apr 132012
 

Uno studio, voluto proprio dall’ex ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, mette in evidenza la situazione di pesante arretratezza delle scuole paritarie, già emersa dai giudizi dell’Ocse. Più della metà, vale la pena di ricordarlo, sono private cattoliche. Tra l’altro recentemente in prima linea proprio contro l’introduzione dell’imposta sugli immobili da parte del governo Monti. Istituti che, in barba al dettato costituzionale, possono ricevere anche lauti finanziamenti pubblici. Ma che nonostante le laute rette forniscono, come reso noto dalla stampa in parecchie occasioni, un servizio scadente e servono di fatto da ‘diplomifici’. Dove la promozione è assicurata, basta pagare.

A confermare la situazione di arretratezza delle paritarie,anche il ministero dell’Istruzione. Le paritarie italiane sono indietro di dieci anni rispetto alle scuole statali, per quanto riguarda le tecnologie multimediali. A smentire “clamorosamente”, scrive Repubblica, “il luogo comune che vuole gli alunni delle scuole private italiane con più opportunità rispetto ai compagni delle scuole pubbliche”.

Alcune cifre. Mentre il 99,3% delle scuole pubbliche – tra quelle dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado – è dotata di laboratori tecnologici e multimediali, la percentuale crolla al 48,6% per quelle paritarie. Le scuole private sono anche meno connesse con Adsl rispetto alle pubbliche: 78% contro 90%. Le paritarie sono indietro anche per le lavagne interattive multimediali (lim), solo una su cinque ne è dotata, rispetto all’82% di quelle pubbliche. Ma anche sotto altri aspetti le scuole paritarie sono indietro rispetto a quelle pubbliche. Nonostante i cospicui finanziamenti pubblici che arrivano ad esempio alle private cattoliche, documentati anche dall’inchiesta  I Costi della Chiesa, in nome di quella “libertà di insegnamento” spesso proclamata da alti prelati. E i tagli pesanti, invece, che devono subire gli istituti statali che non hanno santi in paradiso.

Un’ulteriore conferma è venuta da uno studio della Fondazione Giovanni Agnelli.

fonte: Uaar

Fede cieca

 di - 12 aprile 2012  1 Risposta »
apr 122012
 

«La Lega è una fede» dice un “padano” durante la serata dell’Orgoglio leghista a Bergamo, incarnando in poche semplici parole non solo il fenomeno che riguarda il suo disastrato partito, ma anche un po’ lo spirito di acritica e prona identificazione di cui sembra che gli italiani abbiano disperato bisogno. E così bastano le parole di scusa del Senatur, pronto a gettare fango sui figli pur di salvare se stesso e la fede dei suoi adepti, per cancellare gli indebiti appropriamenti di cui un padre, quel padre, non avrebbe potuto non sapere. Anche perché non si tratta solo delle ruberie dei figli, quelli che «portano il mio cognome», ma anche le sue se è vero che si è trovato proprietario di un appartamento magicamente ristrutturato da altri a sua insaputa.

La vicenda somiglia tanto a quella che ha visto Silvio Berlusconi giurare e spergiurare di essere convinto che quella baby prostituta marocchina fosse la nipote di Mubarak, o a quella che vede il papa, ormai da anni, negare di essere mai stato a conoscenza degli abominevoli crimini di pedofilia che si sono consumati nel clero quando lui stesso era a capo della Congregazione della dottrina della fede e gestiva personalmente il silenzio, gli insabbiamenti e perfino i trasferimenti dei rei confessi pur di salvare la sua Chiesa. E non sono i Bossi, i Berlusconi e i Ratzinger, con le loro probabili menzogne, a spaventare, ma i milioni di persone che erigono quelle menzogne a incrollabili verità anche di fronte alla più schiacciante e logica evidenza.

La Chiesa non è solo quella che ha sede Oltretevere. Chiesa è ogni gruppo organizzato che richieda, per sopravvivere, la dedizione della cecità, la fede dogmatica nell’innocenza, il rifiuto cosciente di ogni turpe responsabilità che appanni la limpidezza dei suoi ministri. Perché quei ministri siamo noi. L’identificazione porta a uno scambio di connotati che vede innocenti loro perché noi lo siamo. Così come siamo grandi noi se loro lo sono.

Abbiamo bisogno di dei, imbonitori, leader ai quali sacrificare la nostra intelligenza. E ben ci sta che siano farabutti. Prima o poi forse capiremo che, come gli indios all’arrivo dei colonizzatori spagnoli, stiamo scambiando luccicanti perline di vetro con il nostro oro.

fonte: Cronache Laiche, “Sindrome della fede” di Cecilia Calamani

mar 312012
 

Antonio Natali dirige dall’ agosto del 1980 La Galleria degli Uffizi di Firenze, uno dei più prestigiosi musei al mondo con 1,8 milioni di visitatori all’anno. E da ventidue anni, riceve sempre lo stesso stipendio, 1780 euro al mese, ventitrè volte meno di quello del direttore dei Monopoli di Stato o del capo di Stato Maggiore della Difesa. “Mi vergogno quando racconto ai miei colleghi del Louvre o del British Museum quanto guadagno. Se mia moglie non fosse insegnante, avrei dovuto abbandonare la mia professione da molto tempo”, ha detto a Le Figaro.

Lo stipendio che percepisce Anna Lo Bianco, uno dei più grandi specialisti di storia dell’arte italiana, una laurea più sette anni di specializzazione post laurea e innumerevoli concorsi statali a suo attivo, per dirigere a Roma la Galleria Nazionale d’Arte Antica, è quattro volte inferiore a quello dell’ultimo degli uscieri del Senato. “Ho quaranta persone alle mie dipendenze. Quando i custodi sono venuti a sapere del mio stipendio, mi hanno mostrato la loro solidarietà. Sono pagati quanto me” ha detto.

Non abbiamo nè cellulare, nè auto di servizio, nemmeno un budget per le ore supplementari. Ho 31 anni di carriera trascorsi sempre nello stesso ufficio. Abbiamo appena assunto una giovane stagista del Louvre. Guadagna più di me “, aggiunge Rita Paris, che si occupa della Via Appia, prestigioso parco archeologico di 80 ettari in pieno centro a Roma. Ascesa e caduta della cultura italiana. Nell’affrontare la loro ira, il Ministero dei Beni Culturali ha pensato di fare cosa gradita, offrendo 150 euro di aumento al mese, tramite un concorso. “Proposta ridicola, assurda. Pretendono che presenti documentazione scritta del lavoro che faccio. Ho condotto 80 campagne di restauro. Cosa vogliono di più?” dichiara indignata Anna Lo Bianco.

Non c’è dubbio che nessuno avrebbe saputo di questa rivolta se Mario Monti non avesse imposto la trasparenza sui salari del pubblico impiego. E’ là che sono iniziate le sorprese. Passi che un ministro guadagni 200.000 euro l’anno. Ma come è possibile che gli alti dirigenti statali come il presidente della commissione antitrust, i responsabili delle Autorità in materia di energia e comunicazioni, alcuni capi di gabinetto e pezzi grossi dell’esercito, il direttore dell’INPS possano guadagnare da 320.000 a 540.000 euro all’anno? Antonio Natali si indigna per la bassissima considerazione della classe politica per il nostro lavoro. “Il fatto che siamo vergognosamente sottopagati è un’ulteriore prova che l’Italia non crede nella sua cultura”.

fonte: Le FigaroMonti face à la grande misère des directeurs de musèe

mar 282012
 

La pillola dei cinque giorni dopo sarà commercializzata ad aprile dopo un travagliato iter durato tre anni. Una grande conquista, si dirà. O – piuttosto – un grande imbroglio?

L’EllaOne (ulipristal acetato) potrà essere disponibile solo per quelle donne che si sottoporranno a un test ematico di gravidanza che risulti negativo. La donna, quindi, nelle 120 ore successive al rapporto considerato a rischio di gravidanza dovrà – con la velocità di una saltatrice olimpionica -  recarsi dal medico curante per la prescrizione del test, effettuare le analisi, ritirare l’esito, recarsi di nuovo dal medico per la prescrizione farmacologica e infine correre in farmacia per l’acquisto. Sempre che, in farmacia, non s’imbatta in un farmacista obiettore. E sempre che, ovviamente,  il rapporto sessuale a rischio non si sia avuto nel fine settimana. Sennò non ci stiamo con i tempi e tutto salta.

L’Italia, fra tutti i paesi europei, è l’unica ad aver stabilito quest’iter procedurale per accedere alla contraccezione di emergenza. Un percorso fatto di ostacoli totalmente ingiustificati sul piano scientifico e che niente hanno a che vedere con la salvaguardia della salute della donna. Anzi questa procedura, proprio per la sua farraginosità,  può rivelarsi inutile e non lasciare alla donna altra scelta che l’aborto. Con tutto ciò che ne consegue,  sia per il dramma femminile, sia per i maggiori oneri sostenuti dal SSN.

Ostacoli creati di proposito da coloro che ineffabilmente si ergono a difensori della vita ma che, della vita e della salute psico-fisica delle donne e delle mortificazioni cui sono sottoposte per ottenere ciò che è per loro un diritto, se ne infischiano bellamente.

Poi non meravigliamoci se le donne, esasperate, alla fine acquistano i farmaci online per accedere, rapidamente, a ciò che loro è dovuto.

mar 202012
 

Domenica scorsa si sono concluse a Torino le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Anche noi chiudiamo con il centocinquantesimo prendendo spunto dalla notizia di un provvedimento messo a punto dalla Commissione Cultura della Camera: l’Inno di Mameli (Il Canto degli Italiani per l’esattezza) dovrebbe diventare di apprendimento obbligatorio nelle scuole.

La proposta trova tutti concordi fuorchè, è inevitabile, la Lega Nord.

E saremmo anche d’accordo se la loro obiezione fosse di natura estetica visto che l’Inno di Mameli, più che un inno nazionale, rimanda al teatro del Gran Guignol. Del resto come dare loro torto dal momento che si canta di pennuti spennati: «Già l’Aquila d’Austria le penne ha perdute» che vampirescamente si dissetano nelle steppe con «il sangue d’Italia, il sangue Polacco bevè col cosacco».

Eppure nel Canto degli Italiani si proclama anche – e con  indiscutibile e veemente orgoglio padano – che «dall’Alpi a Sicilia ovunque è Legnano». Dunque Alberto da Giussano e il Carroccio assurti al Pantheon delle Glorie Nazionali. Questo dovrebbe bastare per rendere loro giustizia storica.

E invece no. I leghisti preferiscono il verdiano (peraltro bellissimo) «Va’ Pensiero» dove si narra di un popolo che proprio tanto lumbard non è. Un popolo che, strappato dalla sua terra in Palestina, canta il suo sofferto esilio in Babilonia.

Valli a capire.

immagine: Erick van Cleve “The Construction of the Tower of Babel”, XVI° sec. – Kröller-Müller Museum, Otterlo (Olanda)

 

mar 182012
 

Rimanendo in tema di Oscar, nel 2009 uscì e fu candidato all’oscar come miglior sceneggiatura sotto il silenzio generale un interessante film indipendente di genere, inglese, scritto e diretto da Martin McDonagh (opera prima) dal titolo In Bruges – La coscienza dell’assassino con Colin Farrell, Brendan Gleeson e Ralph Fiennes (nel ruolo del villain).

Due assassini inglesi vengono spediti dal loro capo a Bruges dopo che nell’ultima missione uno di loro (Farrell) ha ucciso un bambino per sbaglio, andando incontro ad uno dei principi cardini dei killer di professione: non si uccidono bambini (i preti sì, però).

In realtà il trasferimento punitivo a Bruges nasconde un secondo fine: Brendan Gleeson, il mentore, nel ruolo metaforico di padre, deve uccidere Colin Farrell, l’allievo-figlio, per l’errore commesso. Da parte sua, Colin Farrell, dopo l’uccisione del bambino, è caduto in una profonda depressione, ampliata dalla cittadina di Bruges, per lui così vuota e inutile, abituato com’è alla grande metropoli, fino ad arrivare al tentativo di suicidio.

Come ogni film impregnato nel proprio genere, non ci sono molti spunti di riflessione, salvo appunto la costruzione della sceneggiatura, con le quali regole e strutture Martin McDonagh gioca abbastanza. Ma d’altronde anche il tono della narrazione e la caratterizzazione dei personaggi sono un gioco: la commedia prevale sul thriller, Ken (Gleeson) incarna benissimo il ruolo da turista, Ray, (Farrell), ottimo casinista, sembra tutto tranne che un pericoloso sicario. I percorsi di maturazione dei due personaggi (la missione di uccidere il collega – il tentativo di suicidio) arriveranno al loro rispettivo apice contemporaneamente, portando così il padre ad insegnare al figlio la più importante delle lezioni, ma costringendo il villain ad entrare in scena e mettere in moto un percorso che porterà la narrazione a chiudersi in perfetta circolarità, riportando lo spettatore di fronte alla situazione iniziale (un assassino entra in crisi dopo aver ucciso un bambino), trasportando all’interno del viaggio personaggi secondari apparentemente inutile, come la bella di turno e il suo fidanzato rapinatore, a volte un po’ tirati per i capelli.

Insomma, un film discreto, non eccezionale, con una sceneggiatura tuttavia “di ferro” alle spalle. Può piacere o non piacere, comunque un’ottima occasione per una bella serata sul divano a distrarsi.

Bene

 di - 16 marzo 2012  Commenta »
mar 162012
 

Dieci anni fa, il 16 marzo 2002, moriva Carmelo Bene, uno dei massimi esponenti della cultura italiana del secolo scorso. Teatro soprattutto, ma anche cinema, letteratura, poesia, televisione. Un artista poliedrico, quanto controverso. Amato e criticato, Carmelo Bene è stato  un grande innovatore del linguaggio ed un superbo interprete.

 

Carmelo Bene  - L’infinito  di Giacomo Leopardi

Immagine anteprima YouTube

Carmelo Bene – Il manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti

Immagine anteprima YouTube

mar 142012
 

Io non sono a favore dei matrimoni gay nonostante sia un conservatore. Sono a favore dei matrimoni gay proprio perché sono un conservatore. […] La società è più forte quando si assumono obblighi reciproci e solenni”.

Queste le parole del leader conservatore britannico David Cameron a proposito dei matrimoni fra omosessuali. Sulla sua stessa posizione grande parte del partito, i laburisti al completo – compreso Tony Blair recentemente convertitosi al cattolicesimo – e i liberal-democratici. Sembra certo, quindi, che a breve nel Regno Unito, dove peraltro già sono in vigore da tempo le unioni civili, verranno introdotte nell’ordinamento giuridico le nozze fra omosessuali.

Le Chiese, soprattutto l’anglicana e la cattolica, si oppongono al progetto governativo ma si sa che da quelle parti l’intromissione delle chiese negli affari di stato non è ben vista fin dal 1534.

E da noi? Fra un Angelino Alfano che accusa di zapaterismo chi parla di matrimoni gay e una Rosi Bindi che ha un suo punto fermo – beata lei, è l’unica nel PD ad averlo – datole dal “matrimonio eterosessuale” siamo sempre inchiodati su ciò che le gerarchie ecclesiastiche impongono. Da secoli.

E su un tema così importante che non è solo una questione di coppia ma anche, e soprattutto, una questione di dignità (col suo corollario di normative sui temi di assistenza, eredità, pensione, diritti e doveri verso l’altro) non si è vista mai tanta unità d’intenti fra un centrodestra che non sa più cosa proporre e un centrosinistra sempre più ammaliato da Casini e Monti. Poveri noi.