mag 052012
 

Giuliano Ferrara è un giornalista corpulento, ex Ministro nel primo governo di Silvio Berlusconi degli anni ‘90. È anche la figura centrale – anzi, l’unica – di Qui Radio Londra sul primo canale televisivo dell’emittente di stato italiana, RAI. Subito dopo il primo telegiornale della sera, il suo programma non avrebbe potuto avere uno spazio più influente.

Eppure nel programma Ferrara sta seduto di fronte alla telecamera dando lezioni agli spettatori su tutto ciò che gli passa per la testa, per 5 – 7 minuti. Ferrara è un uomo brillante: eloquente, provocatorio e colto. Ma è anche indubbiamente un uomo di Berlusconi. Il suo quotidiano, Il Foglio, è stato fondato con l’aiuto del denaro dell’attuale ex moglie del magnate e, quando l’ultimo governo Berlusconi è entrato in crisi, Ferrara è stato convocato per dargli consiglio. È difficile pensare a un altro Paese europeo, tranne forse la Bielorussia, in cui un giornalista così palesemente di parte possa avere l’opportunità di “approfondire” le notizie.

Che il suo programma abbia lo stesso nome di quello trasmesso dalla BBC durante la guerra e la resistenza anti-nazista è grottesco, come se Qui Radio Londra desse voce alle vittime di una dittatura. Fino al novembre scorso, quando ha perso il potere, Silvio Berlusconi era stato al governo per 8 degli ultimi 10 anni. Durante il regno di Berlusconi, la RAI, il cui consiglio di amministrazione riflette i rapporti di potere in Parlamento, faceva eco al Governo su due dei suoi tre canali. E tre dei rimanenti quattro canali nazionali sono di proprietà di Berlusconi.

Ferrara si definisce “l’elefante”, termine doppiamente appropriato [in lingua inglese, n.d.t.] perché Qui Radio Londra rappresenta la prova evidente del conflitto di interessi nei media italiani: sebbene qualunque cosa possa essere cambiata in Italia dopo le dimissioni di Berlusconi dello scorso novembre, il suo intimidatorio potere mediatico rimane sconfinato. Ed è improbabile che qualcosa cambi prima delle prossime elezioni politiche, previste per la primavera del 2013.

L’unica decisione significativa sui mezzi di comunicazione elaborata dal governo “tecnico” che ha rimpiazzato Berlusconi è stata quella di insistere per mettere all’asta un nuovo gruppo di frequenze TV del digitale terrestre (il governo Berlusconi aveva deciso che avrebbero dovuto essere regalate, e non è difficile immaginare a chi). Questa mossa è stata persino coraggiosa. Il governo di Mario Monti è mantenuto al potere da un’alleanza dei tre maggiori gruppi parlamentari. E il più grande di tutti è sempre il partito di Berlusconi, il Popolo della Libertà, PdL. Il governo voleva riformare la RAI. Ma sembra che i partiti che lo sostengono abbiano posto il veto su questa idea. Il mese scorso il Ministro responsabile ha timidamente annunciato che non ci sarebbe stato abbastanza tempo per la riforma prima della fine della legislatura.

Se l’oscena concentrazione di influenza mediatica in Italia sta per essere erosa, non è certo grazie ai suoi politici. Sky Italia di Rupert Murdoch raggiunge adesso 5 milioni di case italiane e il suo canale di notizie 24 ore su 24 offre una  copertura equilibrata, se ciò può rassicurare. Oltre a ciò, e forse anche più importante, c’è internet. Un crescente numero di giovani italiani semplicemente ignora i prodotti dei mezzi di comunicazione tradizionali per ottenere notizie ed opinioni da siti web di attualità, sempre in aumento, in italiano. Ma il cambiamento è lento.

Il tasso di diffusione di internet in Italia è fra i più bassi d’Europa. Fino all’anno scorso, secondo Eurostat, quasi il 40% degli italiani non aveva mai usato internet, a differenza di poco più del 10% in Gran Bretagna. I sondaggi indicano che gli italiani ricevono ancora quattro quinti delle notizie dai media tradizionali.

Gli effetti sono impossibili da dimostrare. Ma nel 2010 un ente pubblico, l’ISAE, ha svolto un’indagine per capire quanto la percezione degli italiani sull’economia corrispondesse alla realtà. Le risposte hanno dimostrato che, per ognuna delle tre voci (crescita, inflazione e disoccupazione) gli italiani pensavano che le cose fossero migliori di quanto in realtà fossero quando Berlusconi era al potere, e peggiori quando invece erano i suoi avversari ad essere in carica. Nel 2007, ad esempio, quando l’Italia era guidata dal centro-sinistra, la gente pensava, in media, che il tasso di disoccupazione fosse del 14,2%. In realtà, era meno della metà. Nell’anno in cui Berlusconi è tornato al potere, la media percepiva che il tasso si fosse abbassato al 9,5%, anche se il dato reale era cambiato appena.

fonte: The Guardian, “Giuliano Ferrara: Italy’s elephant in the TV” – foto: Getty Images

apr 302012
 

Un giorno Max Schrems ha voluto vederci chiaro: ha chiesto a Facebook di dargli accesso a tutti i dati personali conservati che lo riguardano. La risposta che ha ricevuto dal social network è andata ben oltre i suoi peggiori timori: tutto ciò che egli aveva cancellato c’era ancora. I suoi cambiamenti di stato, le sue richieste di aggiungere amici, i suoi messaggi privati. Facebook ha conservato assolutamente tutto quello che riguarda il giovane austriaco, contro la sua volontà e andando contro ogni normativa prevista dal diritto europeo sulla privacy, che proibisce la conservazione a tempo indeterminato dei dati personali dell’utente.

Tutto ciò accadeva un anno fa. In fondo, il ventiquattrenne Schrems aveva chiesto semplicemente di far valere i propri diritti. Ogni europeo può  esigere di avere accesso ai propri dati personali, ed essendo uno studente di giurisprudenza il giovane lo sapeva.

Ma non sapeva che con la sua indagine avrebbe scatenato la più grande campagna della storia di Facebook in materia di tutela della privacy, né che sarebbe entrato in uno scontro frontale con Facebook e con un ente  europeo. Oggi, infatti, a bloccare ogni nuova procedura che prende di mira Facebook è un ente irlandese di tutela della privacy.

All’inizio Schrems voleva soltanto divertirsi. Ma a Facebook sono state necessarie sei settimane e 23 mail per comunicare allo studente austriaco tutte le informazioni che lo riguardavano, in tutto 1.222 pagine in formato Pdf piene di informazioni confidenziali su di lui, un utente qualsiasi del social network che ne conta 854 milioni

In un primo tempo lo studente incredulo si è stropicciato gli occhi, poi ha trovato pane per i suoi denti per lanciarsi in una sfida giuridica e si è servito di quelle pagine come di prove da presentare in tribunale.

All’epoca Facebook ha sicuramente sottovalutato lo studente austriaco, il quale ha presentato 22 ricorsi contro la conservazione delle informazioni personali cancellate, le fraudolente condizioni generali di utilizzo e il riconoscimento facciale automatico.

Le critiche contro la politica della privacy del social network risalgono a molto più indietro, ma Schrems è stato il primo a bussare alla porta giusta: quella dell’ente irlandese che si occupa della tutela della privacy. È in Irlanda, infatti, che Facebook ha la propria sede sociale in Europa, e ciò lo assoggetta al diritto europeo. In seguito alle sue querele, l’ente ha immediatamente fissato due sedute con la filiale irlandese del social network.

Dall’oggi al domani lo studente austriaco è diventato l’eroe della tutela della privacy in Europa: i media ne hanno fatto un David che ha battuto il cattivo Golia a colpi di fionda. Con pochi mezzi è riuscito a sollevare molto interesse intorno al suo caso. Ha fatto tutto da solo, tra un impegno di studio e l’altro, e senza l’aiuto di legali.

Quando non studiava diritto costituzionale in biblioteca, rilasciava interviste rilanciate poi dal suo sito Europe versus Facebook, dal quale si tiene in contatto con l’ente irlandese di tutela della privacy. Il tutto spendendo 9,90 euro al mese, quanto gli costa il server che ospita il suo sito web. Facebook, invece, perde milioni di euro se viene privata del diritto di raccogliere indiscriminatamente le informazioni personali in Europa.

Il social network è preoccupato, anche perché si avvicina la sua quotazione in borsa. Schrems ha ricevuto una visita a Vienna: Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, gli ha mandato Richard Allan, il suo più importante lobbista per l’Europa, accompagnato da una collaboratrice del Global Policy Team del gruppo. Inoltre il social network ha costituito un team incaricato esclusivamente di rispondere alle richieste di comunicazione dei dati personali.

Schrems, infatti, non è l’unico ad aver fatto una cosa del genere: circa 44mila persone hanno risposto al suo appello lanciato da Europe versus Facebook. Facebook, però, adesso si è fatta più prudente e restia a inviare l’elenco delle informazioni sensibili, scatenando le proteste degli utenti.

Nessuna sanzione
Parrebbe che siano tutti dalla parte dello studente austriaco. Tutti, ma non la commissione irlandese per la tutela della privacy, che si è rifiutata di fare dichiarazioni ufficiali sulla legalità della conservazione delle informazioni personali degli utenti di Facebook. In seguito alle indagini sul social network, l’ente si è accontentato di emettere raccomandazioni. Ma Facebook non ha seguito neppure queste direttive.

Gli irlandesi non vogliono che il social network o altri gruppi come Google o Imb abbandonino il loro paese, spiega Schrems. Oltretutto in Irlanda c’è bisogno di lavoro e di soldi: dalla fine del 2010 il budget irlandese resiste soltanto grazie all’aiuto finanziario di altri paesi della zona euro.

In assenza di una decisione ufficiale da parte della commissione, Schrems non può aprire altri procedimenti giudiziari contro Facebook, ed esige un verdetto. La legge irlandese glielo garantisce, dice, ma il commissario irlandese incaricato della tutela della privacy da quell’orecchio non ci sente

Schrems dovrà così attendere la fine del mese per sapere se Facebook si rifiuta ancora di conformarsi alle direttive, gli hanno detto. Nel caso in cui questa scadenza non fosse rispettata, però, non è prevista alcuna sanzione.

fonte: Süddeeutsche.detrad.: Presseurop

apr 212012
 

In questi giorni, nell’aula 250 del palazzo di giustizia di Oslo, la democrazia e lo stato di diritto sono messi alla prova. Il processo ad Anders Breivik che si è aperto il 16 aprile costituisce infatti una doppia sfida e un esempio.

Una sfida innanzitutto per i norvegesi, che hanno dovuto rivivere il trauma degli attentati del 22 luglio scorso (77 vittime a Oslo e sull’isola di Utøya) e subire l’atteggiamento di sfida di Breivik fin dall’inizio del processo. L’assassino non soltanto non ha espresso alcun rimorso per le sue azioni e ha affermato che sarebbe pronto a ripeterle, ma è stato autorizzato a leggere per 75 minuti le 13 pagine di testo preparate per spiegare le sue ragioni. I cittadini norvegesi, a cominciare dai sopravvissuti  e le famiglie delle vittime, devono dimostrare si saper resistere alla tentazione della vendetta, e affidarsi alla giustizia per poi sviluppare gli anticorpi necessari a impedire l’emergere di emuli di Breivik.

Ma il processo è una sfida anche per l’Europa, perché la spettacolarizzazione dell’evento e il carattere della procedura (udienza pubblica, libertà di parola per l’accusato) hanno offerto alle idee di Breivik una cassa di risonanza unica che va al di là della Norvegia. “Un processo è un’occasione d’oro”, aveva scritto Breivik nel manifesto pubblicato su internet prima di compiere il suo massacro. Oggi è innegabile che un buon numero di europei condividano le posizioni dell’attentatore: l’islamofobia, la xenofobia, l’odio verso le élite, i socialdemocratici, i liberali e il multiculturalismo. E raramente in Europa abbiamo l’occasione di vedere espressi questi concetti senza censura né limiti in un tribunale e ritrasmessi urbi et orbi. In diversi paesi europei le dichiarazioni come quelle di Breivik sono infatti perseguibili penalmente per il loro carattere violento e di istigazione all’odio.

All’indomani degli attentati il primo ministro Jens Stoltenberg, esponente dello stesso partito laburista a cui erano iscritti i giovani massacrati a Utøya, aveva dichiarato che la risposta a Breivik doveva passare “per una maggiore apertura e un aumento della democrazia”. “È bello vedere lo stato di diritto funzionare e la società andare avanti”, ha scritto alla vigilia del processo Eskil Pedersen, uno dei sopravvissuti di Utøya. [ Noi di Minitrue ne avevamo parlato nei post che troverete in calce a questo. N.d.R.]

In questo atteggiamento risiede l’esempio norvegese: una società democratica sicura di sé e costruita attorno a uno stato di diritto efficace non teme le parole di chi vuole rimettere in causa i principi su cui si basa, perché dispone degli strumenti legali – e soprattutto culturali – per difendersi. È la lezione che dobbiamo imparare da questa vicenda.

fonte: PressEurope

apr 112012
 

Il World Happiness Report 2012 è un  rapporto di 158 pagine stilato dal Columbia University’s Heart Institute che esamina lo stato di felicità nel mondo.

La classifica vede ai primi tre posti tre paese scandinavi, rispettivamente Danimarca, Finlandia e Norvegia.

Sono tre paesi dove vige un’economia di mercato liberale ma non liberista. Ma dove al contempo lo stato, in maniera socialisteggiante, offre coperture e garanzie da noi inimmaginabili per quanto riguarda l’istruzione, il mondo del lavoro, la sanità, i trasporti.

Paesi dove le patrie galere sono, prima di tutto, luoghi uman e dove l’ergastolo è praticamente bandito. Paesi dove le donne sono presenti, qualitativamente e quantitativamente sia in politica che nel management, nella stessa misura, se non di più, degli uomini.

Tre paesi dove le coppie eterosessuali e omosessuali hanno pari dignità e pari diritti e dove i congedi di paternità esistono da molti anni.

Nazioni dove nessuno ha mai sollevato il reaganiano concetto di riduzione della tasse e nessun partito – conservatore o socialista – lo ha mai posto nel proprio cartello elettorale.

Nazioni dove tutti pagano tante tasse e si sentono felici per quanto ricevono in cambio.

 

apr 042012
 

Gli argomenti europei dei sostenitori della Tav hanno subito un altro colpo. Dopo la decisione del governo portoghese di sospendere i lavori alla linea ad alta velocità che doveva collegare Lisbona a Madrid, tenendosi per di più i fondi europei già stanziati – e ricevendo addirittura la benedizione del commissario europeo ai trasporti Sim Kallas – anche la Spagna sta ripensando gli ambiziosi progetti dell’era Zapatero. Il governo ha assicurato che la tratta Madrid-Badajoz sarà comunque realizzata, ma non ha fissato alcuna data. Considerata la situazione del debito delle regioni spagnole, è probabile che non se ne parlerà per parecchi anni.

Il leggendario corridoio Lisbona-Kiev – di cui farebbe parte anche la Torino-Lione – perde altri 600 km a ovest, mentre a est di Trieste i progetti sono ancora avvolti nelle tenebre più assolute. La crisi, del resto, sta togliendo la fretta un po’ a tutti. “Siamo felici di poter andare da Madrid a Valencia in un’ora e mezza. Ma probabilmente lo saremmo anche se ci volessero due ore e non avessimo speso tanto”, ha dichiarato il presidente del collegio degli ingegneri spagnoli.

fonte:Presseurope

 

 

 

 

 

apr 032012
 

I Russi erano fino a poco tempo fa imbattibili. Per cinque anni sono stati, preceduti dagli inglesi, i principali acquirenti di abitazioni nel centro di Londra. Ma nel 2012 se la dovranno vedere con gli Italiani e i Greci.

Gli Italiani rappresentano, secondo uno studio dell’agenzia immobiliare Knight Frank, il 7,3% degli acquisti dall’inizio dell’anno, battendo i Russi fermi al 7,2%. Il loro giro di acquisti, soprattutto nei quartieri di Fulham, Chelsea, South Kensington e Notting Hill, arriva in media a 2,4 milioni di euro, una cifra meno spettacolare di quella dei russi, con una media di 5,8 milioni di euro. Ma i più numerosi ad acquistare sono stati senz’altro gli Italiani. Nel 2011, sono stati i Greci a sfondare nel mercato immobiliare londinese. Italiani e greci l’anno scorso hanno investito nel mattone a Londra 406 milioni di euro, contro i 290 milioni del 2010. Insieme, italiani e greci rappresentano il 10% degli acquisti da parte di stranieri a Londra.

Ciò che fa la differenza, oggi, non sono gli stranieri residenti a Londra – i cui investimenti sono stabili – ma i ricconi che investono il loro denaro al di fuori della zona euro, per sfuggire alle tasse incalzanti del loro paese di origine.

Secondo Liam Bailey, responsabile delle indagini di mercato presso l’agenzia immobiliare di lusso Knight Frank “da quando è iniziata la crisi finanziaria, molti ricchi Italiani cercano di investire il loro denaro al di fuori della zona euro. E Londra sembra per loro un luogo sicuro”. Secondo gli italiani, è stato l’arrivo al potere di Mario Monti in Italia, nel novembre del 2011, a far scattare la molla.

Con Monti”, spiega Gian Luca Verzelli, vice presidente di Banca Akros “siamo passati ad una tassazione del patrimonio immobiliare più incisiva. All’improvviso, dato che in Italia i prezzi sono già molto alti, questo ha provocato la reazione degli Italiani, che già da diversi anni acquistavano in Europa, a New York o a Miami”.

fonte: Le Figaro

apr 022012
 

Il Vaticano starebbe valutando un’apertura verso le relazioni omosessuali, almeno tra preti e solo in maniera riservata. Come mezzo per arginare il dilagare della pedofilia tra i sacerdoti. E’ quanto sarebbe riportato in una lettera pubblicata dal sito Irish Tribune, definita “strettamente confidenziale” e inviata dal cardinale William Joseph Levada, prefetto della Congregazion per la dottrina della fede, all’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin.

Si tratterebbe di una proposta avanzata dai vescovi irlandesi al Vaticano e contenuta in un “rapporto confidenziale intitolato ‘An internal solution to the problem of child sexual abuse’“, “attentamente studiata” dalla Congregazione.

Levada anticiperebbe che “il nucleo della proposta” dei vescovi, ovvero “permettere relazioni omosessuali tra membri del clero per contenere qualsiasi tentazione che possa portare ad ulteriori casi di abusi su bambini”, sarebbe stata “approvata dalla Commissione teologica internazionale” presieduta dallo stesso Levada. Non solo, ma la proposta sarebbe stata “inoltre gradita dal Santo Padre, durante una conversazione privata”.

Il prelato però metterebbe anche le mani avanti, perché “è necessario rendere questo documento conforme alle norme canoniche”, visto che “il testo contiene una descrizione di alcune procedure e accordi informali che potrebbero essere contrari ad alcuni principi canonici”. La proposta inoltre potrebbe essere “imbarazzante e dannosa” per l’autorità diocesana. Infine la Congregazione si impegnerebbe a produrre il prima possibile un atto ufficiale sul tema della sessualità dei preti. “Anticipo che uno dei punti caratterizzanti del documento includerà la soluzione delineata nella vostra proposta”, conclude il cardinale.

Chiaramente non possiamo essere certi che la missiva sia originale. Siamo disponibili, come sempre, a pubblicare eventuali precisazioni o rettifiche. Comunque, la data è del 6 marzo 2012, con tanto di numero di protocollo, firma, timbro e carta intestata, come visibile nel file disponibile sul sito di Irish Tribune.

fonte: Uaar

mar 302012
 

Soldati di giorno, bambine di sera. È la doppia vita delle “piccole spie di Putin”, le allieve dodicenni che frequentano la scuola femminile Moscow Female Cadet Boarding School, una delle più importanti accademie militari della Russia.

Studiano strategia militare, marciano, sanno usare maschere anti-gas e smontare Kalashnikov in tempi record. Ma hanno solo dai 12 anni in su. La sera tornano alla vita spensierata delle giovani ragazze in camerette confortevoli tra pupazzi e cuscini. Seguono corsi di balletto e cucito ma sono sottoposte ad una rigida disciplina che vieta appuntamenti, minigonne, alcol, fumo e parolacce. Capelli legati, niente cellulare e la possibilità di parlare con i propri genitori solo per pochi minuti la sera. Sono le bambine soldato della prestigiosa Moscow Female Cadet Boarding School, fortemente voluta da Putin dopo che queste scuole militari erano state chiuse in seguito al crollo dell’Urss.

A documentare la vita di queste particolari bambine è il fotoreporter Sergey Kozmin (photogalleryvideo). Si tratta dell’autore delle foto e dell’articolo che racconta la singolare storia di un baby esercito che credevamo potesse esistere solo nei film. “E’ una scuola pubblica quindi possono accedervi tutti. L’unico limite è l’ammissione”, afferma Kozmin. “La pressione psicologica cui sono sottoposte è molto forte: non possono uscire, vivono sotto un rigido controllo. Ma non ne ho mai vista una piangere”.

Le bambine studiano e si addestrano nella speranza di diventare un giorno come le eroine russe che hanno combattuto il nazi-fascismo nell’Armata Rossa. Le stesse che sono celebrate nel museo della scuola. Per questo imparano a sparare, leggere cartine, pianificare vie di fuga e a dispiegare uomini sul campo di battaglia. Tuttavia rimangono sempre bimbe che si dimenticano regole e disciplina non appena vedono il pacchetto di chewing gum di Kozmin. “Le ragazze si sono accorte che stavo tirando fuori dalla tasca un pacchetto di gomme da masticare. A quel punto sono corse verso di me e mi hanno chiesto tutte eccitate se potevo dare loro l’intero pacchetto. È una delle cose della vita reale di cui sentono maggiormente la mancanza”.

fonte: The Mary Sue e New York Times - foto: Sergey Kozmin

 

Mr. Botox

 di - 17 marzo 2012  Commenta »
mar 172012
 

Cosa si ottiene mischiando Silvio Berlusconi e Vladimir Putin? Sembra uno scherzo ma, in realtà, è la premessa su cui si basa l’ultima produzione teatrale moscovita che lancia una (rara) stoccata satirica al neo rieletto presidente russo.

BerlusPutin, che si basa sull’opera di Dario Fo L’Anomalo Bicefalo, immagina quale sia il risultato ottenuto dal trapianto di metà del cervello dell’ex Presidente del Consiglio italiano nella testa di Putin, dopo la morte per infarto del primo dei due.

Nello spettacolo, Putin, che si è appena proclamato vincitore dell’ultima tornata elettorale in Russia, appare a torso nudo mentre accarezza il fondoschiena della ginnasta olimpica Alina Kabaeva, con la quale pare abbia avuto una relazione. In altri momenti dello spettacolo, si vede Putin abusare di Botox e, infine, trasformarsi nell’elfo Dobby di Harry Potter, il romanzo di JK Rowling.

Dal giorno del debutto al teatro moscovita TEATP.DOC, lo spettacolo ha  fatto il pienone e fino a tutto aprile è sold out. Del resto l’opposizione al partito di Putin non è mai stata così forte nella capitale russa. I sondaggi mostrano infatti come solo il 47% della città abbia votato per lui, diversamente dal resto del paese dove Putin ha raccolto il 64%.

Non stiamo tracciando il suo profilo psicologico” ha dichiarato a France24 Serguei Epishev, l’attore che impersona Putin. “Il nostro spettacolo racconta una storia che si basa su dichiarazioni ufficiali, notizie e gossip”.

Il direttore, Varvara Faer, si è mostrato concorde ed ha aggiunto: “L’idea principale è mostrare la nostra posizione politica dopo 20 anni di silenzio e passività. Le persone che vengono qui sono generalmente stufe del modo in cui il governo le ha umiliate.” Lo spettacolo incorpora inoltre le accuse di corruzione ai membri della squadra di Putin – accuse che sono solo cresciute in occasione delle elezioni di questo fine settimana.

L’originale di Dario Fo, nel quale il cervello di Putin è trapiantanto nella testa di Berlusconi, fu a sua volta oggetto di diversi attacchi polemici dopo il suo debutto nei teatri italiani nel 2003, compresa una querela per diffamazione presentata da Marcello Dell’Utri.

mar 152012
 

Fingere di avere una patologia disabilitante  e percepire, per anni, la relativa  l’indennità. Un fenomeno che non ci colpisce più di tanto, talmente è diffuso nel nostro paese. Ma quando invece avviene in paesi del nord Europa, ad esempio il Regno Unito, la cosa ci sorprende. Evidentemente la crisi globale morde dappertutto e tutto il mondo diventa paese.

Il caso inglese riguarda una signora di Cardiff, in Galles, che per cinque anni – dal 2005 al 2010- ha percepito indebitamente l’indennità di malattia accusando gravi problemi di deambulazione. E’ stata scoperta attraverso un video girato dall’ex amante durante le vancanze nel sud della Francia nella quale la si vede esibirsi in scivoli d’acqua, passeggiate e nuotate. La donna, definita dal ministro del Welfare Freud criminal, ha subito una detenzione di dieci settimane al termine delle quali è stata condannata a restituire allo stato (entro sei mesi) la cifra di £ 16,403 (circa 20.000 euro). Cosa che ha fatto vendendo la casa di proprietà.

Ci dimenticavamo il nome della “criminale” in questione: Annunziatina “Tina” Attanasio.

Made in Italy?