laredazione

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Dic 032013
 

Presseurop

Questo l’editoriale di Presseurop:

“Tra tre settimane probabilmente Presseurop chiuderà. Il nostro contratto con la Commissione europea, che finanzia il sito, scadrà il 22 dicembre. La Direzione generale della comunicazione, che dipende dal vicepresidente Viviane Reding, ci ha fatto sapere che non intende andare avanti con il progetto, adducendo motivazioni finanziarie.

Il Parlamento europeo ha votato un aumento del budget Ue per il 2014 per assegnare alla Commissione risorse finanziarie supplementari da dedicare ai progetti di comunicazione come Presseurop, ma la Commissione preferisce utilizzarli per altre iniziative. Senza fondi saremo costretti a sospendere il nostro lavoro.

Fin dalla sua apparizione del 2009 Presseurop si è imposto come uno dei principali siti d’informazione indipendenti sull’Unione europea. Ogni giorno voi lettori avete potuto leggere il meglio della stampa europea e internazionale tradotto in dieci lingue, condividendone e commentandone i contenuti. In questo modo è nata una comunità che rappresenta un embrione della cittadinanza europea e che ha saputo animare il dibattito sull’Europa utilizzando una piattaforma di discussione multilingue unica. Per le testate, i giornalisti, gli intellettuali e gli esperti di cui abbiamo pubblicato gli articoli (oltre 1.700 ad oggi), Presseurop ha rappresentato uno strumento per superare le frontiere linguistiche e raggiungere un maggior numero di lettori.

Siamo profondamente dispiaciuti del fatto che a pochi mesi da elezioni europee, che si annunciano cruciali per il futuro dell’Europa, la Commissione europea abbia deciso di chiudere questa esperienza, nonostante il nostro lavoro sia molto apprezzato dai lettori, dagli specialisti di questioni europee e dai giornalisti. Bruxelles è stata invitata a confermare Presseurop anche da una valutazione indipendente, ma ha preferito seguire un’altra strada, a costo di privare i cittadini europei di uno strumento prezioso di partecipazione alla vita democratica dell’Unione.

Siamo convinti che questo spazio non debba scomparire. Per questo ci rivolgiamo a voi lettori, senza i quali non avremmo mai potuto realizzare questo progetto. Vi chiediamo di sostenerci diffondendo il nostro appello, per convincere la Commissione europea a confermare Presseurop per il 2014″.

Dic 022013
 

Alfano

Ci ha provato Fini a dar vita a una destra laica, che avesse il senso dell’autonomia dello Stato e fosse rispettosa dei diritti civili degli italiani, sui quali, in verità, neppure il centro-sinistra sta dimostrando molta fermezza. Gli è andata malissimo. Adesso il nuovo centro-destra di Alfano neppure ci prova e si capisce perché. Ha imbarcato i politici di Comunione e Liberazione (vedi Formigoni e Lupi) e i neoconvertiti integralisti Sacconi e Roccella.

Non c’è niente da fare, in Italia la destra non può che essere cattolica e perfino bigotta, se vuole racimolare voti da ceti sociali che praticano un cattolicesimo di facciata, un cattolicesimo rassicurante e conformista. Vero è che il nuovo papa rischia di mettere in pericolo un simile cattolicesimo, ma già la Curia e certi cardinali sono passati alla controffensiva e cercano di riportarlo sui vecchi binari. Vedremo come andrà a finire, ma le manovre clericali fra Alfano e Casini non lasciano presagire nulla di buono. L’unica destra laica in Italia è stata quella immediatamente post-risorgimentale, la cosiddetta destra storica allieva di Cavour che dovette fronteggiare la questione romana.

Ma, da quando c’è il regime concordatario, l’unica possibilità che una forza politica di destra ha di trovare un ampio bacino elettorale è quello di mettersi sotto la protezione ideologica della Chiesa. Quando si parla del nuovo centro-destra di Alfano come di una destra europea, che garantirebbe finalmente, anche da quella parte dello schieramento politico, la fedeltà a certi valori repubblicani, si dimentica che la repubblica dei cosiddetti moderati italiani continua ad essere una repubblica ben diversa da quella prevista dalla costituzione europea. La repubblica di questi signori distingue ancora fra cittadini di prima e di seconda categoria, cittadini di pieno diritto e cittadini che possono, bene che vada, essere benevolmente tollerati nei loro valori e modi di vita.

In compenso il nuovo centro-destra ammette anch’esso, come Forza Italia, l’esistenza di supercittadini come Silvio Berlusconi, che sono comunque al di sopra delle leggi, anche dopo che sono stati definitivamente condannati in regolari e liberi processi. Con questa destra, con buona pace di Napolitano e di Scalfari, non ci possono essere intese né larghe né strette.

Nov 292013
 

Selfie vintage

È “selfie” la parola inglese del 2013. Almeno secondo l’autorità assoluta in materia linguistica, l’Oxford Dictionaries, che l’ha scelta fra molte altre. Una Selfie è, secondo definizione, “una fotografia fatta a se stessi, scattata di solito con uno smartphone o una webcam e caricata su un social forum”. In poche parole, la versione moderna del vecchio autoscatto.

La parola selfie, spiegano gli editor alla Oxford Dictionaries, ha rapidamente fatto il salto dal gergo degli smanettoni da tastiera dei social media, al linguaggio quotidiano e ai mainstream media. E di autoscatti, o selfie che dir si voglia, il web e i social straripano davvero. E non si tratta solo di giovanissimi che sperimentano pose innocenti o ammiccanti, con le piastrelle del bagno sullo sfondo. Indimenticabili gli autoscatti delle spalle (e altre rotondità) di Scarlett Johansson, destinati al marito e finiti, chissà come, in pasto al grande pubblico del web. O le gallerie di scatti hot che Martina Colombari, sguardo torbido rivolto alla sua immagine riflessa nello specchio, ha voluto regalare ai suoi follower di Twitter. Insomma, labbra socchiuse o musetto imbronciato, sorriso a trentadue denti o risata sguaiata, da soli, in coppia o arditamente affollati nell’inquadratura, di fronte, di profilo o di tre quarti, Facebook e Twitter sono ormai tutto un fiorire di selfie.

E tutte spontanee come i complimenti alla nuova fiamma del tuo ex. La consacrazione del gesto, è proprio il caso di dirlo, è avvenuta proprio quest’anno, quando addirittura papa Francesco si è lasciato immortalare con tre teen-agers nella selfie più famosa del web, che in men che non si dica ha fatto il giro del mondo. Dopo un avallo così definitivo, la selfie non poteva più avere rivali. La parola, fanno sapere dall’Oxford Dictionaries, è stata usata per la prima volta nel 2002 su un forum online australiano. Qualcuno raccontava di essersi ubriacato al compleanno di un amico, di essere rovinosamente crollato, faccia in giù, su dei gradini, spaccandosi il labbro inferiore. A corredo di tutto, una foto. “E scusate per la messa a fuoco, è una selfie”.

Da allora il neologismo ha continuato ad essere usato sui social media, e già nel 2004 sul sito per condividere foto, Flickr, c’era l’hashtag #selfie. Ma è stato solo nel 2012 che la parola ha iniziato a circolare anche sui media tradizionali. Dall’anno scorso, l’uso del termine – hanno calcolato – è cresciuto del 17mila per cento, un dato ricavato grazie a un programma di ricerca che raccoglie ogni mese circa 150 milioni di parole inglesi di uso corrente nel web. Sbaragliata la concorrenza delle altre parole “finaliste” che erano twerk (una specie di mossa tribale lanciata da Miley Cyrus), binge-watch (guardare di seguito diversi episodi di una serie televisiva) e showrooming (esaminare qualcosa nei negozi per poi comprarlo, a prezzo inferiore, online). Ma vuoi mettere con il piacere dell’autoscatto?

(Beatrice Mauri, “Selfie, da moda social all’Oxford Dictionaties” )

I giovani sempre più poveri

 Posted by on 26 novembre 2013  No Responses »
Nov 262013
 

Sono passati sei anni da quando in piazza nasceva il movimento studentesco dell’Onda. Erano sotto al palazzo del Senato quando per la prima volta si sentì urlare uno slogan che è diventato il simbolo di una generazione: “Noi la crisi non la paghiamo”. Oggi, dopo cinque anni, questo movimento si è squagliato e gli studenti tornano alle solite rituali manifestazioni di un vago dissenso. Ma quello slogan, gridato come un canto da stadio, rimane il simbolo di ciò che sta avvenendo in Italia, dove il reddito medio dei trentenni di oggi è drammaticamente precipitato. Mentre gli anziani sono diventati più ricchi.

I giovani poveri, i vecchi ricchi. Secondo i dati diffusi dalla Banca d’Italia e rielaborati dal Filippo Teoldi per LaVoce.info, dal 1991 ad oggi il reddito medio degli under 35 è diminuito, è rimasto più o meno costante (anche se in decisa flessione negli ultimi anni) quello dei 35-44enni, mentre è cresciuto per gli altri, soprattutto per coloro che oggi si ritrovano nella fascia di età compresa tra i 55 e i 64 anni, con una retribuzione cresciuta dal 1991 del 30%. Anche gli over 65, cioè quasi esclusivamente pensionati, si ritrovano dopo vent’anni con un reddito più alto del 18%. Tutti dati considerati al netto dell’inflazione.

Chi non paga questa crisi. Quindi, i giovani dell’Onda, molti dei quali oggi, usciti da scuole e università, si stanno confrontando con il mondo del lavoro, questa crisi la pagano eccome. Piuttosto, sono le altre generazioni che, nonostante la retorica dei “pensionati in difficoltà”, questa crisi quasi non la stanno pagando. E, mentre si parla di Imu da cancellare e di pensioni da adeguare, per i giovani non si sta facendo veramente nulla. Ed è inutile che Enrico Letta parli di risultati ottenuti nell’occupazione giovanile: si tratta davvero di una goccia in un oceano di desolazione.

L’ennesima occasione mancata. Con la legge di stabilità si è persa anche questa volta l’occasione per cambiare le cose. Perché oggi più che mai serve redistribuzione che per la prima volta in questo Paese deve essere intergenerazionale. Lo si deve dire ad alta voce, ad alta voce lo devono gridare coloro che guidano questo Paese. Ma non basta la carità di Stato: serve che si creino le condizioni per uscire da questa condizione di minore età perenne. Invece ci si perde in chiacchiere: dalle beghe di partito alla privatizzazione dei mezzi pubblici, passando per i no Tav. Quanto siamo bravi noi italiani nel parlare dei “non-problemi”?

Nov 252013
 

Sardegna alluvione

L’uragano che si è abbattuto sulla Sardegna ha causato ingenti danni e parecchie vittime. Allo stato attuale i morti sono 16 morti, migliaia gli sfollati. Il maltempo ha colpito soprattutto l’area di Olbia, ma anche altre zone dell’isola sono coinvolte nel disastro. I  soccorsi si sono subito attivati e non si è fatta attendere, di fronte a quella che il premier Enrico Letta ha definito una “tragedia nazionale”, la risposta delle istituzioni. Il governo ha annunciato uno stanziamento straordinario di 20 milioni di euro, per far fronte all’emergenza. Uno sforzo sicuramente lodevole, ma che non è sufficiente a fronteggiare una situazione cronica di dissesto idrogeologico nella prospettiva di cambiamenti climatici che tenderanno ad aumentare. Non bastano gli interventi di emergenza una tantum, servono soprattutto un serio piano a lungo termine e un largo impiego di risorse in maniera razionale, vista la situazione critica di tante zone d’Italia. Il nostro territorio, specie in provincia e nei piccoli comuni, ha bisogno di essere salvaguardato proprio per evitare che disastri come questo si ripetano.

Dove trovare i fondi necessari, specie in una situazione di crisi? La situazione potrebbe cambiare a nostro avviso se il governo si prendesse davvero l’impegno di utilizzare i fondi dell’8×1000 che vanno allo stato per le finalità collettive e umanitarie, piuttosto che per missioni militari o per tappare qualche buco nel bilancio, o peggio ancora per girarli per altre vie alla ricchissima Chiesa cattolica, già ampiamente foraggiata attraverso migliaia di rivoli. Se le istituzioni avessero il coraggio di dichiarare apertamente questo impegno e osassero sfidare il monopolio pubblicitario della Chiesa cattolica in tv, magari proponendo spot che ricordino quali sono le scelte (tutte le scelte) e come sono impiegati i soldi dei contribuenti, tanti italiani sarebbero di certo più motivati a dare il proprio Otto per Mille allo Stato. Chiediamo che le istituzioni prendano in considerazione questo piccolo suggerimento e pensino prima di tutto ai soccorsi, alla ricostruzione delle case e al ripristino dei servizi utili a tutti i cittadini, piuttosto che garantire corsie preferenziali ai soliti noti.

Come ricordiamo sempre, l’Uaar chiede l’abolizione completa del meccanismo dell’Otto per Mille ed è tra le poche realtà a sensibilizzare su questo l’opinione pubblica. Le religioni dovrebbero far affidamento sui propri fedeli, non sulle casse dello Stato. Ma nell’attesa che sia abolito, che almeno l’Otto per Mille sia davvero a beneficio della cittadinanza. Già il governo Monti si era mosso nella giusta direzione, aumentando la quota per fronteggiare le calamità naturali: Letta può fare molto di più, dando un segnale di svolta al paese.

Nov 222013
 

alitalia

Le analogie tra Alitalia e Telecom Italia sono sorprendenti: in entrambi i casi i governi italiani si sono opposti all’intervento da parte di stranieri per il recupero di questi campioni decaduti, con il pretesto di un patriottismo obsoleto. Roma si mostra oggi più pragmatica. I fiori all’occhiello nazionali diventano rari nello Stivale. Alitalia, Telecom Italia e forse presto i cioccolatini Ferrero… La svendita è appena iniziata.?Problemi di politica industriale? Di dispersione dei capitali o di cattiva gestione? In mancanza di cavalieri bianchi [soggetti finanziari disposti ad acquistare quote di una società in difficoltà in accordo con il mangement della stessa per evitarne il fallimento, N.d.T.] i dottori Diafoirus [il medico allarmista del “Malato immaginario” di Molière, N.d.T.] si affollano al capezzale delle grandi imprese italiane. Il vero antidoto non è tanto quello di nascondersi dietro un protezionismo strisciante difficile da confessare o un patriottismo economico fuori tempo massimo, ma piuttosto di capire se c’è ancora una strategia di alleanze da reinventare. Questo è vero tanto per Telecom Italia, storico operatore telefonico maltrattato da pseudo-investitori dell’ultim’ora, quanto per Alitalia, compagnia aerea in piena crisi che però conserva ancora un punto di ancoraggio strategico nella Penisola.

Non si tratta di protezionismo, ma del suo opposto” ha replicato seccamente Palazzo Chigi al Financial Times per giustificare il recente ingresso di Poste Italiane nel capitale di Alitalia nel tentativo di evitarne il fallimento. Per il quotidiano della City, si tratterebbe del primo passo falso di Enrico Letta, colpevole di protezionismo strisciante o di patriottismo mascherato. È vero: cinque anni dopo l’inutile salvataggio da parte dei “capitani coraggiosi”, il nuovo piano di salvataggio di Alitalia assomiglia ancora ad una pezza dell’ultimo momento- un passo indietro per farne due in avanti. Come per la vicenda Telecom Italia – Telefonica, agli occhi dei liberali all’anglosassone Alitalia avrebbe tutto da guadagnare a lasciarsi assorbire il più velocemente possibile da un operatore competente dotato di spalle più larghe. Paradossalmente, il governo Letta fino ad oggi sembra aver profuso i suoi sforzi più per rimettere in pista la compagnia aerea esangue che per preservare l’avvenire di Telecom Italia. Ora, è anche su questioni industriali così sensibili e sulla capacità di salvaguardare i posti di lavoro in circostanze difficili che si giudica la qualità di un governo di coalizione, sia pure a breve termine.

A dire il vero, su questi problemi industriali il governo Letta dà più che altro l’impressione di navigare a vista e di voler recuperare quel che si può. Per ottenere il via libera da Bruxelles dovrà dimostrare che l’intervento di Poste nei capitali di Alitalia non è un aiuto di Stato illegittimo e che è conforme alle condizioni di mercato. In ogni caso, la manovra lascia il gusto amaro di una rabberciatura disperata. Si deve rilevare che se nel 2007 Air France-KLM era pronta ad investire 6 miliardi di euro nel rilancio di Alitalia, il gruppo franco-olandese esita ormai a mettere sul banco 75 milioni  per diventarne il principale azionista. Comprensibile. Con una capitalizzazione in borsa pari a meno della metà di quella di EasyJet, Air France-KLM non ha più i mezzi per assumere il ruolo dispendioso di cavaliere bianco. Quanto ad Alitalia – con i suoi 23 milioni di euro di perdite mensili (750 000 euro al giorno) e il suo debito netto superiore ad 1 miliardo di euro – è da molto tempo che non fa più sognare gli investitori patriottici riuniti da Silvio Berlusconi nel 2008.

Il caso Telecom Italia presenta delle similitudini sorprendenti. Anche in questo caso la porta è già stata socchiusa ad un operatore straniero di peso nel 2007. Anche in questo caso, grazie ad un accordo con i suoi azionisti finanziari, la spagnola Telefonica si ritrova nelle condizioni di mettere le mani, nel 2014, sullo storico operatore italiano paralizzato dal suo debito (28,8 miliardi di euro) per un prezzo da svendita di 850 milioni di euro – due volte meno di quanto pagato da LVMH per il produttore di cachemire Loro Piana. Coraggiosamente, il presidente della Commissione per l’Industria del Senato, Massimo Mucchetti, ha lanciato qualche giorno fa una proposta super partes che punta a modificare il regolamento Draghi e ad abbassare la soglia oltre cui scatta l’OPA obbligatoria [pari al 30%, N.d.T.] in caso di controllo di fatto, per costringere Telefonica a pagare un prezzo elevato (o giusto) o a fare marcia indietro. Secondo il senatore democratico, “dare il via libera a Telefonica a queste condizioni scandalose sarebbe una fuga dalle responsabilità nazionali”.

Solo un punto d’onore? Più ancora di quella di Alitalia, la deriva di Telecom Italia, in gran parte legata al peso storico di un indebitamento massiccio ereditato dalla fusione Olivetti-Telecom prima del suo passaggio a Pirelli nel 2001, illustra gli effetti devastanti del “capitalismo senza capitali” all’italiana. Paradossalmente, uno dei paesi pionieri nella telefonia mobile (il prepagato è un’invenzione italiana) si ritrova oggi con uno dei tassi di diffusione di internet ad alta velocità più bassi d’Europa e le tariffe tra le più elevate sulla telefonia fissa.

Telecom Italia paga un tributo pesante alla sua gestione anchilosata legata ad un azionariato frammentato ed instabile. La cosa più preoccupante è che questa cultura burocratica minaccia di conquistare l’insieme del settore della telefonia mobile, settore in cui oggi la qualità del servizio  nello Stivale è caduta a uno dei livelli più bassi d’Europa.
Né protezionismo mascherato, né patriottismo da quattro soldi: oggi il “metodo Letta” assomiglia piuttosto ad un pragmatismo da ultima spiaggia. Non è detto che si rivelerà vincente. Il peggio sarebbe cedere alla tentazione di una forma di patriottismo a buon mercato in cui si tenta prima di tutto di salvare il salvabile, senza cambiare in profondità la cultura incancrenita delle imprese in questione.

(“Alitalia e Telecom Italia et la déroute du patriotisme” , Les Echos.fr)

Nov 202013
 

Matrimoni Civili

Come negli anni scorsi, continua il trend che vede l’affermarsi dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi, pur nel contesto di un generalizzato calo delle nozze. Lo rivela l’ultima indagine dell’Istat, fotografando una società italiana che anche sotto questo aspetto mostra il lento consolidarsi della secolarizzazione.

Dal 2011 si assiste a una lieve ripresa dei matrimoni rispetto al calo continuo verificatosi dal 1972, soprattutto a causa dei matrimoni in cui almeno un coniuge è straniero (ora circa il 15% del totale). Le unioni tra italiani e non sono circa il 68% di quelle che coinvolgono stranieri. Calano prime e seconde nozze, mentre aumenta l’età media della celebrazione: 34 anni per gli uomini e 31 per le donne. Come fa notare Rosaria Talarico su La Stampa, a ciò contribuisce la massiccia diffusione delle unioni di fatto: erano circa 500 mila nel 2007 e sono passate a più di un milione nel 2011.

Nel 2012 ci sono stati 122 mila matrimoni religiosi, con un calo di 33 mila negli ultimi 4 anni. Nel calo generale delle nozze, salgono di circa 5 mila quelle in municipio, che arrivano a toccare il 41% del totale. Il dato raggiunge il 53,4% al Nord e sfiora la metà al Centro, con il 49,4%. A spingere sono in particolare le unioni con e tra stranieri e le seconde nozze, ma aumentano anche le coppie che per le prime nozze scelgono il rito civile (sono ormai il 31,5%), sfatando così un luogo comune duro a morire, che a spsosarsi civilmente sono soprattutto divorziati.

Anche il quadro italiano sta cambiando e si modernizza, dunque, con l’affermazione delle nozze fuori dalla chiesa e di quelle con coniugi che arrivano da altri paesi, nonché delle coppie di fatto sia etero sia gay. Si aprono quindi nuove sfide, con un numero ormai non più trascurabile di famiglie che si unisce senza far più riferimento alla dottrina cattolica, in una società e in un contesto politico che invece scontano una sudditanza nei confronti della Chiesa. Una contraddizione che rischia di amplificare ancora più i suoi effetti negli anni a venire, con la nascita e l’educazione di un numero crescente di bambini in contesti non cattolici. Problemi che, peraltro, saranno a cascata riversati sulle scuole, dove spesso la laicità viene messa alla porta. Dovrebbe dunque risultare evidente a tutti come l’inazione politica di fronte a una società già profondamente cambiata non è più in alcun modo giustificata.

(fonte: Uaar)

Nov 192013
 

Dopo la scissione del Pdl ridiventato Forza Italia e quella di Scelta Civica manovrata, a quanto pare, dal cardinale Ruini (toh chi si rivede, alla faccia del nuovo papa!), si profila all’orizzonte quella possibile, forse probabile, del Partito Democratico.

Non subito, s’intende, ma la quasi certa vittoria di Renzi su Cuperlo (il figlio della nomenklatura) alle primarie dell’otto dicembre, rischia di innescare un processo destabilizzante che, assieme al governo Letta, potrebbe travolgere anche il partito. Renzi ha già vinto nei congressi di circolo dove si presentava piuttosto debole, per la presenza ancora massiccia, fra i dirigenti provinciali e comunali, del fronte dalemiano-bersaniano. A dicembre giocherà su un terreno a lui molto più favorevole, dal momento che, assieme agli iscritti, voteranno anche i simpatizzanti e i potenziali elettori del Pd. Quanti? Questa è l’ultima incognita che fa ancora gravare qualche incertezza sul risultato, ma l’esito dovrebbe comunque essere scontato.

Non ho mai nascosto le mie perplessità sul programma di Renzi, che appare ancora alquanto generico, come si può vedere dalla mozione presentata al congresso. Ma il sindaco fiorentino, se paragonato al gruppo dirigente post-comunista che domina il partito dal 1994 (prima Pds, poi Ds, adesso Pd) e che ha collezionato, qualunque cosa dica in contrario D’Alema, soltanto molte sostanziali sconfitte e  qualche apparente vittoria, appare come l’unico in grado di scuotere il corpaccione inerte di un partito incapace di decidere. Lo giudicheremo poi dai fatti, ma intanto basta con le cariatidi degli eterni compromessi al ribasso. Non per nulla la reazione di D’Alema alla prima vittoria di Renzi è stata livida di rabbia impotente e il suo stato d’animo non è certo isolato nel partito.

Riuscirà il  PD a sopravvivere unito fino al 2015?

(“Non c’è due senza tre” da Fondazione Critica Liberale)

 

Nov 122013
 

Vintage Beach Photo

Con più di 7.000 km di costa comprarsi una spiaggia in Italia è un affare sicuro. Assicurato dai milioni di italiani e stranieri che ogni estate ci si riversano in massa. Evidentemente qualcuno vuole approfittarsi della situazione economica per provare a mandare in porto un affare già in altre occasioni sfumato. Considerando un ingiustificato allarmismo l’innalzamento dei mari paventato dagli organismi internazionali che studiano i cambiamenti climatici, e quindi la scomparsa delle spiagge in questione, per l’ennesima volta si prova a svendere/accaparrarsi un bene comune.

Nel dettaglio la proposta è un emendamento alla legge di stabilità che punta a far cassa per 7-8 miliardi, derivanti in gran parte dalla svendita degli stabilimenti balneari, con una vendita delle infrastrutture cedibili (spazi per bar, palestre, piscine solitamente antistanti alla spiaggia vera e propria) ed un allungamento delle concessioni sulle spiagge vere e proprie.

Già ora la situazione per i cittadini è spesso sfavorevole, con le maggiori località turistiche caratterizzate da file ininterrotte di stabilimenti che impediscono l’accesso al mare, nonostante si tratti di un bene comune. Considerando che nella realtà solo una metà circa delle nostre coste sono idonee ad uno stabilimento balneare, ossia quasi 4.000 km, attualmente almeno 1.000 km sono occupati da stabilimenti balneari, dati in concessione dallo Stato. Si tratta di più di 12.000 stabilimenti, il cui numero è aumentato fino a raddoppiare negli ultimi 15 anni e che, rispetto al reale giro d’affari, pagano canoni di concessione visibilmente inadeguati. Tanto per fare due conti lo scorso anno lo Stato ha incassato 103 milioni di euro dagli imprenditori delle spiagge, che significa, senza tener conto delle reali dimensioni dello stesso, circa 8.000 euro per stabilimento. Inoltre buona parte delle attuali concessioni sono state date senza appalto pubblico e si rinnovano automaticamente alla scadenza. Questo ha creato all’Italia notevoli problemi in merito al rispetto della normativa europea. Tanto che per il 2015 è prevista la scadenza di ogni concessione e una gara pubblica per ridefinire la gestione di tutto il demanio marino.

Il tutto senza tenere conto che si tratta di territori con caratteristiche ambientali particolari, la cui gestione non può tener conto della sola offerta economica, ma dovrebbe essere legata ad un progetto di gestione ispirato a criteri di conservazione e sostenibilità ambientale, nonché di promozione territoriale e di qualità dei servizi. Non dimentichiamo, per dirne una, che la spiaggia, e in particolare la retrostante duna quando ancora esiste, proteggono il mare dall’ingresso nell’entroterra dei venti carichi di salsedine, in grado se in eccesso di compromettere le colture e la vegetazione delle pianure costiere. Così come la lavorazione degli arenili, comunemente eseguita con mezzi meccanici, tende a rovinare le spiagge, favorendone l’erosione. Nel periodo primaverile infatti, negli stabilimenti si eseguono lavorazioni per livellare la spiaggia, tendendo ad allungarla verso il mare, quindi abbassandone il profilo e riducendo la compattezza della sabbia, rendendola di fatto molto più vulnerabile all’erosione. Lavorazioni che andrebbero eseguite manualmente, garantendo la conservazione della vegetazione, la rimozione dei rifiuti e la conservazione della compattezza del sedimento.

Così come lo Stato fino ad ora, attraverso le Regioni, ha svenduto i suoi beni nel campo delle concessioni per l’uso delle cave o delle sorgenti di acque minerali, con entrate che non superano i pochi punti di percentuale rispetto ai profitti degli imprenditori, si rischi di fare un ulteriore regalo, con conseguente danno economico e ambientale.

Nov 082013
 

“Lo fanno in molti”. È questa la giustificazione che la senatrice Barbara Lezzi, 40enne leccese del MoVimento 5 Stelle ha dato di fronte al nuovo scandalo sollevato dall’Espresso. La senatrice ha infatti assunto come portaborse la figlia del proprio compagno. Lo fanno in molti, è vero. Peccato che proprio il MoVimento 5 Stelle, per bocca dell’ex capogruppo Roberta Lombardi, nel marzo 2013 aveva lanciato un vero e proprio bando per raccogliere cv degli aspiranti collaboratori, “Mandate i curricula, cerchiamo persone pulite trasparenti e oneste. Sceglieremo i migliori tra quelli che riceveremo, perché vogliamo svolgere un lavoro eccellente”.

“Non solo io, molti di noi”. I 5 stelle si difendono: “Servono persone di fiducia per svolgere certi incarichi”. Indubbiamente. Ma allora che senso ha avuto chiedere il curriculum a 20mila persone, che speravano di essere assunte per i propri meriti e non per le proprie conoscenze? Propaganda, forse. Ed oggi dopo otto mesi di quella meritocrazia tanto sbandierata non resta più nulla. Anche perché, a sentire le parole della Lezzi, lo avrebbero fatto anche altri suoi compagni di partito: “Molti di noi hanno scelto degli amici o degli attivisti, quindi con legami pregressi”.

Quel documento dimenticato. Nulla di nuovo, quindi, sotto questo sole. Da una parte è normale avere come collaboratori persone di fiducia e competenza. Poco opportuno avere parenti e congiunti accanto, soprattutto quando vengono pagati con i soldi pubblici. I 5 Stelle, su questo hanno fatto la morale a tutti. Tant’è che tutti i parlamentari a 5 stelle avevano firmato questo documento: “Mi impegno a utilizzare sempre un criterio meritocratico nella selezione di qualsiasi posizione o incarico di competenza mia o del futuro gruppo parlamentare utilizzando dove possibile un bando pubblico che preveda la massima trasparenza sui nomi e sui curriculum dei candidati e dei criteri di scelta adottati. Mi impegno inoltre a non selezionare o far selezionare per tali posizioni i miei parenti e affini fino al quarto grado” (Per leggere il documento, clicca qui). Più chiaro di così…

(fonte: Diritto di Critica)

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