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Un gregge per vivere

 di - 18 maggio 2012  Commenta »
mag 182012
 

In Italia circa tremila giovani hanno scelto di mettersi alla guida di un gregge, come precisa scelta di vita per non arrendersi alla crisi. È quanto stima la Coldiretti in occasione delle rilevazioni Istat sull’occupazione.

Si tratta in gran parte di giovani che intendono dare continuità all’attività dei genitori, ma ci sono anche ingressi ex novo di ragazzi spinti da una scelta di vita alternativa, a contatto con gli animali e la natura. E quando a guidare il gregge sono i più giovani si assiste, secondo la Coldiretti, a un impulso nell’attività con il 78% delle nuove leve che investe – anche nella congiuntura economica negativa – sul miglioramento dei prodotti aziendali. La diffusa capacità di innovazione si concentra sulla qualità e sulla sicurezza del prodotto ma anche nella capacità di presidiare il mercato attraverso nuove formule commerciali, come la vendita diretta.

Le storie sono le più diverse. Davide Bortoluzzi, per esempio, ha 25 anni e con il diploma dell’Istituto tecnico era pronto a entrare nello studio del padre geometra. Lui invece ha realizzato il suo sogno: un gregge di 500 pecore per scorrazzare sulle Dolomiti. Giuseppe Stocchi, invece, ha 28 anni e conduce una grande azienda di pecore a Leonessa, in provincia di Rieti. Possiede ben 1.500 pecore, comisane (razza siciliana) e sarde con una spruzzatina di sopravissana, che producono 220/230 litri di latte al giorno per ricavarne ottimi formaggi (pecorino stagionato in grotta, pecorino primo sale, pecorino media stagionatura, pecorino fresco) e ricotta, che vende direttamente nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica.

Secondo la Coldiretti, tra i fattori che mettono a rischio il futuro della pastorizia c’è il fatto che più della la metà della carne di agnello in vendita è importata – soprattutto dai paesi dell’Est – all’insaputa dei consumatori e spacciata come made in Italy. Tutto nasce dalla mancata introduzione dell’obbligo di indicare l’origine in etichetta previsto dalla legge nazionale già approvata all’unanimità dal Parlamento. E non va meglio per il latte.

mag 162012
 

Mentre all’estero l’apertura nei confronti del matrimonio gay è condivisa da esponenti politici di varie impostazioni, in Italia il centro-sinistra appare fin troppo pavido, mentre il centro-destra ostenta una spavalda omofobia. Complice la netta opposizione della Chiesa cattolica.

Negli Usa il presidente, il cristiano liberal Barack Obama, ha recentemente affermato che è a favore delle nozze omosessuali. Il socialista François Hollande, che ha vinto le elezioni presidenziali in Francia, ha promesso nel suo programma elettorale la legalizzazione del matrimonio gay, in un paese dove già esistono i pacs. Incontrando l’opposizione degli integralisti cattolici. E persino David Cameron in Gran Bretagna, nonostante gli strali della Chiesa cattolica, di quella anglicana e delle altre confessioni religiose coalizzate, appoggia il matrimonio omosessuale con questa idea: “Non sostengo il matrimonio gay nonostante sia conservatore, ma lo sostengo proprio perché sono un conservatore”.

In Italia invece il segretario della principale forza di centro-destra, il pidiellino Angelino Alfano, ha agitato lo spauracchio dello “zapaterismo”. E il Pd era riuscito a spaccarsi anche su questo. A marzo, la sentenza della Cassazione che ha posto la questione della tutela delle unioni gay e del diritto che gli omosessuali hanno ad una vita familiare, ha necessariamente riaperto il dibattito.

Il segretario del PD, Pierluigi Bersani, auspica che il governo affronti la questione per “una regolarizzazione moderna delle convivenze stabili tra omosessuali”. Ma con dei paletti: “Terrei fuori dal dibattito la parola matrimonio, che da noi comporta una discussione di natura costituzionale, al contrario di altri paesi”. E’ comunque necessario “dare dignità e presidio giuridico alle convivenze stabili tra omosessuali perché il tema non può essere lasciato al Far West”. In realtà nella Costituzione, all’art. 29, non si fa riferimento a uomo e donna, bensì ai “coniugi”, nonostante questo sia un argomento molto in voga tra i clericali che vogliono dare una patina accettabile alle proprie critiche.

Anna Paola Concia, deputato PD e militante LGBT sposata con la sua compagna in Germania, chiede che il partito si impegni in tempi brevi per decidere quale, tra le proposte ora in Commissione Giustizia della Camera, debba essere sostenuta.

Per Ivan Scalfarotto, “se il problema è la parola matrimonio la soluzione ce la danno Londra e Berlino”, con una legge sulle unioni civili “di contenuto perfettamente identico al matrimonio e poi del nome riparliamo quando avremo capito che il matrimonio gay è un problema solo sulle due sponde del Tevere”. E non, aggiunge, una soluzione limitata come quella dei Dico.

Speriamo che finalmente il Parlamento abbia il coraggio di prendere una qualche decisione in merito.

fonte: Uaar

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Mamma

 di - 13 maggio 2012  Commenta »
mag 132012
 

Mia madre mi disse quando ero piccolo:
Vieni, siediti vicino a me, mio unico figlio
E ascolta attentamente ciò che ti dico.
E se lo farai, questo ti aiuterà
In un giorno di sole
Prenditi il tuo tempo
Non vivere troppo di fretta,
I problemi arriveranno e poi se ne andranno.
Và, trova una donna e troverai l’amore,
E non dimenticare, figlio,
Lassù c’è qualcuno.

Simple Man, Lynyrd Skynyrd

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mag 112012
 

I Blog, anche quelli giornalistici, non rientrano fra i prodotti editoriali regolamentati dalla legge sull’editoria. Quindi non debbono essere soggetti a registraziozne e, soprattutto, non debbono essere considerati stampa clandestina.

«La Corte di Cassazione annulla senza rinvio perchè il fatto non sussiste».

Questa la sentenza emessa ieri dalla terza sezione della Corte di Cassazione dopo cinque, lunghi anni di ricorsi e appelli.

Non possiamo che essere felice di questa conclusione.

Rimane lo sconcerto che solo in Italia si sia dovuti ricorrere a una sentenza per sancire un’ovvietà che in tutti gli altri paesi viene data per scontata.

mag 112012
 

Il dati pubblicati dal Centro Operativo Aids del Ministero della Salute, attivato nel corso del 2011 in tutte le regioni italiane, descrivono chiaramente una malattia che sta cambiando target. Nel 2010 sono stati diagnosticati 5,5 nuovi casi di positività al virus Hiv ogni 100.000 residenti ma il tasso di incidenza, da solo, non basta a delineare i contorni di questo fenomeno.

Innanzitutto – per fornire un identikit del nuovo contagiato – a contrarre il virus nel nostro paese sono principalmente gli stranieri residenti, che rappresentano circa un terzo dei nuovi casi; l’incidenza è sensibilmente maggiore nel centro-nord del paese e ad ammalarsi sono sempre di più maschi eterosessuali che si espongono a rapporti non protetti. Calano sensibilmente i nuovi contagi tra gli utilizzatori di sostanze stupefacenti per via endovenosa.

Negli anni Ottanta il profilo, anche mediatico, del malato sieropositivo coincideva con il maschio bianco, giovane, omosessuale e/o utilizzatore di sostanze per via iniettiva mentre oggi questo stereotipo cede il passo a una vera e propria normalizzazione della malattia. Per normalizzazione si intende un cambiamento di segno della malattia stessa che invece di essere direttamente associabile ad una tipologia definita di persone si diffonde nella popolazione e colpisce tutte le fasce sociali.

Le persone che hanno scoperto di essere Hiv positive nel 2010 hanno infatti mediamente un’età più alta che in passato  (35 anni le donne e 39 gli uomini) e vengono spesso diagnosticate in una fase avanzata della malattia, quando la compromissione del sistema immunitario è già molto grave e la possibilità di sopravvivere con un’alta qualità di vita – grazie al sostegno dei farmaci antiretrovirali – diminuisce.

Complessivamente, il numero delle persone viventi con infezione da Hiv è aumentato – anche grazie all’allungamemnto della sopravvivenza dei malati – passando dai 135.000 casi nel 2000 ai 157.000 casi nel 2010. Infine, dato importante, sta aumentando il numero di malati che contraggono la malattia dopo i 50 anni d’età.

Negli ultimo 10 anni, a fronte di un aumento nel numero di nuovi casi di Hiv registrati, l’unica cosa che ha continuato a diminuire è l’interesse nei confronti di questa malattia e l’investimento nella pubblicizzazione mediatica dei rischi. L’Aids, come grande malattia infettiva, ha ceduto il passo – soprattutto nel nostro immaginario – ad altri generi di emergenza come, ad esempio, il rischio delle pandemie influenzali.
Un dato su tutti invece dovrebbe portarci a riflettere: la scoperta della malattia in una fase conclamata segnala infatti due cose importanti. La prima è che le persone che oggi si ammalano ricadono al di fuori di quelli che una volta venivano percepiti – a torto o a ragione – come gruppi sociali a rischio. Si tratta cioè di persone che non percepiscono quanto il loro comportamento li esponga. La seconda è che il silenzio mediatico che circonda il tema dell’Hiv, il suo essere “passato di moda”, contribuisce alla diminuzione, nella popolazione, della percezione di questo rischio.

Si tratta di due elementi micidiali, in grado di generare una recrudescenza grave di questa malattia e che, in conclusione, ci portano anche ad un’amara considerazione in tema di laicità.
Solo pochi decenni fa l’Hiv rappresentava la malattia di gruppi percepiti, principalmente da una certa cultura cattolica, come “devianti” sui quali ricadeva la giusta “punizione divina”.

Quando chi si espone al rischio invece smette di essere il drogato o il gay e prende i contorni “rassicuranti” del padre di famiglia, eterosessuale che paga prostitute straniere, la punizione divina diventa incredibilmente silenziosa, come a voler non far parlare di sé.

fonte: Cronache Laiche

mag 052012
 

Giuliano Ferrara è un giornalista corpulento, ex Ministro nel primo governo di Silvio Berlusconi degli anni ‘90. È anche la figura centrale – anzi, l’unica – di Qui Radio Londra sul primo canale televisivo dell’emittente di stato italiana, RAI. Subito dopo il primo telegiornale della sera, il suo programma non avrebbe potuto avere uno spazio più influente.

Eppure nel programma Ferrara sta seduto di fronte alla telecamera dando lezioni agli spettatori su tutto ciò che gli passa per la testa, per 5 – 7 minuti. Ferrara è un uomo brillante: eloquente, provocatorio e colto. Ma è anche indubbiamente un uomo di Berlusconi. Il suo quotidiano, Il Foglio, è stato fondato con l’aiuto del denaro dell’attuale ex moglie del magnate e, quando l’ultimo governo Berlusconi è entrato in crisi, Ferrara è stato convocato per dargli consiglio. È difficile pensare a un altro Paese europeo, tranne forse la Bielorussia, in cui un giornalista così palesemente di parte possa avere l’opportunità di “approfondire” le notizie.

Che il suo programma abbia lo stesso nome di quello trasmesso dalla BBC durante la guerra e la resistenza anti-nazista è grottesco, come se Qui Radio Londra desse voce alle vittime di una dittatura. Fino al novembre scorso, quando ha perso il potere, Silvio Berlusconi era stato al governo per 8 degli ultimi 10 anni. Durante il regno di Berlusconi, la RAI, il cui consiglio di amministrazione riflette i rapporti di potere in Parlamento, faceva eco al Governo su due dei suoi tre canali. E tre dei rimanenti quattro canali nazionali sono di proprietà di Berlusconi.

Ferrara si definisce “l’elefante”, termine doppiamente appropriato [in lingua inglese, n.d.t.] perché Qui Radio Londra rappresenta la prova evidente del conflitto di interessi nei media italiani: sebbene qualunque cosa possa essere cambiata in Italia dopo le dimissioni di Berlusconi dello scorso novembre, il suo intimidatorio potere mediatico rimane sconfinato. Ed è improbabile che qualcosa cambi prima delle prossime elezioni politiche, previste per la primavera del 2013.

L’unica decisione significativa sui mezzi di comunicazione elaborata dal governo “tecnico” che ha rimpiazzato Berlusconi è stata quella di insistere per mettere all’asta un nuovo gruppo di frequenze TV del digitale terrestre (il governo Berlusconi aveva deciso che avrebbero dovuto essere regalate, e non è difficile immaginare a chi). Questa mossa è stata persino coraggiosa. Il governo di Mario Monti è mantenuto al potere da un’alleanza dei tre maggiori gruppi parlamentari. E il più grande di tutti è sempre il partito di Berlusconi, il Popolo della Libertà, PdL. Il governo voleva riformare la RAI. Ma sembra che i partiti che lo sostengono abbiano posto il veto su questa idea. Il mese scorso il Ministro responsabile ha timidamente annunciato che non ci sarebbe stato abbastanza tempo per la riforma prima della fine della legislatura.

Se l’oscena concentrazione di influenza mediatica in Italia sta per essere erosa, non è certo grazie ai suoi politici. Sky Italia di Rupert Murdoch raggiunge adesso 5 milioni di case italiane e il suo canale di notizie 24 ore su 24 offre una  copertura equilibrata, se ciò può rassicurare. Oltre a ciò, e forse anche più importante, c’è internet. Un crescente numero di giovani italiani semplicemente ignora i prodotti dei mezzi di comunicazione tradizionali per ottenere notizie ed opinioni da siti web di attualità, sempre in aumento, in italiano. Ma il cambiamento è lento.

Il tasso di diffusione di internet in Italia è fra i più bassi d’Europa. Fino all’anno scorso, secondo Eurostat, quasi il 40% degli italiani non aveva mai usato internet, a differenza di poco più del 10% in Gran Bretagna. I sondaggi indicano che gli italiani ricevono ancora quattro quinti delle notizie dai media tradizionali.

Gli effetti sono impossibili da dimostrare. Ma nel 2010 un ente pubblico, l’ISAE, ha svolto un’indagine per capire quanto la percezione degli italiani sull’economia corrispondesse alla realtà. Le risposte hanno dimostrato che, per ognuna delle tre voci (crescita, inflazione e disoccupazione) gli italiani pensavano che le cose fossero migliori di quanto in realtà fossero quando Berlusconi era al potere, e peggiori quando invece erano i suoi avversari ad essere in carica. Nel 2007, ad esempio, quando l’Italia era guidata dal centro-sinistra, la gente pensava, in media, che il tasso di disoccupazione fosse del 14,2%. In realtà, era meno della metà. Nell’anno in cui Berlusconi è tornato al potere, la media percepiva che il tasso si fosse abbassato al 9,5%, anche se il dato reale era cambiato appena.

fonte: The Guardian, “Giuliano Ferrara: Italy’s elephant in the TV” – foto: Getty Images

mag 022012
 

In Italia, paese considerato come uno dei più superstiziosi, si vive un autentico “boom” di sette, un fenomeno senza paragoni rispetto agli altri paesi occidentali. Molto spesso si tende però a «confondere fede e superstizione, e questo si trasforma in un punto debole per molte persone, ed è qui che se ne approfittano guru, maghi e ciarlatani» spiega ad ABC il  professore Giovanni Panunzio, fondatore del Telefono Antiplagio contro ogni tipo di sette e santoni, che  in Italia stanno crescendo come funghi.

Soltanto le sette sataniche ammontano a 8.000, con più di 600.000 adepti, cifre alle quali si devono aggiungere «migliaia di nuovi culti e forme religiose legate a figure carismatiche». La denuncia è stata fatta dalla rivista ufficiale della Polizia di Stato italiana Polizia moderna. «Il fenomeno è sempre più esteso», segnala Giovanni Panunzio. Lombardia e Piemonte, Lazio e Sicilia sono le regioni dove il satanismo è più esteso, anche se abbonda in tutta Italia. Negli ultimi tre mesi nella diocesi siciliana di Monreale sono state rubate ostie e oggetti sacri in quattro chiese, che poi vengono utilizzati durante cerimonie e messe nere.

C’è chi ha definito la Sicilia come il paradiso del diavolo e la terra degli esorcisti, considerando la straordinaria concentrazione di preti esorcisti. L’isola presenta infatti il numero più alto di sacerdoti ufficialmente accreditati dai vescovi per la lotta contro il demonio:  ci sono circa 100 esorcisti in tutta Italia, 20 dei quali solo in Sicilia.

Il professore Tullio Di Fiori, studioso del fenomeno in Sicilia, commenta che le sette sataniche sono in aumento e sono più difficili da controllare in quanto molto chiuse, e inoltre la tecnologia complica le cose: «I capi delle sette utilizzano internet per organizzare le cerimonie, creando blog dove parlano in codice con gli adepti, blog che poi disattivano. Le sette – aggiunge – non sono molto diverse da Cosa Nostra nel momento di fare proseliti. Prima del rito di iniziazione il capo si assicura che si tratti di una persona affidabile. La mafia non tollera i pentiti, e lo stesso discorso vale per i guru delle sette».
Secondo il criminologo Alfonso Terrana «il giovane che entra a far parte di una setta vive spesso una situazione familiare problematica. Per molti adorare il diavolo è una forma di ribellione contro il sistema».

Oltre al fenomeno delle sette, ogni anno circa 13 milioni di italiani, vale a dire 35.000 persone al giorno, ricorrono a maghi, santoni e guaritori. Si tratta di un business che muove più di 6.000 milioni (sei miliardi) di euro. Secondo il professore Giovanni Panunzio, che studia da molto tempo il fenomeno dell’occulto, le ragioni che spingono i cittadini a ricorrere a questi operatori sono le seguenti: sentimentali (52%), economiche (24%), di salute (13%), giudiziarie (6%) e per chiedere protezione (5%). Questi operatori sono soliti compiere una serie di reati quali truffa, esercizio abusivo della professione medica, estorsione e violazione della privacy.

Per quanto riguarda le cause dell’aumento dei dipendenti delle sette verificatosi negli ultimi tempi, il professore Panunzio sottolinea: «C’è una crisi di valori e delle relazioni umane, con un aumento della solitudine. Ora che c’è la crisi economica, i santoni, guru, capi setta e tutti i tipi di ciarlatani promettono alle vittime di risolvere i loro problemi. Internet ha aiutato molto l’espansione del fenomeno». L’età media delle vittime, secondo il professore, è di 42 anni. Le donne rappresentano la maggioranza (51%), seguono uomini (38%) e adolescenti (11%).

Il fondatore del Telefono Antiplagio ci spiega alcuni dei pericoli più comuni nei quali incorrono le vittime: «Il lavaggio del cervello da parte dei maghi e capi setta tende generalmente a conseguire due obiettivi: soggiogare la donna con la scusa di aiutarla per poi abusarne sessualmente, e sfruttare economicamente le vittime. Alcune finiscono con l’essere totalmente rovinate».

fonte: ABC

apr 302012
 

Un giorno Max Schrems ha voluto vederci chiaro: ha chiesto a Facebook di dargli accesso a tutti i dati personali conservati che lo riguardano. La risposta che ha ricevuto dal social network è andata ben oltre i suoi peggiori timori: tutto ciò che egli aveva cancellato c’era ancora. I suoi cambiamenti di stato, le sue richieste di aggiungere amici, i suoi messaggi privati. Facebook ha conservato assolutamente tutto quello che riguarda il giovane austriaco, contro la sua volontà e andando contro ogni normativa prevista dal diritto europeo sulla privacy, che proibisce la conservazione a tempo indeterminato dei dati personali dell’utente.

Tutto ciò accadeva un anno fa. In fondo, il ventiquattrenne Schrems aveva chiesto semplicemente di far valere i propri diritti. Ogni europeo può  esigere di avere accesso ai propri dati personali, ed essendo uno studente di giurisprudenza il giovane lo sapeva.

Ma non sapeva che con la sua indagine avrebbe scatenato la più grande campagna della storia di Facebook in materia di tutela della privacy, né che sarebbe entrato in uno scontro frontale con Facebook e con un ente  europeo. Oggi, infatti, a bloccare ogni nuova procedura che prende di mira Facebook è un ente irlandese di tutela della privacy.

All’inizio Schrems voleva soltanto divertirsi. Ma a Facebook sono state necessarie sei settimane e 23 mail per comunicare allo studente austriaco tutte le informazioni che lo riguardavano, in tutto 1.222 pagine in formato Pdf piene di informazioni confidenziali su di lui, un utente qualsiasi del social network che ne conta 854 milioni

In un primo tempo lo studente incredulo si è stropicciato gli occhi, poi ha trovato pane per i suoi denti per lanciarsi in una sfida giuridica e si è servito di quelle pagine come di prove da presentare in tribunale.

All’epoca Facebook ha sicuramente sottovalutato lo studente austriaco, il quale ha presentato 22 ricorsi contro la conservazione delle informazioni personali cancellate, le fraudolente condizioni generali di utilizzo e il riconoscimento facciale automatico.

Le critiche contro la politica della privacy del social network risalgono a molto più indietro, ma Schrems è stato il primo a bussare alla porta giusta: quella dell’ente irlandese che si occupa della tutela della privacy. È in Irlanda, infatti, che Facebook ha la propria sede sociale in Europa, e ciò lo assoggetta al diritto europeo. In seguito alle sue querele, l’ente ha immediatamente fissato due sedute con la filiale irlandese del social network.

Dall’oggi al domani lo studente austriaco è diventato l’eroe della tutela della privacy in Europa: i media ne hanno fatto un David che ha battuto il cattivo Golia a colpi di fionda. Con pochi mezzi è riuscito a sollevare molto interesse intorno al suo caso. Ha fatto tutto da solo, tra un impegno di studio e l’altro, e senza l’aiuto di legali.

Quando non studiava diritto costituzionale in biblioteca, rilasciava interviste rilanciate poi dal suo sito Europe versus Facebook, dal quale si tiene in contatto con l’ente irlandese di tutela della privacy. Il tutto spendendo 9,90 euro al mese, quanto gli costa il server che ospita il suo sito web. Facebook, invece, perde milioni di euro se viene privata del diritto di raccogliere indiscriminatamente le informazioni personali in Europa.

Il social network è preoccupato, anche perché si avvicina la sua quotazione in borsa. Schrems ha ricevuto una visita a Vienna: Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, gli ha mandato Richard Allan, il suo più importante lobbista per l’Europa, accompagnato da una collaboratrice del Global Policy Team del gruppo. Inoltre il social network ha costituito un team incaricato esclusivamente di rispondere alle richieste di comunicazione dei dati personali.

Schrems, infatti, non è l’unico ad aver fatto una cosa del genere: circa 44mila persone hanno risposto al suo appello lanciato da Europe versus Facebook. Facebook, però, adesso si è fatta più prudente e restia a inviare l’elenco delle informazioni sensibili, scatenando le proteste degli utenti.

Nessuna sanzione
Parrebbe che siano tutti dalla parte dello studente austriaco. Tutti, ma non la commissione irlandese per la tutela della privacy, che si è rifiutata di fare dichiarazioni ufficiali sulla legalità della conservazione delle informazioni personali degli utenti di Facebook. In seguito alle indagini sul social network, l’ente si è accontentato di emettere raccomandazioni. Ma Facebook non ha seguito neppure queste direttive.

Gli irlandesi non vogliono che il social network o altri gruppi come Google o Imb abbandonino il loro paese, spiega Schrems. Oltretutto in Irlanda c’è bisogno di lavoro e di soldi: dalla fine del 2010 il budget irlandese resiste soltanto grazie all’aiuto finanziario di altri paesi della zona euro.

In assenza di una decisione ufficiale da parte della commissione, Schrems non può aprire altri procedimenti giudiziari contro Facebook, ed esige un verdetto. La legge irlandese glielo garantisce, dice, ma il commissario irlandese incaricato della tutela della privacy da quell’orecchio non ci sente

Schrems dovrà così attendere la fine del mese per sapere se Facebook si rifiuta ancora di conformarsi alle direttive, gli hanno detto. Nel caso in cui questa scadenza non fosse rispettata, però, non è prevista alcuna sanzione.

fonte: Süddeeutsche.detrad.: Presseurop

apr 272012
 

 

Fra oggi e domani  Minitrue potrebbe non essere raggiungibile per qualche ora o avere lentezze nell’accesso e nella navigazione.

Ciò sarà dovuto ad una migrazione di server. Con l’occasione il Blog subirà anche un profondo restyling grafico e strutturale che porterà ad una migliore fruibilità e a una più rapida navigazione nel sito.

Ci auguriamo che le features introdotte e la nuova veste grafica – che comunque ricalcherà a grandi linee quella attuale – possano essere apprezzate da chi ci legge.

apr 272012
 

Il 23 aprile scorso è stata licenziata una proposta di legge regionale perché sia garantito, ai cittadini residenti in Toscana, l’accesso ai  cannabinoidi nella terapia del dolore, nelle cure palliative e in altri tipi di terapie. L’atto verà discusso in aula il 2 maggio per l’approvazione finale.

La proposta della commissione Sanità della Regione Toscana, presieduta da Marco Remaschi (Pd) costituisce di certo un primo, importante segnale di civiltà nel nostro Paese che soffre ancora di un clima culturale nel quale le sostanze stupefacenti sono ammantate da un’aura negativa, stigmatizzate e rifiutate tout court anche in tutti quei casi in cui potrebbero essere utilizzate – alla stregua di farmaci – per sollevare i malati da sofferenze evitabili.

Uno dei settori in cui il dibatto a riguardo è più avanzato è naturalmente quello delle cure palliative. Per cure palliative si intendono quelle cure prestate a pazienti con prognosi infausta e che, non rispondendo più ai trattamenti tradizionali, devono essere aiutati a mantenere alta – oltre che per il periodo più lungo possibile – la propria qualità di vita.

Molti tra questi pazienti soffrono a causa di dolori incoercibili o per una varietà di altri sintomi difficili da trattare – quale ad esempio la nausea – e che possono rispondere positivamente all’uso di cannabinoidi. Su questi pazienti – tra l’altro – è già possibile, per legge,  utilizzare farmaci oppioidi, gli unici in grado di controllare stabilmente il dolore.

Come sempre accade però, anche le leggi più lungimiranti, organiche e “moderne” impiegano molto tempo a penetrare nel tessuto sociale e organizzativo della sanità italiana e – una volta promulgate – sono destinate ad anni di elaborazione e traduzione in pratica.

La proposta della commissione Sanità toscana può essere dunque letta come una delle avanguardie dell’ottima legge 39/99 voluta dall’allora ministro della Salute, Rosy Bindi che prevedeva, oltre allo sdoganamento ufficiale degli oppioidi, l’istituzione di 188 hospice (a tutt’oggi sono 151) e uno stanziamento di 208 milioni di euro.

La legge Bindi rappresenta un passo importante, al quale sono fortunatamente seguiti molti altri: integrazioni, altre leggi regionali, decreti ministeriali e ulteriori stanziamenti di fondi. Ma si tratta ancora di una strada in salita in cui il sospetto nei confronti del ricorso a oppioidi e cannabinoidi costituisce uno dei sintomi più gravi di arretratezza culturale. Questa arretratezza è tristemente connessa alla cultura cattolica e – cosa ancor peggiore – al fatto che la giovane tradizione delle cure palliative nel nostro paese è gestita da una maggioranza di organizzazioni religiose piuttosto che laiche.

Senza volere né potere semplificare la complessità di questo tema, ci poniamo una domande: una cultura religiosa che trova nel dolore, nella sofferenza e nella resurrezione il suo motore interno e il suo senso più profondo sarà più o meno sensibile e proattiva nell’alleviare il dolore rispetto a una cultura che non attribuisce a quel dolore alcuna dimensione moralizzante?

fonte: Cronache Laiche