Ottavina Reale

Ottavina Reale

Orfanella, cresce fortemente influenzata dai genitori adottivi, Alberto Manzi e Padre Mariano, dai quali mutua la convinzione che fede e ragione siano perfettamente coniugabili, a patto di avere un gran senso dell'umorismo. Mente razionale e vocata all'indagine matematica, ancor giovanissima incontra Douglas Adams che la introduce alla perfezione del numero 42. Da allora ogni mattina si volge a est e devotamente ringrazia per tutto il pesce. Di letture sobrie e rigorose, si concede rari momenti di sollazzo con operette umoristiche, fra le quali spicca l'opera omnia di Gabriele Amorth.

L’omino di burro

 Posted by on 18 febbraio 2013  No Responses »
Feb 182013
 

Omino di Burro, Le avventure di Pinocchio

La legge Gasparri, il decreto salva Rete4, il ponte sullo stretto, il milione di posti di lavoro, le tre I d’Impresa Inglese e Internet, il lodo Mondadori, la depenalizzazione del reato di falso in bilancio, la legge che vieta la custodia cautelare in carcere per i reati di concussione e corruzione contro la PA, il rifiuto di introdurre in Italia (unico paese in UE) il mandato di cattura europeo, la limitazione delle rogatorie internazionali, la sospensione dei processi alle alte cariche istituzionali (Lodo Alfano), l’introduzione del (il) legittimo impedimento, l’estensione del condono edilizio alle aree protette, la sanatoria sui capitali esportati o costituiti illegalmente all’estero…

E poi Tarantini, Lavitola, Ruby la nipote di Mubarak, Noemi Letizia, Scilipoti e Razzi, Bertolaso e La Maddalena, l’Aquila e quelli che ridevano di notte al telefono, le olgettine la Minetti e il bunga bunga, Lele Mora e Emilio Fede, Cosentino, Fitto, Previti, Dell’Utri, lo stalliere Mangano, il brav’uomo di Mussolini, l’abbronzato Barack Obama, l’inchiavabile culona Merkel, il kapo Martin Shultz, le cene d’affari e di piacere nella dacia del sodale Putin, Eluana Englaro che poteva partorire…

E il conduttore del carro?…

Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto, che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna, conosciuta nella carta geografica col seducente nome di Paese de’ balocchi.

Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio – Storia di un burattino.

ROTFL

 Posted by on 2 febbraio 2013  No Responses »
Feb 022013
 

Angelo Marcello Cardani, Presidente dell’Agcom, si esprime sulla par condicio e sostiene che essa dovrebbe essere applicata anche al web:

È necessario che ci sia una normativa per il web, che non c’è. Al momento tutto ciò che avviene su internet non è sottoposto alla nostra giurisdizione. Il ricorso a strumenti nuovi è crescente e quindi ritengo che il Parlamento prima o poi debba esaminare la questione.

Immagino la scena: centinaia di cyber poliziotti davanti ai monitor  a controllare – real time – i Social Network, i post dei blog con i relativi commenti, i Forum di discussione. Pronti a sanzionare un politico solo perchè ha avuto un like facebucchiano – o un G+ – più di un altro, oppure perchè è stato maggiormente ritwittato rispetto agli altri avversari politici.

Qualcuno spieghi a questo signore incompetente – ma di quelli come lui, purtroppo, l’Italia è piena – che cos’è  Internet. Magari partendo dall’ABC.

E già che ci siamo, qualcuno si prenda anche la pena di tradurgli il titolo di questo post, un acronimo che sembra proprio coniato per lui.

Per tutti i Santi !

 Posted by on 31 ottobre 2012  1 Response »
Ott 312012
 

Ma lo fanno per superstizione, per ignoranza o per malafede?

Non è facile spiegare razionalmente l’accanirsi furioso di vescovi, parroci e persino laici amministratori comunali contro la festa di Halloween. E non si tratta solo dell’Ineffabile Amorth, ormai celeberrimo per la sua convinzione che il demonio dimori in una zucca. In questi giorni l’esercito di coloro che sembrano attribuire ad Halloween la responsabilità di tutti i nostri guai presenti e futuri pare in continua, tristissima espansione. Intendiamoci, a noi non interessa sostenere o difendere la “festa commerciale”, così come si è imposta al pari di altre a partire dal Natale o dalla Pasqua giusto per rimanere nell’ambito delle feste cristiane. Ci infastidisce invece questa sgradevole compulsione a violentare la storia: davvero questi signori non conoscono l’esistenza di usanze e costumi popolari risalenti a “prima-che-arrivassero-loro”?

Halloween è una festa che ha profonde radici europee pre-cristiane, dalla festa gaelica di Samhaim al culto romano della dea Pomona . Una festa che è stata esportata negli Stati Uniti e che ha poi trovato una sorta di biglietto di ritorno grazie alla letteratura e al cinema.

Il cristianesimo non ha fatto altro che  sovrapporre il proprio calendario delle festività a un calendario preesistente. Un calendario che affonda nella radice dell’uomo europeo.

Non è un caso, infatti, che il giorno cristiano dei Santi cada in concomitanza con quello che era il capodanno agrario. Il momento in cui veniva celebrato la fine del raccolto e l’inizio della semina. E come in ogni “inizio d’anno” cadevano le barriere, in particolare quelle che separavano i vivi dal mondo dell’occulto, dai morti. E non è vero che nell’occasione i contadini si vestivano da mostri per scacciare i morti, li volevano bensì rappresentare e, attraverso la questua, creare uno scambio fra il mondo dei vivi e quello dei morti che erano poi i numi tutelari delle famiglie.

Fu Papa Gregorio III a spostare la data di Ognissanti dal 13 maggio al 1° novembre facendola seguire dalla Commemorazione dei Defunti. Creò così una continuità cristiana con la festa di Samhain con lo scopo evidente di  sostituire quest’ultima nella cultura e tradizione popolare.

La storia culturale e religiosa dell’uomo non nasce duemila anni fa con il Cristianesimo. Su questo gli integralisti difensori della civiltà cristiana dovrebbero mettersi l’animo in pace.

Così come coloro che ancora straparlano di radici giudaico-cristiane dell’Europa.

Ott 222012
 

“E’ un bravo ragazzo!” !!!  In queste ore la mamma lo sta strillando ai quattro venti.

La mamma grida, strepita, si affanna per convincerci, si strappa i capelli in un pianto disperato. E io le credo senza dubbio alcuno: Samuele è di certo un bravo ragazzo!
Samuele è bravo: è uno che è stato ben educato, e non manca mai di dire Buon Giorno e Buona Sera. Di sicuro è uno che non si sognerebbe mai di spaccare un lampione a sassate o di commettere triviali atti vandalici. Di sicuro, se incontra una vecchietta in difficoltà, Samuele l’aiuta a attraversare. Samuele è uno che è stato educato all’antica, nel rispetto dei santi, della patria e della famiglia.
Samuele è un ragazzo che adesso è al centro dell’attenzione mediatica solo perché ha perso la testa per un istante. Una sfortunata occasione in cui ha ceduto all’istinto “naturale”: si sentiva ferito, offeso a morte, addolorato. Si sentiva defraudato di quel rispetto che, per cultura e educazione, gli era stato promesso come sacro. Se – allora — in un breve momento di follia ha preso un coltello e fatto a fette due ragazzine….cosa vuoi fargli, crocifiggerlo per sempre?

Allora, ricapitoliamo: ottobre 2012. Samuele, 23 anni, esce di casa col coltello deciso a punire Lucia, 18 anni, “colpevole” di averlo lasciato. La ragazza se la cava per un soffio, finisce all’ospedale dove a fatica la rappezzano con 100 punti di sutura. Non se la cava invece la sorellina di lei, diciasettenne, che passava di li al momento sbagliato e si è messa nel mezzo.
Dal Corriere della Sera apprendo che per l’anno 2012 questa è la vittima numero 101. Sul web impazza il dibattito sul Femminicidio – termine recentemente coniato per sottolineare una emergenza da macelleria: viene giustificato come “passionale” ogni delitto ai danni di ogni femmina colpevole di avere disatteso le aspettative dell’Italico Maschio Sovrano.
Nel caso specifico, la vittima Lucia e la ancor più vittima Carmela sono colpevoli (e per questo punite con la condanna a morte) di aver disatteso le aspettative culturali del Bravo Ragazzo Samuele che semplicemente non si aspettava che la femmina-da-lui-prescelta potesse esercitare una autonoma capacità di giudizio, e abbandonarlo a suo piacimento.

In questa triste serata di inizio autunno, col bollettino di guerra davanti agli occhi, io non posso fare a meno di interrogarmi dolorosamente sulla responsabilità delle Mamme. Se è vero che esistono maschi che “per cultura “si sentono legittimati a uccidere ogni femmina li contraddica: chi ha educato questi figli maschi? Da dove provengono i maschi colpevoli di Femminicidio? Sono stati teletrasportati qui da pianeti alieni e inesplorati? O sono figli di questa terra, figli di donne che continuano a giustificare (e assecondare) i maschi da loro partoriti?

Ce li facevano studiare al liceo, i miti greci. Era tutta una sfilarella di donne col fardello sulle spalle, piegate in due dal figlio maschio che –giovane e aitante – andava a combinare guai con la sua furia da adolescente focoso. E le femmine li a raccogliere i cocci – madri e schiave per sempre.  Non impareremo mai? Continueremo per sempre ad accusare gli Uomini – dimenticando che gli Uomini li abbiamo partoriti noi?

Ott 032012
 

In Italia gli uomini e le donne della politica ce lo rammentano quotidianamente: sacrifici e ristrettezze possono toccare a tutti ma non a loro. Sembra persino patetico, allora, il nostro continuare testardamente a stupirci del trattamento privilegiato di cui godono molti amministratori della cosa pubblica.

Prendiamo il gruppo Hera, ad esempio. Il Gruppo Hera è una multiutility, quotata in borsa, che gestisce servizi pubblici (gas, rifiuti, acqua) in diverse regioni del centro nord, in particolare in Emilia Romagna. Il Gruppo Hera è una società a capitale misto, pubblico e privato (qua, aggiornato al 28 settembre 2012, l’azionariato del gruppo). La partecipazione pubblica è pari al 61% con significative quote detenute dai comuni e dalle province della Romagna (26,1%), dal comune e dalla provincia di Bologna (18,7%), Modena (12,7%), per un totale di 186 investotori pubblici. Il restante 39% è in mano a privati, significativamente fondazioni bancarie e investitori esteri.

Come sottolinea  Donato Vena segretario provinciale del Pdci di Reggio Emilia in una lettera aperta indirizzata al Mattino di Parma, gli amministratori di Hera ricevono compensi esorbitanti. In particolare Hera ha distribuito ai suoi  23 consiglieri di amministrazione, sindaci e direttori generali, 3.426.000 euro. Alcuni esempi: 518.243 euro annui percepiti dall’amministratore delegato Maurizio Chiarini e 475.836 euro la retribuzione annua del presidente Tomaso Tommasi Di Vignano.

A noi pare di ricordare che il cosidetto decreto “Salva Italia” prevedeva un tetto massimo di retribuzione per i manager di stato pari a 294.000 euro. Ci domandiamo se esso non possa essere applicato anche per i manager di quelle aziende, come Hera, che seppur quotate al mercato azionario sono a maggioranza partecipativa pubblica e erogano servizi pubblici quali acqua, gas e smaltimento rifiuti urbani.

E ci domandiamo perchè, in tempi di tagli e spending review che vanno a toccare in maniera significativa le amministrazioni locali, proprio queste amministrazioni non abbiano sollevato il problema.

Set 112012
 

Festival della Letteratura di Mantova. Domenica pomeriggio coi fiocchi,  a goderti la pregevole iniziativa di “scrittori nella rete”, la diretta streaming che porta a casa tua i momenti salienti del Festival, uno di quegli eventi benedetti che solo a metterci piede ti ringiovanisci di dieci anni e ti torna la voglia di aver fede nella parola scritta, e nelle idee.
E allora te ne stai lì col computer,  comodissima sulla tua poltrona preferita, e all’improvviso ti arriva lo shock e ti trovi a meditare sul tempo che scorre, e sulla vecchiezza, e sulla crudeltà di un Italia che costringe i suoi anziani a “saltare e ballettare” come scimmiette grottesche nel circo. Un’Italia che non ha la forza e la pietà di mandare in pensione i suoi miti.

Lo vedi bene nello scenario politico, dove giovani candidati al limite dell’isteria sono costretti a farsi spazio a spintoni invocando la “rottamazione” come unica strada per raggiungere una visibilità e una competitività che altrove gli sarebbe garantita per diritto e per rispetto.
E’ triste osservarlo da fuori: la strada dignitosa per un Mito Anziano sarebbe quella di continuare a brillare dalla periferia, con nobiltà sommessa, lasciando la prima linea alle nuove leve. In ogni italico campo, invece, vegliardi pervicaci e imbizzarriti  imperversano sulla scena immemori dell’umiltà e del rispetto che stanno alla base di ogni rapporto umano.

E allora oggi me ne stavo a godermi in video da Mantova l’immensa Natalia Aspesi introdotta (e domata, a briglia fermissima) da un’ altrettanto grande Concita De Gregorio.
Aspesi sul palcoscenico ammaliava e risplendeva, adorata da un pubblico (quasi tutte donne, a giudicare  dalle inquadrature) accorso apposta per ascoltarla, ridere molto e applaudirla tanto. Lo spettacolo è stato godibilissimo e istruttivo, i temi  di grande respiro e di sicuro interesse : dall’innamoramento alla Marcegaglia, dalla politica al bondage.
C’era però qualcosa di stridente. Qualcosa che magari non potevi percepire, se eri lì presente fra il pubblico e coinvolta nella gioia dell’evento.  Ma qualcosa che, filtrato dal freddo della ripresa video, non poteva passare inosservato: Aspesi su quel palcoscenico parlava da sola, parlava a se stessa.  Il pubblico, la scenografia, l’intervistatrice, erano soltanto meri espedienti narrativi, totalmente ininfluenti rispetto all’agire della protagonista, una Aspesi che all’improvviso, su quel palco, è apparsa lontana, gigantesca e fuori tempo come un dinosauro.

La prima parte dello spettacolo, quella con la telecamera fissa sul palco, aveva funzionato benissimo, Poi però c’è stato il momento di “domanda e risposta”, e qui la telecamera ha indugiato un attimo di troppo sul volto della giovane donna che cercava di fare una domanda.
La ragazza ha avuto solo il tempo di menzionare Paolo Conti (giornalista assurto all’onore delle cronache per aver scritto a Repubblica una lettera in cui si afferma che l’età di 58 anni è troppo avanzata per innamorarsi ancora).
Che cosa avrebbe voluto domandare la giovane donna alla Signora Aspesi? Non lo sapremo mai, perchè la domanda non ha potuto neanche nascere, affogata da un’ accesso verbale della Aspesi che  senza attendere domande si è esibita in una pirotecnia di risposte assortite, condite con l’uso di certe parole proibite e birichine (“scopare”, ad esempio) che vengono usate in pubblico per sollecitare la risata da due categorie ben distinte: i bambini e i senili.
La telecamera si è fermata sul viso della ragazza, e la sua espressione è stata così autentica da spezzare il cuore: dapprima gli occhi sbarrati, quasi a non poter accettare quello che stava accadendo, poi un sorriso rassegnato e generoso, da gran signora, come a voler dire “vabbè,  forse ti sei dimenticata di essere al Festival della Letteratura e non in un salotto televisivo,  ma va bene così”.

Sono certa che Aspesi non se ne è  neanche accorta, di aver mancato di attenzione verso una giovane che sicuramente era arrivata fin lì per imparare, domandare, ricercare.

E’ un vero peccato, perché quando ti occupi di politica o di cultura o di cosa pubblica, il tuo imperativo categorico dovrebbe essere quello della condivisione. Un brillante soliloquio, per quanto perfettissimo non basta, perché non aiuta a far crescere, non apporta nutrimento.

In tutto questo a me viene in mente Crono, che divorava i suoi figli. Per non farli crescere, per non farsi da loro spazzare via. Per inchiodarsi disperatamente a un eterno presente immobile.  In Italia abbiamo tanti Miti. Si sente la mancanza di generosi Maestri.

Ago 072012
 

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Per viaggiare sul Lugu Lake il mezzo di trasporto più efficace è il passaparola.

Intendiamoci, puoi anche noleggiare una macchina con autista o scendere a valle con la corriera che parte da Luoshui a tre orari precisi: la prima corsa alle dieci, la seconda corsa a mezzogiorno, la terza corsa “quando la riempiamo”.
Però se devi andare da qualche parte la cosa migliore da fare è dirlo in giro, così se anche altri ci devono andare si fa il mucchio. Spendi meno e ti diverti molto di più.

Ed è così che partiamo, Alessandra e io, dirette a Lijiang per affrontare la più temibile delle ordalie: trovare l’Agricultural Bank of China, che nonostante sia una delle più grosse banche cinesi non ha, in quell’area, neanche un impiegato che parli inglese o qualunque altro idioma a me comprensibile. Abbiamo poche ore di tempo per riuscire a fare un bonifico, ma Alessandra parla cinese ed è la ragazza più paziente e determinata che io abbia mai conosciuto, e questo mi conforta. E allora partiamo, e per fortuna che abbiamo trovato un passaggio. Ci accomodiamo sul sedile posteriore di un macchinone super accessoriato. Davanti siede il terzo passeggero, un giovanissimo monaco buddista diretto a una tre giorni di meditazione e preghiera. Decido che la sua presenza ci porterà fortuna: se non altro è rilassante stare a guardarlo visto che sorride incessantemente. Ma quanto ridono i monaci buddisti? Visto in TV, credevo che il sorrisone perenne fosse una caratteristica personale del Dalai Lama. E invece no, sono proprio tutti così: ridono! Chissà, forse è per qualcosa che mangiano.

Anche l’autista è molto giovane. Giovane e amante della discomusic. Possiede la discografia completa di Britney Spears e la spara a tutto volume, senza sosta, per tutta la durata del viaggio: cinque ore. Conosce a memoria tutte le parole e le canta a squarciagola. Anche il monaco le conosce, e fa il coro. Fa un po’ senso, vedere un monaco che ballonzola tutto contento sul sedile cantando baby one more time. Ma lui si diverte moltissimo. E ride.

A forza di ridere piano piano ci rilassiamo anche noi: sentivamo la necessità di allontanarci e riflettere. Non puoi fare a meno di interrogarti sul fatto che questo documentario, un progetto nato e finanziato come femminile e femminista, abbia visto tutte le femmine dare forfait e sia realizzato nella quasi totalità da figure maschili. Sono uomini alla parte tecnica. E’ un uomo la guida turistica/interprete che ha il compito di farci comunicare con i Moso. E’ un uomo il consigliere spirituale cui la nostra tour leader si affida totalmente delegandogli ogni riflessione e ogni decisione, ogni iniziativa, ogni elaborazione di pensiero. Ed è un uomo il contadino locale scelto per figurare in video come “esperto di cultura Moso”. Le sue credenziali di “esperienza” sono singolari: si ritiene un esperto perché (cito dalla traduzione) ama la sua gente e proviene da una famiglia di alta reputazione. Ma non si poteva trovare una contadina femmina allora? Però forse alla fine il risultato non potrà che essere istruttivo: un’opera sul Matriarcato eseguita secondo perfetti canoni patriarcali ci dovrà pur insegnare qualcosa.

Arriviamo in città a tempo di record, si vedeva che l’autista aveva fretta perché si è fatto tutto il viaggio correndo all’impazzata, con la mano sempre sul clacson per farsi largo tra gli onnipresenti men at work, operai derelitti e cotti dal sole condannati, come in un girone dantesco, a riparare – ogni volta da capo – una strada tagliata nella roccia porosa e destinata a sbriciolarsi senza sosta. Un paio di volte rischiamo di falciarne uno e me la vedo brutta. Ma non ci deve essere pericolo reale, perché il Monaco appare tranquillo. E ride.

Con grosso colpo di fortuna troviamo la banca, è proprio sulla strada principale all’ingresso della Città Vecchia. Ci mettiamo in fila e scopriamo di avere 80 persone davanti. Mi ero domandata, all’ingresso, perché in una banca ci fossero un grande schermo e le poltroncine, come al cinema. Adesso ho capito: è l’entertainment al servizio della burocrazia.
Però alla fine il Monaco ci ha portato fortuna davvero, perché riusciamo a compiere la missione entro l’orario stabilito. All’uscita della banca é il momento di separarsi. Il Monaco ci saluta calorosamente e si incammina. Lo guardiamo da lontano mentre si gira un’ultima volta per farci ciao con la mano. E ride.

Sorridiamo anche noi che stiamo per lasciare la Cina: questo è un addio. A Farewell!  Io non lo saprei dire meglio con parole mie, e allora prendo in prestito quelle di Hemingway, che l’ha pagata con la vita la sua ostinazione a parlare di addio e di vergogna e di onestà intellettuale e di rettitudine morale:

That is not love. That is only passion and lust. When you love you wish to do things for. You wish to sacrifice for. You wish to serve. (cap. 11)

No, that is not love: questo documentario non fu progettato per amore. Nacque solo per cupidigia e per brama di notorietà. In chi ha covato in seno questo progetto non v’era alcun desiderio di essere utili e di servire, di sacrificarsi per il rispetto e la salvaguardia del popolo che stai descrivendo.

Era solo “passion and lust”, l’ennesimo tentacolo occidentale proteso verso lo sfruttamento di un popolo orientale e primitivo e inerme, ai fini dell’interesse personale. L’imperativo era realizzare un documentario che fosse vendibile, appetibile, commercializzabile. E’ l’arroganza imperialistica che molte femministe imputerebbero alla bieca “cultura patriarcale”. Solo che stavolta ad architettarlo è stata una femmina. E allora, come la metti?  Allora tu, come appartenente alla specie, bisogna che ti prenda sulle spalle parte della responsabilità. E della vergogna. E non ti deve servire da scudo il fatto di dichiarare “ mi ero sbagliata, io non lo sapevo”: è la scusa di generazioni di femmine conniventi, quella di dire “io non c’ero e se c’ero dormivo”.

Sul cielo di Lijiang si prepara un’altra luna piena. Le stagioni si avvicendano, le culture si alternano solenni, seguendo un progetto sconosciuto a noi mortali. Forse all’origine del tempo c’erano le Matriarche. Forse esse oggi non andrebbero fiere di alcune delle figlie che hanno generato.

Al Viaggio verso i Moso dedichiamo un’intera sezione raggiungibile con il tab Moso del menu.

(immagine e video: Minitrue Blog Archive)

Lug 292012
 

A Luoshui alloggiamo a casa di Akae Dama, la donna Moso che figura nel documentario.  La casa è in realtà un hotel con più di venti stanze, bagno in camera, collegamento internet e, miracolo dei miracoli, birra ghiacciata al bar. L’hotel è stato costruito con i prestiti chiesti in banca: l’economia turistica dei Moso si è sviluppata così, tra miraggi di benessere e realtà agghiaccianti di speculazione di cui i Moso sono vittime. All’inizio è andata che le famiglie adattavano all’uso turistico una piccola porzione della loro casa, come in un nostrano bed&breakfast. Poi la domanda cresce e tu ti allarghi. Il villaggio che si è presentato ai miei occhi è un cantiere aperto, un continuo martellare di operai che aggiungono, ampliano, modificano e sovrappongono spazi abitativi. Stanno sorgendo guest house e grandi strutture ricettive, tutte costruite con denaro che non hai, e che hai chiesto in prestito.

Però i prestiti vanno restituiti e spesso tu non ce la fai da solo, allora l’hotel è dato in gestione a stranieri che arrivano qui pronti ad investire e ti pagano per l’affitto i tanti soldi di cui hai bisogno. Di solito gli stranieri sono cinesi di etnia Han provenienti da Kunming, ma possono essere anche taiwanesi che hanno fiutato l’affare. Dama ci racconta che lì attorno sono arrivati persino dal Canada. Il governo cinese, quello subito pronto a darti agevolazioni se compri un’auto o una TV (per una certa marca di elettrodomestici hai anche il 30% di sconto) non ti aiuta invece con finanziamenti per iniziare la tua impresa turistica. Allora devi fare tutto da solo. E se poi il prestito non riesci a restituirlo? La banca si porta via tutto.

Nel villaggio, uno dei “racconti del terrore” è quello relativo al terreno su cui attualmente sorge la banca di Luoshui: un tempo la terra apparteneva a una famiglia che ha perso tutto perché non è stata in grado di rientrare con le spese.
In un’epoca di così grandi mutazioni economiche e sociali, anche la struttura della società Moso appare barcollante, e ti vengono i brividi dal dispiacere. Abbiamo incontrato un esperto di cultura Moso e lo interroghiamo sulla tanto leggendaria solidarietà sociale: fra le famiglie, se qualcuna è in crisi, le altre la aiutano? La risposta (all’ultimo capo della traduzione a catena) la riporto testuale: “prima del turismo, se una famiglia doveva costruirsi la casa gli altri andavano ad aiutare gratis, in cambio dei pasti. Adesso si costruisce per fare business, quindi si va a lavorare a pagamento”.

E’ un mondo che cambia, è il punto di frattura fra la condizione rurale e la modernità. Per un’occidentale è un tuffo nel passato. E’ il momento in cui i Moso possono credere di gioire della loro migliorata condizione, del denaro più copioso, della luce elettrica (la grande scommessa qui è il fotovoltaico, e al momento funziona alla grande). Il tempo del rimpianto, della recriminazione, della consapevolezza, dello struggimento, arriverà più tardi.

In un attimo mi torna da chissà dove un ricordo d’infanzia che mi sbigottisce. Capisco adesso cosa mi ha spinta fin quassù, capisco cosa spinge le persone a rincorrere quello che non c’è più. Rivedo la mia nonna tornare a casa con un tesoro straordinario e nuovo di zecca: un contenitore di Moplen (ciao, Gino Bramieri), Erano gli anni sessanta dell’Italietta: era arrivata la plastica, erano arrivate le prime lavatrici. Erano arrivate le calze di filanca e il secondo canale della televisione. Eri una donna con le mani artritiche che intuiva di non dover più passare tutto il tempo a scrostare contenitori di alluminio nell’acquaio e poteva smetterla di lavare le lenzuola nella mastella con l’acqua gelida che ti mangia le dita. Eri una donna che poteva accedere al lusso di abbandonare il ferro da stiro con le braci dentro e comprarsene uno elettrico, che almeno non ti lascia le bruciature rosse ogni volta che lo prendi in mano. Eri una donna che invece che partorire nel caldo della stalla e morire ogni volta che va male, poteva scegliere di andare nell’ospedale moderno dove i dottori sanno fare delle cose per salvarti.

Provo affetto per queste donne Moso perché mi ricordano da dove vengo e a quale radice appartengo. Sorrido, perché sono consapevole di far parte della generazione occidentale che, invece, è pronta a criticarle perché vanno a partorire in ospedale invece che godersi l’esperienza dell’“evento naturale in casa” (ma con l’ambulanza pronta fuori dalla porta).

Intanto, la ruota del karma gira e se la ride. Le cosmiche sfere di medievale memoria si avvicendano immemori, e se ne fregano dei nostri stereotipi e delle nostre strozzature culturali. Siamo umani perfettissimi e fragili.

***

Al Viaggio verso i Moso dedichiamo un’intera sezione raggiungibile con il tab Moso del menu.

(immagine e video: Minitrue Blog Archive)

Lug 222012
 

Esteticamente, i Moso sono un popolo bellissimo. Sono scuri di pelle, assomigliano un po’ agli indiani d’America. Il volto è ieratico e senza tempo, dai tratti come scolpiti nel legno. Il portamento è maestoso, l’incedere lento, sembrano davvero i figli di una leggenda antica.

I maschi, soprattutto quelli giovani, sono strepitosi. Strepitosi e tamarri. Calzano Nike dai colori sgargianti e portano Ray-Ban a specchio per far risaltare i denti di un biancore abbacinante. Sono belli e sanno di esserlo. Quando sorridono ti pare di aver davanti Tom Cruise in Top Gun, solo che loro sono molto più alti. Tom pilotava l’aereo, loro manovrano la barca. Li vedi tutti in fila, con le loro barchette sulla riva del lago, i bicipiti possenti pronti a pagaiare. Se la tirano un po’ per fare scena: indossano la casacca bianca del loro costume tradizionale e in testa, per proteggersi dal sole, calzano improbabili cappelli da cow boy. Fanno la faccia intensa e pensosa, mentre il vento gli scompiglia i lunghi capelli. Frotte di giovani turiste cinesi li guardano rapite. Per tradizione il mestiere di barcaiolo compete sia agli uomini che alle donne, ma dal punto di vista turistico non c’è storia: il maschio muscoloso è gettonatissimo. (guarda video)

Se i maschi Moso sono belli, le femmine assurgono al rango di divinità. Non importa quanti anni hanno, sono tutte delle regine. Camminano come se non toccassero terra. Sono nate per sfilare in passerella. Alte e snelle, il viso finissimo dai tratti delicati, quando sorridono è come se i cieli si aprissero e senti la musica degli angeli. Anche le più vecchie, le più rugose, le più decrepite conservano una luce interiore che le rende trasparenti, cristalline. La bellezza delle donne giovani è più aggressiva, forse perché esaltata da abitudini occidentali come il makeup, le tinture per capelli, l’abbigliamento alla moda. Le donne anziane sono le sole ad avere conservato l’uso quotidiano del costume tradizionale. Le vedi ancora, abbigliate come in una foto del passato, camminare la mattina presto lungo il lago roteando i mulinelli da preghiera. O giocare a carte, sullo stesso lago, la sera, in capannelli agguerriti e chiassosi. Ma è l’ultimo sussurro del passato.

Per i Moso sotto i 40 anni, il costume tradizionale è allegramente relegato ad usum turisti (guarda). Lo indossi per le danze serali – quelle che la letteratura sentimentale descrive come danze rituali per l’accoppiamento, e che invece sono fatte a pagamento con la musica sputata fuori da uno stereo gigante. E indossano i costumi le donne di Luoshui quando una volta all’anno prendono le barche e raggiungono l’isola di Liwubi in mezzo al lago per il ritiro spirituale – se ancora riescono a pregare visto il codazzo di curiosi che si portano dietro. Il nostro team sarà parte di questo codazzo e la cosa mi mette a disagio con me stessa. Capisco che girare un documentario è importante, ma mettersi in fila per essere testimoni dell’ennesimo pellegrinaggio, dell’ennesimo funerale, dell’ennesimo primo giorno di scuola, dell’ennesimo momento privato? E’ come spiare dal buco della serratura.

Intanto, ci aggiriamo per le strade dei villaggi di Luoshui e di Lige con aria smarrita. Ci eravamo costruiti la nostra mappa mentale del luogo basandoci sul racconto di viaggio che la nostra team leader aveva pubblicato. Ma è bastata la prima mezza giornata per capire che quelle narrazioni così poetiche ed evocative sono destinate a evaporare come neve al sole della prova dei fatti. Dove sono le leggendarie matriarche che nelle nostre letture ci parevano così reali? In luogo della bottega dell’ “operosa tessitrice” troviamo un ristorante alla moda. La “caritatevole assistente sociale che aiuta le donne nei commerci” ha cambiato mestiere appena ha potuto, e oggi lavora nell’ufficio turistico. L’“abile argentiera” non esiste, si è sposata e ha cambiato città, e scopriamo che non era nemmeno una donna di razza Moso perché c’era stato un errore a capirsi con l’interprete …

Sullo scottante problema della traduzione la mia mente scientifica issa la bandiera bianca della resa incondizionata: quando la barriera linguistica è così impervia, con che strumenti hai il coraggio di proporti come testimone di una cultura? Cosa ne capisci veramente? Tu arrivi e i Moso parlano la lingua moso. Poi qualcuno deve tradurre per te in cinese. Poi dopo qualcuno deve tradurre in inglese. E se tu non sai l’inglese – come nel caso della nostra team leader, la traduzione a catena si allunga ancora di più, perché qualcuno dovrà passarti tutta la roba in italiano. E quando ti trovi al capo più remoto di questo telefono senza fili, quali informazioni credi di aver ricevuto? E come la racconterai, questa storia, agli altri? Parlerai di quello che hai creduto di capire, adattandolo agli stereotipi che già ti eri portata dietro da casa? Crederai di descrivere ciò che è vero, mentre invece costruisci la proiezione di quello che eri andata a cercare?

Ci aveva già messo in guardia all’inizio del ‘700 il filosofo che amo di più al mondo, Giambattista Vico:

E’ altra proprietà della mente umana, ch’ove gli
uomini delle cose lontanenon conosciute non possono

fare niuna idea, le stimano dalle cose loro conosciute e
presenti (Scienza Nuova §122)

 Ogni racconto di viaggio è, alla fine, il racconto delle nostre speranze, dei nostri sogni, dei nostri desideri. Ogni racconto di viaggio è la narrazione della realtà che desideravamo vedere. A costo d’inventarla.

Al Viaggio verso i Moso dedichiamo un’intera sezione raggiungibile con il tab Moso del menu.

(immagine e video: Minitrue Blog Archive)

Lug 172012
 

La strada che conduce al Lugu Lake è lunga e tortuosa. Parte da Lijiang e arriva a Luoshui in un crescendo di panorami mozzafiato lungo un fiume giallo-melma che però si chiama Fiume Azzurro (guarda video). Di azzurro, di sicuro, c’è il cielo. Limpido e benedetto. Lo apprezzi soprattutto perché te lo eri dimenticato, dentro alla cappa di smog che affoga ormai la Cina intera.Nell’avvicinarsi al Lago ti viene la certezza di essere tristemente privilegiata: quello che vedrai cesserà di esistere nello spazio di una stagione. Fra pochi mesi (2012-2013) inizierà la costruzione dell’aeroporto che collegherà Luoshui al resto della Cina.

Nei secoli passati il luogo era rimasto relativamente incontaminato grazie alla sua posizione isolata. Poi sono arrivate le strade asfaltate. Oggi sono attive due superstrade, quella che sto percorrendo ora e che rende il Lago accessibile da Lijiang in sole quattro ore, e quella che dalla lontana Chengdu permette agli abitanti del Sichuan di raggiungere il Lago in meno di una giornata. Non occorre essere una veggente per prevedere il futuro, e già ti si spezza il cuore al pensiero: nelle pianure Yunnan-Sichuan milioni di cinesi ormai danarosi agonizzano ogni anno da maggio in poi sotto temperature di quaranta gradi, l’aria irrespirabile per l’inquinamento, il cielo dal perenne riverbero grigio-acciaio, lo spazio vitale azzerato dalla densità di popolazione che cresce a ritmi da film dell’orrore. Per contro, la grancassa turistica ti propaganda il “Magico Paese dei Moso”, distante pochi passi, duemilasettecento metri di altitudine azzurra e pulita e fresca, alberghi nuovi di zecca che aspettano solo te, donne bellissime e maschi aitanti…..  i Cinesi-Han accorrono, i Cinesi-Moso accolgono…..come a tutte le latitudini, è solo questione di denaro sonante…..

Il destino del paese-Moso è segnato, e forse è stupido e presuntuoso da parte nostra lamentarsene. Noi occidentali per primi abbiamo dilapidato le nostre risorse naturali e culturali, che diritto abbiamo ora di viaggiare il mondo e far prediche agli altri? Ma sono stata fortunata abbastanza da aver vissuto il mio “momento mistico” e voglio raccontarlo.

L’ultimo tratto di strada prima del Lago è impervio e tortuoso. Ti sembra di essere incastrata in un budello che non finisce più, e già ti senti male perché temi di morire li. Poi arrivi in prossimità del lago, e da lontano ti pare di vedere la luce alla fine del tunnel: la strada finisce di colpo dentro la vallata, ed è come essere sputati fuori dal buio e partoriti di nuovo, nella luce, nell’ossigeno, nella bellezza. Sono passata dalla Cina Han alla Cina Moso, e per un attimo mi è parso di essere in paradiso.

Il miracolo però dura poco (è forse destino di tutti i miracoli, quello di essere effimeri?). Alla fine del mio utero immaginario, i miei sogni si infrangono contro un portale turistico – fintissimo – con la scritta “Benvenuti nel Paese delle Donne”. Pochi metri dopo, un bigliettaio (uomo) ti chiede il pagamento della tassa di soggiorno e in cambio ti rilascia un finto passaporto turistico che ti dichiara ”cittadino del Paese delle Donne”. Dentro ci sono la mappa dei luoghi e gli indirizzi utili. Io non posso fare a meno di ricordarmi – e con orrore – che un passaporto simile mi fu regalato, da ragazzina, al mio primo viaggio in America all’entrata di Disneyland, un passaporto che sfoggiavo con orgoglio e che mi rendeva cittadina onoraria di Paperopoli.

Benvenuti nel Paese delle Donne?

Al Viaggio con i Moso dedichiamo un’intera sezione raggiungibile dal tab Moso del menu.

(immagine e video: Minitrue Blog Archive)

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