrozzine e sedie a rotelle. Per non parlare poi dello stato in cui versano i suddetti marciapiedi. Ragion per cui la reazione si è fatta subito sentire.

A ben vedere, l’ordinanza di Brescia porta a due ipotesi: 1) gli stalli sono effettivamente insufficienti; 2) a Brescia c’è un sacco di gente che ha a cuore l’ambiente e lascia a casa l’auto. La soluzione nel primo caso è semplice: si aumentino le rastrelliere, evitando furbescamente di metterle a pagamento. Nel secondo caso, non c’è che da elogiare la coscienza dei cittadini.

mar 062011
 

A gennaio Amazon ha felicemente annunciato che le vendite di libri digitali avevano registrato un sorpasso su quelle dei tascabili cartacei. Buon per Amazon, verrebbe da dire. Ma nemmeno questo riesce a togliere dalla testa che il concetto di ebook si stia facendo strada dopo un parto incerto e condizioni fisiche non proprio ottimali. Ai libri digitali si rimprovera principalmente l’eccesso di “lucchetti”, ossia i DRM (Digital Rights Management, sistemi che gestiscono i diritti digitali regolamentandone l’uso), che renderebbero la vita complicata ai lettori.

Nati a protezione del diritto d’autore (e anche dell’editore, verrebbe voglia di aggiungere), la principale critica loro rivolta è quella di farlo a detrimento del lettore. Poiché i libri digitali esistono in vari formati (non tutti leggibili da un singolo ebook reader) e ogni formato ha un suo tipo di “lucchetti”, ne consegue l’impossibilità di acquistare determinati titoli magari presenti solo in un formato non letto dal proprio reader.* Un po’ come se all’acquisto di un volume il libraio ci dicesse: “Questo libro si può leggere solo il martedì e in un preciso luogo”. Un guinzaglio un po’ troppo corto per il prezzo imposto.

Ed è proprio il costo ritenuto eccessivo l’altro punto debole del libro digitale. All’ebook viene rinfacciato infatti un costo di pochissimo inferiore (se non per nulla) al cartaceo a fronte per l’appunto di una minor libertà di utilizzo. Non è dunque un ipotetico scarso valore attribuito a un titolo nella sua versione digitale che alimenta le diffuse lamentele legate al prezzo, bensì la consapevolezza che la propria libertà di leggere ovunque e comunque viene meno, oltre all’antipatica sensazione di essere presi per i fondelli da un sistema che boicotta il lettore onesto senza fare un baffo a chi sceglie di mettere mano al lucchetto in questione. D’altro canto, a nessuno piace pagare per essere costretto a circolare con il suddetto guinzaglio, soprattutto quando questo guinzaglio sembra avere sempre la stessa misura (qui il comunicato stampa ufficiale).

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* Per inciso, è possibile scaricare gratuitamente programmi per la lettura dell’ebook sul proprio computer, ma questo non risolve le cose. Primo perché il computer manca della praticità di un ebook reader (che posso infilare in borsa e portare ovunque), secondo perché la retroilluminazione (che gli ebook reader non hanno) dopo un po’ affatica gli occhi, oltre ad abbreviare l’autonomia della batteria. Ulteriori punti deboli del libro digitale sono descritti qui.

C’è chi dice no

 di - 31 gennaio 2011  Commenta »
gen 312011
 

A partire (si spera, considerando la discrepanza di date) dal 1 febbraio 2011 entrerà in vigore il registro pubblico delle opposizioni, al quale potranno rivolgersi gli abbonati telefonici che non desiderino ricevere telefonate a scopo commerciale da call center vari. Per farlo, occorrerà iscrivere il proprio numero al suddetto registro, attraverso 5 modalità:

  • via web, utilizzando l’apposito modulo;
  • tramite email;
  • con una telefonata (occorre chiamare dal telefono che si intende “proteggere”);
  • con raccomandata;
  • via fax (Il Sole24ORE riporta tutti i contatti in dettaglio)

L’iniziativa adotta dunque il regime di opt-out, secondo cui qualora non si intenda essere contattati a scopi di marketing è necessario dirlo chiaro e tondo, per l’appunto iscrivendosi al registro. In caso contrario, entra in azione il famigerato silenzio-assenso, con un magistrale colpo di spugna all’opt-in del passato, nel quale invece occorreva specificare la volontà a ricevere queste telefonate. In sostanza, a partire da domani se non si vuole essere scocciati, bisogna dire – anzi urlare – NO. E sperare che qualcuno sia in ascolto.

A parere di chi scrive, tirando le somme si tratta di un’iniziativa che lascia il tempo che trova, nel senso che se nemmeno il precedente regime opt-in era risultato particolarmente efficace a far desistere le aziende, ancor meno efficace si profila un opt-out poco pubblicizzato e caratterizzato da concetti non sempre intuitivi per le categorie più deboli, spesso vittime  inconsapevoli di telemarketer “dal naso fino”. Preme inoltre sottolineare un signor dubbio sollevato mesi addietro: ma fino a che punto ci può garantire questo registro, considerato il potenziale conflitto d’interessi che sembra delinearsi minaccioso?

A margine, infine, notiamo che per il momento la lentezza con cui le pagine web del registro si aprono è esasperante.

gen 062011
 

Come ormai abbiamo avuto modo di vedere, dal primo gennaio 2011 è entrato in vigore il divieto di mettere in commercio le comuni buste di plastica non biodegradabile per la spesa, ossia i cosiddetti shopper; i vari esercizi commerciali hanno la possibilità di smaltire le scorte senza tuttavia addebitarne il costo al cliente. E fin qui ci siamo. L’iniziativa è decisamente apprezzabile e se ne riconosce la preoccupazione ambientale che la muove.

E una volta esaurite le scorte? Beh, supermercati e negozi vari avranno comunque la possibilità di commercializzare le buste biodegradabili, già da tempo in vendita. In alternativa, si farà ricorso alla classica “sporta” della nonna o comunque a borse riutilizzabili, in qualche occasione generosamente donate. Non si può dunque che approvare tale decisione.

Indugiano però come fastidiose cimici sul vetro di una finestra al sole due domande, anzi “domandone”, che ci si augura troveranno risposta quanto prima:

1) Adesso che i sacchetti tradizionali di plastica sono fuorilegge, dove le mettiamo le “scoasse”. la “rumenta”, la “monnezza”… l’immondizia, insomma? Nelle borse biodegradabili, che si rompono al solo guardarle? Negli appositi sacchetti neri che dovremo immancabilmente acquistare, magari dai cinesi, che costano meno? E quelli forse non inquinano?

2) Ma i supermercati ci lasceranno davvero entrare con le nostre brave borse riutilizzabili, dato che già adesso se solo osi  tentare di entrare con in mano un minisacchettino prima ti radiografano come un terrorista, dopodiché ti sigillano la borsa dello scandalo?

Considerato che l’anno è ai suoi primi vagiti, aspetteremo e vedremo. A me però vien da ridere al pensiero di andare al solito ipermercato e vedermi sigillare le borse… dentro un’altra borsa. Di plastica naturalmente. Speriamo solo sia biodegradabile.

Cauteliamoci

 di - 7 ottobre 2010  1 Risposta »
ott 072010
 

Rimbalza di sito in sito trascinandosi dietro una scia di più che legittimi mugugni la dichiarazione forse incautamente fatta dal presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua al forum Ania – Consumatori (chi desidera approfondire gli argomenti del forum può scaricarne il comunicato stampa). Il tema scottante – cui peraltro sarebbe stato opportuno dare maggior rilievo – riguarda principalmente gli iscritti alla gestione separata Inps e le modalità di consultazione online della propria posizione previdenziale.

Tale modalità di consultazione non permetterebbe infatti la simulazione della potenziale pensione che verrà percepita. Il motivo – citiamo – sarebbe il seguente: “se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale” (fonte). Insomma, un tentativo di cautelarsi da paventate sommosse popolari di risorgimentale memoria.

Una dichiarazione del genere risulta assai grave, soprattutto in bocca a chi rappresenta l’ente cui, per forza o per amore, tanti cittadini debbono rivolgersi in vista e nella speranza della futura pensione. E’ però anche ammirevole la sincerità (o forse l’ingenuità?) con cui almeno una volta tanto si cerca di dire pane al pane: per i precari non c’è futuro tra le braccia dello Stato. Ci auguriamo solo che la suddetta affermazione possa di fatto contribuire al nascere di un atteggiamento proattivo da parte dei diretti interessati e di un minimo di vergogna in chi ci governa, cosa quest’ultima purtroppo alquanto utopica.

Crazy Train

 di - 30 settembre 2010  3 Risposte »
set 302010
 

Lo titola il Corriere, e fa un certo effetto vedere che il quotidiano nazionale ha ancora un residuo di sana polemicità tra scandali, scandaletti e cavalieri.
Trenitalia offre al gentil sesso la possibilità a ottobre di viaggiare gratis su alcuni treni a media e lunga percorrenza, nella fattispecie Frecciarossa e Frecciargento. Ma “solo” se accompagnate. Da famiglia con pargolo durante la settimana, in coppia il sabato. Il meccanismo dietro questo genere di promozione è elementare: si vuole farsi pubblicità senza perderci in profitto, anzi, magari guadagnandoci sopra. Ecco che allora per ogni donna che non paga, a dover acquistare il biglietto è il resto della famiglia o l’altro/a partecipante alla coppia, gente che magari di prendere il treno non ne aveva punto voglia. Tuttavia, questa raffazzonata promozione è – consentitecelo – alquanto odiosa, perché va a discriminare proprio quelle donne sulla cui sicurezza vorrebbe sensibilizzare: le viaggiatrici sole. Al di là del fatto che è deprimente vedere come, alle soglie del 2011, in Italia l’essere femminile si riempia di significato solo in rapporto a una funzione (moglie, fidanzata, madre, amante) con l’altro sesso, in mancanza della quale la donna diventa invisibile, rimane il fastidio di vedersi ancora una volta falsamente rappresentate. Un po’ come dire, se hai famiglia o sei in coppia, ti accettiamo. In caso contrario, sei aberrante e come tale vai emarginata.
Cara Trenitalia, la prossima volta i biglietti gratis mettili in lotteria. Sarà per lo meno più onesto.

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Fuori tema: se avete voglia di dilettarvi un po’ con la canzone del titolo, la trovate qui.

Chi decide cosa leggiamo?

 di - 18 settembre 2010  2 Risposte »
set 182010
 

E’ risaputo che la libertà d’informazione passa attraverso una pluralità di vedute cui venga concessa una concreta possibilità di esprimersi. Ne abbiamo avuto un esempio con la tanto discussa ed esecrata “legge bavaglio” che ha scatenato il (meritato) vespaio mediatico.

Di recente tuttavia a picconare questa pluralità di vedute hanno contribuito altri due sassi lanciati in una piccionaia ahinoi rimasta pressoché inerte. Ci riferiamo ai recenti danni subiti dalla piccola editoria indipendente, i cui prodotti spesso contribuiscono a immettere nel panorama culturale  – così solerte a promuovere letture “usa e getta” – buoni elementi di riflessione. Il primo di questi sassi lo ha lanciato quatto quatto la scorsa primavera il decreto interministeriale che sopprime le tariffe agevolate per l’editoria (eccezion fatta per le onlus, la cui sorte è tuttavia ancora incerta). Questo significa che i piccoli editori – i quali non possono avvalersi di un sistema di distribuzione capillare ed esclusivo – sono costretti a mettere in conto un aumento non proprio irrisorio delle spese di spedizione, a danno loro, del lettore e dell’offerta in generale.

Il secondo sasso è una pasticciata “legge sul prezzo del libro” (il cui primo firmatario è, guarda caso, colui che già nel precedente governo vagheggiava di bavagli), che ufficialmente avrebbe lo scopo di contribuire allo sviluppo della lettura e della cultura libraria nel Paese, ma che di fatto allo stato attuale liberalizza le campagne promozionali del prodotto-libro a vantaggio dei grandi gruppi editoriali (con annesse catene) e a detrimento di piccoli editori e librai indipendenti (che non possono permettersi una perenne promozione), arrecando in ultima analisi un danno anche al lettore, che pur beneficiando di promozioni per undici mesi all’anno, correrà il rischio di veder minato l’accesso a una varietà culturale già sofferente. Spiega infatti una libraia indipendente: “Il problema ovviamente non è solo quello degli sconti, gli sconti illudono il lettore di potersi avvicinare ai libri — e in parte è così – ma il dramma è che i lettori in questo modo si avvicinano in realtà solo ai libri che decidono gli editori“.
L’appello alla modifica della proposta è consultabile qui. La proposta di legge verrà discussa in Senato il prossimo 21 settembre.

Veleno in visone

 di - 17 settembre 2010  Commenta »
set 172010
 

Autunno, tempo di riprendere la marcia un po’ rallentata dall’estate, tempo di nuovi inizi, tempo di rentrée. Non – come preferiremmo – la rentrée letteraria che come ogni anno per un breve periodo anima il mondo francofono, bensì quella decisamente deprecata e, lasciatecelo dire, assai di cattivo gusto, che sembra aver caratterizzato il settore della moda quest’anno.

Si sa che periodicamente la moda ci ripropone, reinventandoli nel bene e nel male, temi di stagioni e decenni passati: stile anni Sessanta, Settanta, Ottanta… Per quest’inverno, forse in un tentativo di esorcizzare una volta per tutta l’odiosa parola “crisi” o forse per le pressioni di qualche “addetto”, a tornare in voga sono le pellicce. Non, si badi bene, quelle ecologiche tanto care a Topolino. No, proprio le costose – in termini di vita – pellicce animali.

Ci rendiamo conto che le nostre Geremiadi sulla risibile motivazione di una scelta del genere (in parole povere, il vanto) possono rispecchiare qualcosa di detto e ripetuto. Lasciateci però puntare comunque il dito contro una pratica resa più barbara dalla futilità del suo scopo e dalla natura effimera dei criteri che soddisfa. L’allevamento e l’uccisione di esseri viventi per futili motivi è già di per sé un qualcosa di alienante; se poi consideriamo quanto dura una moda, cioè lo spazio di una stagione, possiamo renderci conto di che fine farà quella pelliccetta trendy che sfoggiavamo orgogliosi all’ora dello struscio. Per non parlare poi del compulsivo paradosso femminile, che ci vede visitare l’estetista puntuali come orologi svizzeri per farci rimuovere fino al più minuscolo pelo di ogni anfratto corporeo, per poi correre a ributtarceli addosso. C’è solo da augurarsi un inverno tropicale.

mar 022010
 

I quotidiani nazionali riportano la notizia che la varietà di patata geneticamente modificata “Amflora” potrà essere coltivata in Europa a scopo “alimenti per animali”. Senza entrare nel merito dei potenziali rischi per la salute  -  a tutt’oggi però ancora da dimostrare per mancanza di tempo e studi su larga scala – preme sottolineare la natura “gossipara” della notizia, tendenza  (pare)  sempre sempre più in voga. La Stampa e il Corsera, per esempio, nell’edizione online titolano “Fine dell’embargo“, dando l’impressione di avere a che fare con qualche “stato canaglia”  (a questo proposito, era assai più preferibile il termine “moratoria” utilizzato dall’Ansa).

Un embargo rende certamente la notizia maggiormente “d’effetto”, ma richiamando situazioni ben più drammatiche, in questo caso non ha molto a che vedere con lo stop alla coltivazione di un tubero. Oltretutto, il termine reca in sé una connotazione di “ingiustizia” che trasforma il via libera della patata in questione in  qualcosa di ancora più legittimo. Infine fuorviante, quantunque in questo caso non “gossiparo” ma proprio fuori luogo (letteralmente), il commento attribuito al Vaticano. Forse la Santa Sede ritiene che in Italia (in Europa, diciamolo) rischiamo di morire di fame?