Steve McCroskey

Steve McCroskey

Padrone di ogni osteria, si dice abbia inventato la "minestra a nastro" e il "rodizio di spaghetti". Attorno ad una tavola imbandita si diverte a parlare di cinema purchè la discussione si concluda con un dolce in tavola. Spettatore atipico, lo potete sentire rovistare nei sacchetti di plastica delle caramelle nel momento più toccante di qualsiasi film, stravaccato sulla poltrona di un multisala, obbligatoriamente col bottone dei calzoni slacciato. Bulimico di cinema, molte volte scompare dalla circolazione e dal posto di lavoro, per chiudersi in casa a guardarsi uno dopo l'altro ogni episodio delle sue serie televisive e cinematografiche preferite. Il prossimo ritiro, ha annunciato, avverrà per il nuovo Batman.

Giu 012013
 

rubrica di interviste a giovani mestieranti dell’audiovisivo

RIFF - Rome Independent Film Festival

“Autore” nel linguaggio cinematografico è spesso e volentieri, soprattutto in europa, un termine abusato, che in realtà non vuol dire assolutamente niente e determina nel beneficiario una sorta di aurea con cui erigersi qualche livello sopra il normale volgo. Senza considerare poi che per giudicare una persona come “autore” forse dovrebbero trascorrere anni e susseguirsi lavori per avere una panoramica molto più ampia del quadro che si sta cercando di dipingere senza inutili arrampicate sugli specchi. Per ora quindi soffermiamoci a parlare di mestieranti, o meglio, di aspiranti mestieranti che sgomitano per emergere nel mondo audiovisivo e che aspettano solamente la propria occasione per fallire o avere successo.

Inauguriamo questa rubrica sui “giovani” spasimanti in cerca di un mecenate con uno sceneggiatore romagnolo, Federico Lega, ravennate, vincitore con lo script “Testimone Involontario” del Rome Independent Film Festival (RIFF), il più importante festival in Italia del cinema indipendente internazionale.

La storia presentata racconta di un padre, un giornalaio, alla disperata ricerca di ricostruire il rapporto con l’unico figlio avuto da una moglie che ha abbandonato entrambi anni addietro. Un rapporto andato distrutto dopo che lo stesso genitore ha denunciato il ragazzo (responsabile del coordinamento di un vasto giro di droga per nome di un noto trafficante “irraggiungibile” dalle forze dell’ordine) nel tentativo di sottrarlo ad uno stile di vita malavitoso e destinandolo agli arresti domiciliari da trascorrere nell’unica abitazione disponibile: in casa, col padre.

SM: Come mai questo titolo ?

FL: Mi piaceva l’idea di un personaggio testimone esterno di tutto quello che succede nel mondo, non solo dei grandi eventi, ma anche dei piccoli avvenimenti comuni ad ogni città. Orlando, il protagonista, un giornalaio, è sia l’uno che l’altro, a cui tutti si rivolgono per conoscere novità e pettegolezzi del quartiere. E per un gioco del destino, un incidente automobilistico, da personaggio esterno si trova ad essere catapultato all’interno di tutti questi eventi.

SM: Qual è l’idea di partenza alla base della storia?

FL: Da un punto di vista tematico, il rapporto padre e figlio, che in Italia non viene mai trattato. Fino a che punto può arrivare un padre per tutelare il proprio figlio ?. Da un punto di vista strutturale, invece, la sceneggiatura nasce “per gioco”. In ogni copione c’è un elemento nominato  “incidente scatenante”, ovvero quell’evento che fa iniziare tutta la storia. Io mi son semplicemente chiesto: ma se questo “incidente scatenante” fosse un banale incidente ?

SM: E quindi fin dove si può spingere un padre per tutelare il proprio figlio ?

FL: Il mio protagonista è un fallito, nel senso che ha fallito tutte le prove che è stato chiamato a compiere. Nella vita matrimoniale e nella vita di famiglia. Il suo primo tentativo di tutela del figlio, l’educazione, è crollato miseramente; il secondo, l’iniziale denuncia, gli si è rivoltato contro come un boomerang; il terzo, l’accondiscendenza durante la prigionia, lo sta portando ad essere una sorta di servo ubbidiente. Per il quarto tentativo deve cercare di percorrere una strada del tutto nuova e infrangere un po’ tutte quelle regole che l’hanno portato ad un binario morto.

SM: Quindi, in un certo senso, si deve compromettere.

FL: Esattamente. Come testimone involontario è sempre stato all’esterno e dall’esterno ha giudicato, intoccabile. Ora invece è in ballo e deve ballare seguendo un ritmo che non può decidere lui. E per spiegare metaforicamente questo concetto ho scritto una scena dove si ferisce e inizia a sanguinare e con questo sangue sporca sé stesso e tutto il suo mondo intonso circostante.

SM: Ed è per questo motivo che hai deciso di ambientare la storia in inverno?

FL: Sì, perché da una parte restituiva l’immagine di un mondo “congelato” dentro un sistema di regole e valori che non hanno più senso di esistere (quelli del protagonista, si intende), dall’altra la neve rispecchia l’animo di Orlando da sporcare.

SM: In realtà questo copione è un mix di generi: introspettivo, thriller, gangster movie.

FL: Sì, cerco sempre di miscelare le situazioni, anche se non sempre il risultato è positivo. Sono importanti i dosaggi ed evitare le forzature

SM: Purtroppo, ad oggi, stiamo parlando di un copione, scritto unicamente sulla carta. Lo vedremo mai questo film?

FL: Speriamo, ma non mi faccio illusioni. Con la crisi di questi anni, il RIFF ha perso finanziatori. Una volta riuscivano ad aiutare le opere vincitrici a farsi pubblicità e a trovare produttori. Oggi purtroppo non è più possibile ed ognuno è lasciato un po’ a sé stesso. Ho un buon biglietto da visita però.

SM: Progetti futuri?

FL: Tanti, forse troppi. Sono già in concorso in un nuovo importnate festival con una nuova sceneggiatura scritta insieme ad un collega. Vediamo. Cerchiamo di non mollare e tirare avanti sperando di essere riconosciuti, ma è dura

SM: In bocca al lupo, allora !

FL: Grazie, crepi !

Graditi ritorni

 Posted by on 25 maggio 2013  No Responses »
Mag 252013
 

"Akira" by Katsuhiro Otomo. 1988

Graditi ritorni caratterizzano le prossime settimane del calendario cinematografico. Gli amanti della commedia sofisticata avranno la possibilità di ritrovare nelle sale, dal 30 maggio, in versione restaurata, dopo la distribuzione home-video dell’Ermitage, Vogliamo vivere! , il capolavoro di Ernst Lubitsch del 1942, di cui abbiamo già parlato in un nostro articolo precedente: una delle più coraggiose descrizioni e allegorie del nazismo, ideate da un rifugiato tedesco in America, quando ancora negli Stati Uniti e in Europa si ignorava quanto stava realmente accadendo nei territori occupati; tutte le cose possono essere viste da diversi punti di vista, ma soprattutto possono avere una doppia valenza e un doppio scopo e, da innocenti strumenti di lavoro, dispongono della facoltà di trasformarsi in armi letali con le quali combattere l’invasore.

Il secondo ritorno di questo periodo si colloca in tutt’altra sfera cinematografica e rientra in quelle pietre miliari dell’animazione giapponese che hanno aiutato negli anni a creare un antagonista alternativo al monopolio disneyano, diventato sedentario col finire degli anni Ottanta. Era il 1988 quando gli studio Tatsunoko e TMS Entertainment, specializzati in cartoni animati come Lupin, Lady Oscar, Hello Spank, Georgie, Occhi di gatto, Mimì, Chobin, Yattaman, Robotech, Gigi la trottola, diffusero nel mercato nipponico l’adattamento per il grande schermo del manga Akira di Katsuhiro Otomo, diretto dallo stesso illustratore, film e fumetto sperimentale, fondativo di quel genere che a fine anni Novanta prese il nome di cyber punk.

Per quegli anni Akira fu un film di difficile catalogazione e forse, proprio per questo motivo, divenne immediatamente un cult per un’intera generazione cresciuta ad anime giapponesi, fra robot e supereroi, rilegati nei palinsesti di emittenti regionali ed in versione super edulcorata nei canali nazionali, ma più di ogni altra cosa intrappolati nel minutaggio della puntata televisiva.

Gli unici cartoni animati di lungo respiro uscivano in quel periodo in Europa solamente dallo studio Disney ed erano indirizzati, se non ad un’altra tipologia di fruitore, ad un’altra tipologia di gusto e di esigenza.

Visto con gli occhi di quel periodo Akira, che uscì da noi solo per il mercato home-video, era una commistione fra Mad Max, Ken il guerriero e Blade Runner: un futuro post terza guerra mondiale, iper tecnologico, devastato dalla crisi economica, dall’instabilità governativa e dalle derive mistiche, dominato dalle motociclette delle gang di strada.

Nel 2013 gli effetti di Akira li possiamo riconoscere in diverse pellicole, da Strange Days a Matrix, da Total Recall ad Avatar.

La potenza delle immagini e dell’originalità di Akira riuscirono a fidelizzare il pubblico nonostante il film sembrasse ad un primo sguardo monco: finita la visione ti aspetti un sequel che in realtà non esiste. Anche in questo Akira è coraggioso: non c’è happy end e il finale, oltre a non essere conclusivo, è virato tutt’altro che all’ottimismo; si attende l’arrivo di un salvatore, un essere speciale che porti pace e stabilità al mondo, Akira, senza che arrivi mai….

Per scoprire la vera storia di Akira, di Kaneda e Tetsuo, l’unico appuntamento sarà allora il 29 maggio.

Apr 142013
 

LucasArts

Usciamo dal consueto mondo cinematografico televisivo per una piccola parentesi all’interno del videogame, ma un videogame del tutto particolare.

Grazie ai soldi guadagnati con i Guerre Stellari e con il primo Indiana Jones, George Lucas fondò nel 1982 la LucasArts.

Cinque anni dopo la LucasArts rivoluzionò totalmente il mondo videoludico: era il 1987 quando il mondo conobbe il sistema SCUMM (Script Creation Utility for Maniac Mansion) con l’uscita del videogioco Maniac Manson dove, in una costante parodia di film horror di serie B, fra ironia, umorismo e demenzialità (ma soprattutto enigmi da risolvere), il protagonista doveva salvare la propria ragazza dalle grinfie di uno scienziato pazzo. Iniziò così l’era delle “avventure grafiche”.

Tipologia di gioco già esistente da parecchi anni, l’avventura grafica era sostanzialmente un libro infinito, con diverse soluzioni possibili ad ogni bivio della storia. Con lo sviluppo della grafica (e del sistema SCUMM) si trasformò da libro a film, dove al giocatore venne data la possibilità di “scrivere” personalmente la sceneggiatura all’interno di una serie imprecisata di opzioni definite dai veri sceneggiatori del racconto.

Lo stile LucasArts divenne in poco tempo inconfondibile e spopolò per tutti gli anni ’90, alternando storie di alieni (Zack McKracken), druidi e maghi (Loom), viaggi nel tempo per salvare la storia (Day of the Tentacle), polizieschi road movie (Sam & Max), motociclisti in futuri apocalittici (Full Throttle), missioni spaziali (The Dig), diverbi nelle terre dei morti (Grim Fandango) ma soprattutto avventure di pirati impossibili (Monkey Island) e trasposizioni della saga di Indiana Jones.

Queste ultime due produzioni sono considerate dei Vangeli per molti giovani trentenni e quarantenni di oggi; come i Goonies, storie che hanno segnato un’epoca, ma soprattutto grandi esercizi di scrittura, al punto tale che quando si iniziò a vociferare del quarto capitolo cinematografico di Indiana Jones, la speranza di una trasposizione in pellicola di quell’indimenticabile Indiana Jones e il destino di Atlantide si diffuse per il pianeta. Per aumentare l’attesa e l’impatto al botteghino, la stessa produzione coltivò per mesi quest’aspettativa; diversi siti internet iniziarono a diffondere l’immaginario cast, creando infine non poca delusione in molti spettatori al momento dell’uscita del regno dei teschi di cristallo.

Con lo sviluppo spasmodico della grafica e l’arrivo delle consolle non ci fu più spazio per le avventure grafiche. La storia venne sacrificata a favore dell’effetto visivo e anche la LucasArts dovette adeguarsi pur continuando a produrre saghe di notevole spessore.

Pochi mesi fa la Disney ha proposto un’offerta a Lucas per l’acquisto dell’intera compagnia. Da anni disinnamorato della propria creazione, non più fabbrica di storie, Lucas ha accettato. In molti hanno creduto fosse arrivato il momento del rilancio della LucasArts, grazie ai soldi della grande compagnia, invece, notizia della scorsa settimana, l’operazione non è stata altro che una strategia industriale per eliminare uno scomodo concorrente dal mercato.

La LucasArts chiude, con tutte le sue storie raccontate e da raccontare. Sarebbe bello se qualcuno, un giorno, scrivesse un film su quei produttivi anni Novanta.

Mar 162013
 

moon-gerty-crying

Uscito nel 2009, produzione indipendente ma neanche troppo, il Moon di Duncan Jones ottenne notevole visibilità per le vittorie di festival minori, come primo film diretto dal figlio di David Bowie e per essere un film di fantascienza a basso costo (affermazione che dovrebbe essere tradotta in “film di fantascienza senza essere un blockbuster”). Il successo al botteghino ha poi portato Bowie Jr. ad essere opzionato nel 2011 per (questa volta sì) un blockbuster di fantascienza , Source Code (del quale non si registra memoria in alcuno), ma soprattutto a vedersi affidata la regia dell’ “ambito” progetto cinematografico di Warcraft, adattamento del videogioco leggendario nel mondo ludico-informatico dove vedremo orchi e umani darsene di santa ragione.

Le buone notizie personali per il regista non sono però andate di pari passo con l’affermazione del proprio nome a livello internazionale, impossibilitandogli ancora di allontanarsi dall’etichetta del “figlio di”. D’altra parte, Moon, dopo gli elogi della stagione 2009-2010 sarebbe ben presto finito nel dimenticatoio se non fosse stato per un regista italiano, tale Patrick Rizzi, che ha deciso di denunciare in rete Jones per aver copiato l’italiano Eutamnesia, girato da Rizzi una decina di anni prima.

Purtroppo per Rizzi, lo stesso filmato, fatto girare su internet per denunciare lo scippo, contiene già la vincente arringa finale difensiva di Jones.

“la trama dei due film è la stessa: un uomo delegato da una compagnia lavora solitario su un pianeta deserto [..]. In realtà egli è un clone [..]. La sostanziale differenza tra le due storie è che: il protagonista di Moon scopre di essere un clone”

(Hai detto poco!)

Nonostante il Moon di Jones sia veramente il classico film del “figlio di”, notevolmente sopravvalutato e perfetto materiale di studio per l’ottima campagna pubblicitaria realizzata prima e dopo l’uscita (e questa diatriba potrebbe essere l’ennesima trovata), la tesi accusatoria di Rizzi è paragonabile all’affermare che la crema di cioccolata e la Nutella sono la stessa cosa solo che la seconda ha le nocciole (similitudine morettiana, visti i tempi ecclesiastici, che farà imbestialire qualcuno del blog).

Per avvallare la propria linea accusatoria Rizzi utilizza una serie di paragoni di scelte narrative; cosa lecita ma del tutto lontana dal plagio e neanche molto vicina al concetto di saccheggio. Seguendo questa deriva si finirebbe coll’assentire che tutti i film western sono copiati da “Assalto al treno” di Porter del 1903.

Jones ha sicuramente tratto, volutamente o casualmente, dal film di Rizzi alcuni elementi narrativi (forse persino il primo atto – senza contare tutti gli altri film da cui “prende in prestito”), ma la sua scelta di far scoprire al proprio protagonista di essere un clone porta il film a viaggiare su un piano parallelo ma completamente diverso da Eutamnesia (un po’ come la trama di Ritorno al futuro II).

Le cose che più lasciano da pensare in tutta questa vicenda sono l’atroce puzza sotto il naso di Jones (che ha realizzato un film mediocre spacciato per capolavoro; in realtà avrebbe potuto osare di più) e la convinzione di Rizzi che 5, 6, 100 inquadrature siano più cinematograficamente importanti, e scindibili, degli sviluppi narrativi, morali e simbolici di un copione.

Feb 172013
 

intreatment

Arriverà fra qualche mese, in onda su Sky, il remake italiano di In Treatment, la serie sulla psicoterapia, nata dalla penna di Hagai Levi, proposta inizialmente dalla tv israeliana, passata per l’America e diffusa in tutto il mondo e in molti paesi riscritta e reinterpretata.

E’ una grossa scommessa quella portata avanti dal ramo italiano dell’azienda di Murdoch, affidata alla scrittura di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo (La doppia ora), Giacomo Durzi (S.B. Io lo conoscevo bene) e dalla debuttante Ilaria Bernardini. Una scommessa perché, come è solito affermare Armando Fumagalli (consulente di sceneggiatura per la maggior parte delle compagnie di produzioni italiane, in special modo per Lux Vide): “Normalmente nel mondo, attraverso la regia e la recitazione, si può migliorare un copione; in Italia dobbiamo accontentarci che regia e recitazione non peggiorino troppo la propria sceneggiatura”.

Già il titolo della trasposizione italiana lascia qualche dubbio: “L’appuntamento”, quasi a voler dire che “terapia” possa ancor oggi essere una parola tabù nella nostra società (da qui anche una delle motivazioni di andare su Sky e non su Mediaset o Rai).

Come abbiamo già detto nel nostro articolo su In Treatment, la serie si fonda tutto su sceneggiatura e recitazione. Il gruppo di scrittura sembra promettere bene, ma scrivere di niente, giocare col celato-rivelato non è pane per tutti i giorni.

Dall’In Treatment americano sono usciti due giovani attori molto promettenti, Mia Wasikowska (l’Alice di Tim Burton, Jane Eyre, Madame Bovary) e Dane DeHaan (Chronicle); in Italia si passerà da Gabriel Byrne a Sergio Castellito per il ruolo del terapeuta, con Kasia Smutniak, Guido Caprino, Irene Casagrande, Valeria Bruni Tedeschi, Barbara Bobulova, Adriano Giannini nel ruolo dei pazienti, Valeria Golino come moglie di Castellitto e Licia Maglietta mentore e terapeuta del protagonista. Non proprio un cast da fare impazzire, con diversi nomi stonati.

Per quanto riguarda le storie, per ora si sa solo che in linea di massima seguiranno la stagione 1 della serie americana; alla debuttante e giovane Casagrande verrà quindi affidato il ruolo della Wasikowska, forse il più difficile e forse non a caso affiancata da una madre (si presume opprimente), Valeria Bruni Tedeschi, su cui appoggiare buona parte della recitazione. La Smutniak sarà la dottoressa innamorata di Castellitto; il loro plot dovrà reggere sostanzialmente l’intera stagione, ma il rischio di “sceneggiata” è dietro l’angolo, così come per tutti gli altri personaggi.

Sicuro sarà che copiare dall’inizio alla fine le puntate americane porterà ad una sconfitta disonorevole ma poco fragorosa il team creativo, nessuno se ne accorgerà.

Non essendo il prodotto di partenza troppo accattivante (In Treatment, a scatola chiusa, può sembrare una noia mortale, rendendo quindi doppia la deflagrazione dei vari climax) per il pubblico e gli sponsor italiani è stata data in pasto la “pillola dorata” della regia affidata a Saverio Costanzo, nome di richiamo per gli intellettualoidi radical-chic, gli ignoranti e i media generalisti, nonostante il suo apporto (si spera) sarà nullo.

Staremo a vedere, il conto alla rovescia è iniziato.

Feb 092013
 

La doppia opra, 2009

Una delle accuse che maggiormente viene rivolta al cinema italiano evidenzia la decisione dei nostri produttori di abbandonare, a suo tempo, la via dei generi cinematografici, per seguire sempre e costantemente il cinema d’autore e gli autori, o comunque il cinema “impegnato” politicamente o socialmente, reflusso degenerativo di quello che fu il neorealismo, epoca che tanto diede al cinema italiano, ma che molto altro tolse negli anni a seguire (tant’è che ne paghiamo ancora le conseguenze). In Italia sostanzialmente non si fanno e non si sanno fare film di genere. Ecco perché La doppia ora del 2009 non solo risulta un ottimo thriller, con uno sconvolgimento narrativo tipico del primo Shyamalan, ma anche un coraggioso esperimento da parte degli sceneggiatori e dei produttori (l’Indigo Film, quelli di Sorrentino per intenderci); non a caso la regia venne affidata ad un regista “emergente”, Giuseppe Capotondi, una lunga esperienza in videoclip (fra Zucchero, Negrita, Skunk Anansie, Keane, Natalie Imbruglia), ma uno zero nella colonna riservata al grande schermo, numero mai più aggiornato dopo il primo film, nonostante le numerose nomination a vari festival (fra cui Venezia, David di Donatello e Nastri d’argento).

L’idea è di un giovane sceneggiatore ravennate, Alessandro Fabbri, un film all’attivo con scarsissima distribuzione, affiancato da due scrittori altrettanto emergenti, Ludovica Rampolli (collaboratrice per il copione di un altro ottimo film italiano di genere, La ragazza del lago) e Stefano Sardo: Guido, ex poliziotto autoesiliatosi in una villa come custode,  e Sonia, ragazza slovena, si incontrano ad uno speed-date; nonostante il carattere un po’ difficile dell’uomo, iniziano una relazione che si interrompe in una violenta rapina.

Purtroppo, molto altro su questo film non è possibile scrivere; ogni dettaglio aggiuntivo rovinerebbe la visione. E’ lecito solamente aggiungere che la rivoluzione “alla Shyamalan” viene qui inserita a metà del racconto e non alla fine come per il regista e sceneggiatore indiano, preferendo dedicare maggiore attenzione agli eventi successivi la scoperta della realtà.

Protagonisti del racconto sono Filippo Timi e Ksenia Rappoport, vincitrice della coppa Volpi al festival di Venezia come migliore attrice proprio per l’interpretazione di Sonia (premio della critica per Filippo Timi), a testimonianza di come il film italiano di genere sia apprezzato da quelli seduti sulle  poltrone, purchè fatto bene. La fattura di questo prodotto d’altra parte si misura anche con l’attenzione ricevuta dall’altra parte dell’oceano. A due anni dall’uscita vennero confermate le indiscrezioni che accompagnarono la pellicola fin dalla sua uscita: Hollywood era interessata ad un remake, un progetto di cui però a tutt’oggi si conosce unicamente il nome del regista, Joshua Marston, Maria Full of Grace e tante serie tv in curriculum, e si ipotizza la protagonista: Michelle Williams, capace di andare lontano anni luce dal suo personaggio di Dawson’s Creek (e ai maligni piace supporre, forse a ragione, che molto possa essere dovuto alla morte di Heath Ledger, di cui era compagna).

Gen 262013
 

Da un po’ di anni l’industria cinematografico-televisiva americana sta proponendo al pubblico vampiri e licantropi in tutte le salse, sfruttando fino al midollo un filone di sicura commercializzazione grazie ai due prodotti di punta (Twilight e True Blood) che hanno mutato la storia di Vlad l’impalatore e dei suoi discendenti in chiave molto teen-pop e molto pulp. Dall’ammazzavampiri Buffy di fine anni ’90, dieci anni più tardi si è passati dall’altra parte della barricata (l’apripista fu proprio lo spin-off di Buffy, Angel) rispolverando lo stereotipo del bello, impossibile, tenebroso e dannato.

Accanto a questa corrente pubblicizzata da tutte le parti, che inevitabilmente si è portata dietro anche produzioni orrende, sono invece arrivati molto sottovoce una serie di lavori zombieschi mirati, di elevata qualità e quasi mai banali (il primo fu Resident Evil, titolo disintegrato dagli episodi successivi). Di L’alba dei morti dementi abbiamo già parlato durante lo scorso Halloween. Nelle prossime settimane, invece, uscirà al cinema una commedia romantica sicuramente interessante, dove il salto della barricata viene compiuto anche a favore degli zombie: in Warm Bodies uno zombie-boy si innamorerà della propria preda, trovando, a quanto sembra, una via per la guarigione.

28 giorni dopo e 28 settimane dopo possono essere già annoverati fra i classici del genere per quanto riguarda il nuovo millennio. Zombieland, del 2009, mette in scena lo sfigato di turno (Jesse Eisenberg prima di Facebook), cresciuto fra vessazioni e umiliazioni, dalle quali ha imparato l’arte dello scappare; quest’abilità l’ha trasformato nell’umano più efficiente nel sopravvivere all’invasione di zombie; al suo fianco il sadico Woody Harrelson (in perenne ricerca di Twix, ultima soddisfazione da fine del mondo), la secchiona Abigail Breslin e la temeraria Emma Stone, agli inizi della sua carriera da nuova fidanzatina d’america. Linguaggio ironico e metacinematografico hanno portato il film in vetta alla classifica di incassi USA per il cinema di zombie.

Per quanto riguarda la televisione, fece il suo debutto sperimentale tre anni fa The Walking Dead, serie tratta dall’omonimo fumetto di Robert Kirkman e adattata per il piccolo schermo da Frank Daranbont, uno che oltreoceano è osannato come una specie di Shakespeare contemporaneo, grazie ad opere come Il miglio verde e Le ali della libertà. Solo sei episodi all’esordio che hanno portato tuttavia i maggiori network televisivi internazionali a fare a gara per accapparrarsi i diritti di trasmissione, portando, per ora, la serie alla terza stagione.

Un po’ Il mio nome è leggenda, un po’ 28 giorni dopo, The Walking Dead (protagonista quello della dichiarazione a Keira Knightley in Love Actually) non è solo un film di zombie (per i quali si arriva persino a nutrire una forte compassione ed empatia), è una serie postapocalittica sulla scomparsa della società e delle sue regole; mentre la prima stagione è incentrata sulla permanenza in vita, le puntate seguenti si focalizzano sulla perenne violazione etica e morale: fin dove sei disposto a spingerti per continuare a vivere, proteggere il tuo gruppo, o più semplicemente prendere ciò che desideri ?

Gen 122013
 

Apriamo il 2013 con una doppia stroncatura su due film italiani che ricostruiscono due eventi storici del nostro paese, la strage di Piazza Fontana del 1969 e il crac Parmalat del 2003. Romanzo di una strage manca pressochè di coraggio; Il gioiellino è totalmente superficiale. In sostanza sembrano due film realizzati “tanto per fare un film sopra due eventi storici importanti” e per avvolgersi intorno all’alone della pellicola “impegnata”.

Nella ricostruzione della bomba nella banca nazionale dell’agricoltura l’unica cosa apprezzabile è l’abbozzo (perché solo di abbozzo si tratta) delle dinamiche dell’attentato: una o due bombe ? Per mano dello Stato ? Due teorie buttate là in un dialogo scarsamente evidenziato fra Calabresi e un tecnico della polizia. Ma un film di questo tipo non può permettersi di parlare solo ed esclusivamente alle persone che conoscono l’intera vicenda. Deve essere piuttosto una narrazione a più ampio respiro per “tirare dentro” tutti coloro che non conoscono la “benemerita mazza” della vicenda. Guardando il film con questa ignoranza storica, sembra di vedere semplicemente le vicende intorno ad una bomba e all’inutile indagine sull’attentato. Viene naturale chiedersi: chi è quello coi capelli bianchi (Moro) ? Chi sta minacciando alla fine del film e perché (Saragat) ? Chi è il principe Borghese e perché è importante nel racconto ? Feltrinelli chi, quello dei libri ? Fino al capitolo finale: chi ha ucciso Mastandrea (Calabresi) e perché ? Che immediatamente viene chiarito dalla scritta successiva che porta all’ultima domanda: e che cacchio è Lotta Continua e che cosa c’entra ?

Romanzo di una strage non parla del periodo attraversato dall’Italia in quel momento, non parla di Calabresi alla berlina (se non per una scritta su un muro), ma si limita semplicemente a dirci che il commissario non era presente al momento dell’omicidio Pinelli e che l’anarchico alla fine non era che una brava persona. Bella forza, cose che ormai già si sapevano da un pezzo, no ?

Osare un’ora in più di pellicola sarebbe stato essenziale per valorizzare maggiormente le diverse implicazioni e sfumature di un vasto intrigo senza affidarsi costantemente agli “spiegoni” fra Moro e l’ufficiale dei Carabinieri.

Il gioiellino dal canto suo è un film che non esiste. Parla dello scandalo Parmalat senza parlarne veramente. Le chiacchiere da bar riescono ad avere una maggiore consistenza. Perché è questo che manca: gli unici elementi ad avere consistenza sono Servillo e Felberbaum. Remo Girone raffigura un Tanzi che ogni tanto passa per gli uffici a ripetere “questa azienda è un gioiellino” “i soldi non ci sono” “i soldi li troviamo”. Non si parla dei soldi regalati a destra e a sinistra e alla carta stampata, dei rapporti col Vaticano, dello scandalo “Fresco Blu”, dell’agenzia viaggi utilizzata per ottenere favori politici e finanziari (che, secondo il film, casualmente era costantemente indebitata), ma soprattutto il piano criminale sul quale gira tutto il processo Parmalat viene rappresentato come un semplice taglia e incolla di un alunno delle scuole medie. L’ascesa e la caduta della società sembrano quasi dovuti alla Provvidenza.

Post di fine anno

 Posted by on 30 dicembre 2012  No Responses »
Dic 302012
 

Il 2012 si sta per concludere con pochi alti (la sequenza della metropolitana di Shame – con la colonna sonora copiata dal tema della collina di La sottile linea rossa di Hans Zimmer – il ritorno in azione di Batman in The Dark Knight Rises, o la seconda stagione di Games of Thrones) e molti bassi. Per l’anno che verrà possiamo quindi provare a stilare una lista di film da recuperare per tutte quelle serate nelle quali in convento non passa nulla di buono.

Avventura

  • Acque del sud
  • Il tempio di fuoco

Bio-Pic

  • Kinsey
  • Walk the line

Cartone amimato

  • Dragontrainer
  • Le follie dell’ imperatore
  • Il mio vicino Totoro

Comico

  • Caruso Paskoski
  • Crimen perfecto

Commedia

  • Gocce d’acqua su pietre roventi
  • Il mio amico Eric
  • Rosencrantz e Guildestern sono morti
  • Thank You for Smoking
  • The Big White

Fantasy

  • Stardust

Horror

  • Saw

Melodrammatico

  • 2046 (il 2013 sarà anche il ritorno di Wong Kar Wai)
  • Gosford Park
  • L’ora di religione
  • Le conseguenze dell’amore
  • Teza

Musical

  • Romance & Cigarettes

Sci-Fi

  • eXistenZ
  • Paul
  • Sunshine

Storico

  • Bobby
  • La tenda rossa
  • Michael Clayton
  • Queimada
  • Hotel Rwanda

Thriller

  • L’infernale Quinlan
  • La doppia ora
  • Manhunter – frammenti di omicidio
  • Vivere e morire a Los Angeles

Teatro

  • Romeo e Giulietta di paolo Rossi
  • Vajont

Serie TV

  • Seinfeld (tutte e nove le stagioni)

A questo punto non mi rimane altro da dirvi: buona ricerca in videoteca per il 2013!

Dic 152012
 

Grandi speranze. Tutte disilluse. Potrebbe essere la storia d’Italia e di tutti coloro che si sono affacciati al mondo della politica; Berlusconi, Bossi, l’Unione (la Margherita, l’Ulivo, tutto il boschetto e il cuccuzzaro e il Pd), Di Pietro, Fini  (Casini non ha mai suscitato speranze di nessun tipo), fino arrivare a Monti. Invece stiamo parlando dell’ultimo adattamento di un romanzo di Dickens per il grande schermo.

Sulla difficoltà di trarre una sceneggiatura da un racconto letterario, c’è un bellissimo film targato Charlie Kaufman (vedere i primi articoli di questo spazio cinematografico), con Nicolas Cage e Meryl Streep protagonisti. Adaptation non a caso il titolo originale, Il ladro di orchidee per il mercato italiano. Ma i due libri in questione sono agli antipodi. Da una parte Il ladro di orchidee di Susan Orlean, un diario introspettivo, completamente anarrativo; dall’altra parte Grandi speranze, che nelle sue pagine si rivela addirittura troppo prolisso di accadimenti, quanto meno per lo sceneggiatore David Nicholls (al suo debutto cinematografico dopo alcune serie e film per la tv) e l’intera produzione, che, quanto meno, sullo script avrebbbe dovuto pretendere e imporre correttivi, o, ancora meglio, affidare un’opera così complessa ad uno sceneggiatore più esperto.

Se non si vuole passare per semplici amanuensi, bisogna essere pronti a sconvolgere un libro, persino quelli popolari, quando lo si traduce in sceneggiatura, anche perché altrimenti sarebbe un lavoro in cui chiunque potrebbe riuscire; la storia è già scritta, le battute pronte e non c’è nemmeno bisogno di sciroccarsi a trovare un finale (la lezione Cuore di tenebra è Apocalypse Now è sempre lì dietro l’angolo a strizzare l’occhio). All’occorenza la consecutio temporum deve essere alterata, le battute invertite o attribuite a terze persone e il finale può addirittura essere cambiato. Perché c’è un principio basilare nell’alienazione del cinema dal teatro o dalla radio: un personaggio al cinema non può raccontare; il suo racconto deve essere riproposto sullo schermo. Per un semplice motivo, annoia. Ed è questo che succede per le oltre due ore di Grandi speranze. Noia.

Diversi personaggi a turno raccontano il loro passato che ha portato allo sviluppo degli eventi del film, quando invece sarebbe stato più opportuno presentare direttamente le loro singole vicende, sconvolgendo per l’appunto la scaletta degli eventi, oppure semplicemente con un flashback sapientemente incastrato nel cuore della narrazione.

Niente di tutto questo purtroppo è avvenuto in Grandi speranze, rendendo il prodotto finale un qualcosa di inguardabile, poiché costantemente interrotto da lunghe digressioni della memoria. I cosidetti “spiegoni”, tendine d’Achille, spezzato, di qualsiasi sceneggiatura.

Presumibilmente la foga di tenere più brevi possibili questi spiegoni porta un ulteriore inconveniente: la backstory di Miss Havisham (Helena Bonham Carter), causa scatenante di tutti gli eventi, è velocemente spiegata, facendo cadere nell’oblio (del narratore e del pubblico) la figura del marito della donna. Marito che si ripresenta alla fine del film ponendo fine alla vita di Ralph Fiennes, ma facendo sorgere un’inevitabile domanda: “e questo chi cacchio è?” Domanda imbarazzante dopo 115 minuti.

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