mag 102012
 

Il Presidente Giorgio Napolitano ha sbagliato nel liquidare in maniera sbrigativa – e con un’infelice battuta – il successo elettorale del Movimento 5 Stelle.

Egli è il Presidente della Repubblica, ovvero colui che garantisce e rappresenta l’Unità nazionale. Come tale non può entrare nel merito di una competizione elettorale. Entrarci poi a “urne aperte” – cioè fra un primo turno e il turno di ballottagio – è stato ancor più grave. Egli è, e dovrebbe sempre rimanere, super partes e solo prendere atto del risultato scaturito dalle urne.

Irridere, perchè di questo alla fine si è trattato, la scelta democratica di centinaia di migliaia di persone esercitata attraverso il diritto di voto, denota una scarsa aderenza al ruolo istituzionale ricoperto. Ciascun elettore, indipendentemente dalla scelta operata nel segreto dell’urna, merita dignità e rispetto.

Poi su Grillo, sul Movimento 5 Stelle e sui “grillini” si può discutere, parlare e accapigliarci quanto si vuole. Se il successo delle liste M5S è un effetto piuttosto che una causa. Se è il trionfo dell’antipolitica piuttosto che “dell’uomo-qualunquismo“.

Ma lo può fare, ad esempio, chi scrive e non Giorgio Napolitano fintanto egli è Capo dello Stato.

mag 092012
 

L’esito del voto amministrativo ci ricorda ciò che avvenne vent’anni fa. Era il 1992 l’anno di Tangentopoli e di mani pulite. I partiti tradizionali della prima Repubblica squagliati come neve al sole nell’arco di pochi mesi. Dal 30%, a zero consensi. Qualcosa di analogo sta avvenendo adesso, soprattutto nel centro destra. Il PD limita i danni  e “vince perchè gli altri perdono” ma non riesce a raccogliere il voto in fuga da PdL e Lega andato a alimentare il successo, al di là delle previsioni, del M5S. Un PD che ha corteggiato per mesi  il Terzo Polo, scoprendo poi che il Terzo Polo non esiste.

Quello del 1992 fu uno stravolgimento politico-istituzionale dal quale prese vigore la Lega Nord. Quella di Roma ladrona, per capirci. Quella che inneggiava a Di Pietro e agli altri magistrati del pool milanese mostrando un cappio da patibolo. Da quelle macerie nacque anche il Berlusconi politico – lui uomo di Craxi – col suo messaggio “nuovo” fatto di TV, lustrini, iperboliche promesse, detassazioni e ghe pensi mi.  Vent’anni fa nacque un sodalizio – Berlusconi, Bossi, Fini – che, fra alterne vicende e ripensamenti, nel 2008 ha prodotto l’attuale Parlamento. Un ventennio nato da macerie politiche e che termina – non è un paradosso – fra le macerie di una seconda Repubblica forse mai decollata.

Già, il Parlamento. Quello attuale è espressione di quel momento politico che pare lontano come un’era geologica. Eppure sono trascorsi appena quattro anni. Un Parlamento che non rappresenta più il paese reale. Dimostrazione, questa e se mai ce ne fosse bisogno, della faglia profonda che separa la classe politica prodotto di questo ventennio dall’opinione pubblica.

Siamo convinti che i governi tecnici – che poi tecnici non sono perchè fanno politica con altri mezzi, giusto per parafrasare Von Clausewitz – debbano restare in carica solo per il tempo strettamente necessario dettato dalle situazioni contingenti. Il pensiero che l’esecutivo Monti debba ancora governare per un anno perchè c’è lo spread, la Merkel, il FMI piuttosto che i nazisti dell’Illinois, ci appare assurdo. Com’è innaturale il fatto che questo governo si regga su una maggioranza parlamentare che non rappresenta più il paese reale.

E poi – lo immaginate? – ancora un anno fatto d’interviste e di proclami di vetero politici. Di urla di neo-politici approdati alla politica. Di altri che, politicamente, non hanno più niente da dire da un decennio ma che, ostinatamente, tenteranno di convicerci che il loro “zero virgola qualcosa” rappresenta il nuovo. Questo mentre il paese affonda, la disoccupazione giovanile è al 30% e la gente s’uccide.

No, la Democrazia, pur con tutte le sue imperfezioni, non funziona così. Basterebbero due passaggi per uscire dal caos politico-economico-istituzionale nel quale i partiti – che pur abbiamo sostenuto col nostro voto, ricordiamolo – ci hanno infilato. Una rapida approvazione di una legge elettorale sul modello francese o sul modello, ce l’abbiamo in casa, di elezione dei sindaci. Un beau geste finale di una classe politica che ha, proprio col suo essere casta intoccabile, alimentata la disaffezione degli italiani per la politica.

E ridare poi la parola ai cittadini fra quattro, massimo cinque mesi.

Poi chi vince, vince. E governa.

mag 082012
 

Ritorniamo sul costo dei  Cappellani Militari, argomento che avevamo già trattato. Lo stato, scrive L’Espresso, sborsa circa 17 milioni di euro l’anno per i cappellani militari. Costo derivante da stipendi, pensioni e mantenimento degli Uffici Centrali. Solo per quest’ultimi il costo è di 2 milioni di euro l’anno. Un ennesimo esempio di come la Chiesa cattolica costi al contribuente italiano e goda di privilegi pubblici .

A sollevare il problema del costo dei Cappellani Militari è stata un’interrogazione presentata dai radicali per conto del Partito per la tutela dei diritti dei militari (PDM) al Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola.

E in Italia nell’esercito ci sono 176 sacerdoti, 5 vicari episcopali, un pro-vicario generale, un vicario generale e l’arcivescovo ordinario, per una spesa totale in stipendi di almeno 8,5 milioni. Non solo, c’è anche il capitolo delle pensioni. L’Inpdap ha ammesso candidamente il ministro, non riesce a fornire cifre precise sulle pensioni ai cappellani poichè, integrati nella Forza Armata ai rispettivi parigrado, rientrano nel computo generale.

Tramite l’ordinariato militare si è venuto a sapere che negli ultimi vent’anni sono andati in pensione 4 ordinari militari, 4 vicari generali, 8 ispettori e circa 140 cappellani militari. E la Difesa ha stimato pensioni per circa 43.000 euro lordi per ciascuno di questi.

Non solo, i cappellani ricevono stipendi e pensioni dallo Stato ma possono maturare la pensione con largo anticipo rispetto al cittadino comune ma anche rispetto al militare pari grado. Non mancano casi di baby-pensionati e tra questi lo stesso cardinale Angelo Bagnasco Presidente della Cei, ma anche ex ordinario militare. Il prelato, infatti, riveste il grado di Generale di brigata in congedo con diritto a una pensione fino a 4.000 euro mensili. Questo nonostante abbia prestato servizio per soli 3 anni. Compiuti i 63 anni – età per la quale un Generale di brigata viene collocato in congedo – ha maturato il vitalizio.

Luca Marco Comellini, del Partito per la tutela dei diritti dei militari (PDM), ritiene che “i cappellani sono un costo che in tempi di vacche magre la Difesa dovrebbe eliminare”. E che la Chiesa dovrebbe farsene carico “utilizzando una parte dei proventi derivanti dall’8 per mille”.

Anche perché il ministero della difesa prevede un taglio di 33.000 militari e di 10.000 dipendenti civili. Ma nessuno nel governo pare voler mettere in discussione le prebende dei cappellani militari.

Lie to me

 di - 7 maggio 2012  Commenta »
mag 072012
 

 

Non si può dire che nella sua pur breve carriera politica Renzo Bossi si sia fatto mancare niente. Ha partecipato persino - ed è lui stesso a dircelo dal suo blog – a un colloquio ai massimi livelli fra Silvio Berlusconi e Hillary Clinton il 9 maggio 2011. Tema dell’incontro fu la partecipazione militare NATO in Afghanistan.

Ma in quale veste il giovin Bossi partecipò al colloquio? Non certo in quella, politicamente modesta, di consigliere regionale della Lombardia (all’epoca lo era). Fu il padre, Umberto, a svelarcelo un paio di mesi dopo:

«In quell’occasione [l'incontro Berlusconi-Clinton, N.d.A.] c’era mio figlio Renzo a fare da traduttore, perché lui parla bene l’inglese, studia a Londra».

Già, Londra. Capitale dell’Albania e sede della prestigiosa Universiteti Kristal.

mag 052012
 

Giuliano Ferrara è un giornalista corpulento, ex Ministro nel primo governo di Silvio Berlusconi degli anni ‘90. È anche la figura centrale – anzi, l’unica – di Qui Radio Londra sul primo canale televisivo dell’emittente di stato italiana, RAI. Subito dopo il primo telegiornale della sera, il suo programma non avrebbe potuto avere uno spazio più influente.

Eppure nel programma Ferrara sta seduto di fronte alla telecamera dando lezioni agli spettatori su tutto ciò che gli passa per la testa, per 5 – 7 minuti. Ferrara è un uomo brillante: eloquente, provocatorio e colto. Ma è anche indubbiamente un uomo di Berlusconi. Il suo quotidiano, Il Foglio, è stato fondato con l’aiuto del denaro dell’attuale ex moglie del magnate e, quando l’ultimo governo Berlusconi è entrato in crisi, Ferrara è stato convocato per dargli consiglio. È difficile pensare a un altro Paese europeo, tranne forse la Bielorussia, in cui un giornalista così palesemente di parte possa avere l’opportunità di “approfondire” le notizie.

Che il suo programma abbia lo stesso nome di quello trasmesso dalla BBC durante la guerra e la resistenza anti-nazista è grottesco, come se Qui Radio Londra desse voce alle vittime di una dittatura. Fino al novembre scorso, quando ha perso il potere, Silvio Berlusconi era stato al governo per 8 degli ultimi 10 anni. Durante il regno di Berlusconi, la RAI, il cui consiglio di amministrazione riflette i rapporti di potere in Parlamento, faceva eco al Governo su due dei suoi tre canali. E tre dei rimanenti quattro canali nazionali sono di proprietà di Berlusconi.

Ferrara si definisce “l’elefante”, termine doppiamente appropriato [in lingua inglese, n.d.t.] perché Qui Radio Londra rappresenta la prova evidente del conflitto di interessi nei media italiani: sebbene qualunque cosa possa essere cambiata in Italia dopo le dimissioni di Berlusconi dello scorso novembre, il suo intimidatorio potere mediatico rimane sconfinato. Ed è improbabile che qualcosa cambi prima delle prossime elezioni politiche, previste per la primavera del 2013.

L’unica decisione significativa sui mezzi di comunicazione elaborata dal governo “tecnico” che ha rimpiazzato Berlusconi è stata quella di insistere per mettere all’asta un nuovo gruppo di frequenze TV del digitale terrestre (il governo Berlusconi aveva deciso che avrebbero dovuto essere regalate, e non è difficile immaginare a chi). Questa mossa è stata persino coraggiosa. Il governo di Mario Monti è mantenuto al potere da un’alleanza dei tre maggiori gruppi parlamentari. E il più grande di tutti è sempre il partito di Berlusconi, il Popolo della Libertà, PdL. Il governo voleva riformare la RAI. Ma sembra che i partiti che lo sostengono abbiano posto il veto su questa idea. Il mese scorso il Ministro responsabile ha timidamente annunciato che non ci sarebbe stato abbastanza tempo per la riforma prima della fine della legislatura.

Se l’oscena concentrazione di influenza mediatica in Italia sta per essere erosa, non è certo grazie ai suoi politici. Sky Italia di Rupert Murdoch raggiunge adesso 5 milioni di case italiane e il suo canale di notizie 24 ore su 24 offre una  copertura equilibrata, se ciò può rassicurare. Oltre a ciò, e forse anche più importante, c’è internet. Un crescente numero di giovani italiani semplicemente ignora i prodotti dei mezzi di comunicazione tradizionali per ottenere notizie ed opinioni da siti web di attualità, sempre in aumento, in italiano. Ma il cambiamento è lento.

Il tasso di diffusione di internet in Italia è fra i più bassi d’Europa. Fino all’anno scorso, secondo Eurostat, quasi il 40% degli italiani non aveva mai usato internet, a differenza di poco più del 10% in Gran Bretagna. I sondaggi indicano che gli italiani ricevono ancora quattro quinti delle notizie dai media tradizionali.

Gli effetti sono impossibili da dimostrare. Ma nel 2010 un ente pubblico, l’ISAE, ha svolto un’indagine per capire quanto la percezione degli italiani sull’economia corrispondesse alla realtà. Le risposte hanno dimostrato che, per ognuna delle tre voci (crescita, inflazione e disoccupazione) gli italiani pensavano che le cose fossero migliori di quanto in realtà fossero quando Berlusconi era al potere, e peggiori quando invece erano i suoi avversari ad essere in carica. Nel 2007, ad esempio, quando l’Italia era guidata dal centro-sinistra, la gente pensava, in media, che il tasso di disoccupazione fosse del 14,2%. In realtà, era meno della metà. Nell’anno in cui Berlusconi è tornato al potere, la media percepiva che il tasso si fosse abbassato al 9,5%, anche se il dato reale era cambiato appena.

fonte: The Guardian, “Giuliano Ferrara: Italy’s elephant in the TV” – foto: Getty Images

mag 032012
 

Si ritorna a parlare di unioni civili. Sono sette le proposte di legge depositate alla Camera dei deputati. Compito della presidente della Commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, sarà quello di  mettere a punto un testo unificato.

L’on. Rita Bernardini chiederà l’abbinamento alla discussione di una sua proposta (e di Marco Beltrandi) che prevede che «la diversità di sesso tra gli sposi non è condizione necessaria per contrarre matrimonio». In pratica il riconoscimento anche delle unioni civili omosessuali.

Vediamo, di seguito, come sono relogolate le unioni civili in alcuni paesi europei e non:

Andorra. E’ del 2005 la legislazione che prevede la “registrazione delle unioni civili” indipendentemente dal sesso. La pratica dell’adozione è prevista per le sole coppie eterosessuali.

Austria. Dal 2010 le “unioni civili” sono riconosciute per legge.

Brasile. Nel maggio 2011 la Corte Suprema ha riconosciuto alle coppie gay “gli stessi diritti” delle coppie etero, aprendo la strada al riconoscimento delle unioni civili omosessuali pur in mancanza di una legislazione specifica.

Croazia. Fin dal 2003  una legge disciplina gli aspetti finanziari ed ereditari (reciproco sostegno e diritto all’eredità) per le unioni civili sia etero che omosessuali.

EIRE. Nella repubblica d’Irlanda dal 2011 sono riconosciute le coppie di fatto.

Finlandia. Dal 2002 è in vigore una legge che riconosce alle unioni civili – etero e omosessuali – la stessa dignità delle coppie sposate ma senza la possibilità di ricorrere all’adozione.

Francia. Nel 1999 il Parlamento ha approvato i PACS – patti civili di solidarietà – contratti tra partner maggiorenni – etero o omosessuali – che consentono loro di acquisire gli stessi diritti delle coppie etero sposate. Per le coppie che si sono avvalse dei PACS non è consentita l’adozione.

Germania. Dal 2001 è riconosciuta alle coppie omosessuali la possibilità di registrarsi sottoscrivendo un “contratto di vita comune”. Nel 2009, poi, la Corte Costituzionale Federale ha esteso tutti i diritti e i doveri del matrimonio alle coppie dello stesso sesso registrate (i partner possono scegliere di assumere un unico cognome o lasciare a ognuno il proprio; i parenti della coppia diventano parenti acquisiti; la coppia può ricorrere all’adozione; sono previste diverse soluzioni per l’eredità e la tassazione);

Gran Bretagna. Nel 2005 il “Civil Partnership Act” ha disciplinato le unioni civili  – etero e omosessuali – equiparandole sia nei diritti che nei doveri alle unioni coniugali. E’ consentita l’adozione. Recentemente il Premier David Cameron ha dichiarato la volontà sua e quella del partito Conservatore di approvare una legge specifica per i matrimoni omosessuali.

Lussemburgo. Dal 2004 è in vigore una legge che istituisce le “unioni civili registrate” di fatto equiparate aalle unioni matrimoniali.

Nuova Zelanda. Dal 2004 la legge garantisce alle coppie omosessuali gli stessi diritti di quelle eterosessuali.

Polonia. E’ dal 2004 che le unioni civili sono sancite da una legge.

Repubblica Ceca. Dal 2006  sono state introdotte le “unioni registrate” per le coppie delle stesso sesso. Non è prevista l’adozione.

Slovenia. Nel 2005  sono state riconosciute le convivenze civili ma solo al fine di disciplinare gli aspetti ereditari e finanziari.

Svizzera. Nel 2007 è stata introdotta la “unione domestica registrata” per le coppie di fatto omosessuali con preclusione all’adozione.

Ungheria. Dal 2007 sono riconosciute le unioni civili eterosessuali. Nel 2010 sono state riconosciute anche le unioni civili omosessuali.

Uruguay. Nel 2008  ha approvato una legge per l’“unione concubinaria”, ovvero le coppie di fatto sia etero che omosessuali. Dopo cinque anni di convivenza, la coppia, potrà formalizzare la propria unione con l’iscrizione in un registro. Ciò gli garantirà gli stessi diritti di cui godono le coppie sposate.

mag 022012
 

In Italia, paese considerato come uno dei più superstiziosi, si vive un autentico “boom” di sette, un fenomeno senza paragoni rispetto agli altri paesi occidentali. Molto spesso si tende però a «confondere fede e superstizione, e questo si trasforma in un punto debole per molte persone, ed è qui che se ne approfittano guru, maghi e ciarlatani» spiega ad ABC il  professore Giovanni Panunzio, fondatore del Telefono Antiplagio contro ogni tipo di sette e santoni, che  in Italia stanno crescendo come funghi.

Soltanto le sette sataniche ammontano a 8.000, con più di 600.000 adepti, cifre alle quali si devono aggiungere «migliaia di nuovi culti e forme religiose legate a figure carismatiche». La denuncia è stata fatta dalla rivista ufficiale della Polizia di Stato italiana Polizia moderna. «Il fenomeno è sempre più esteso», segnala Giovanni Panunzio. Lombardia e Piemonte, Lazio e Sicilia sono le regioni dove il satanismo è più esteso, anche se abbonda in tutta Italia. Negli ultimi tre mesi nella diocesi siciliana di Monreale sono state rubate ostie e oggetti sacri in quattro chiese, che poi vengono utilizzati durante cerimonie e messe nere.

C’è chi ha definito la Sicilia come il paradiso del diavolo e la terra degli esorcisti, considerando la straordinaria concentrazione di preti esorcisti. L’isola presenta infatti il numero più alto di sacerdoti ufficialmente accreditati dai vescovi per la lotta contro il demonio:  ci sono circa 100 esorcisti in tutta Italia, 20 dei quali solo in Sicilia.

Il professore Tullio Di Fiori, studioso del fenomeno in Sicilia, commenta che le sette sataniche sono in aumento e sono più difficili da controllare in quanto molto chiuse, e inoltre la tecnologia complica le cose: «I capi delle sette utilizzano internet per organizzare le cerimonie, creando blog dove parlano in codice con gli adepti, blog che poi disattivano. Le sette – aggiunge – non sono molto diverse da Cosa Nostra nel momento di fare proseliti. Prima del rito di iniziazione il capo si assicura che si tratti di una persona affidabile. La mafia non tollera i pentiti, e lo stesso discorso vale per i guru delle sette».
Secondo il criminologo Alfonso Terrana «il giovane che entra a far parte di una setta vive spesso una situazione familiare problematica. Per molti adorare il diavolo è una forma di ribellione contro il sistema».

Oltre al fenomeno delle sette, ogni anno circa 13 milioni di italiani, vale a dire 35.000 persone al giorno, ricorrono a maghi, santoni e guaritori. Si tratta di un business che muove più di 6.000 milioni (sei miliardi) di euro. Secondo il professore Giovanni Panunzio, che studia da molto tempo il fenomeno dell’occulto, le ragioni che spingono i cittadini a ricorrere a questi operatori sono le seguenti: sentimentali (52%), economiche (24%), di salute (13%), giudiziarie (6%) e per chiedere protezione (5%). Questi operatori sono soliti compiere una serie di reati quali truffa, esercizio abusivo della professione medica, estorsione e violazione della privacy.

Per quanto riguarda le cause dell’aumento dei dipendenti delle sette verificatosi negli ultimi tempi, il professore Panunzio sottolinea: «C’è una crisi di valori e delle relazioni umane, con un aumento della solitudine. Ora che c’è la crisi economica, i santoni, guru, capi setta e tutti i tipi di ciarlatani promettono alle vittime di risolvere i loro problemi. Internet ha aiutato molto l’espansione del fenomeno». L’età media delle vittime, secondo il professore, è di 42 anni. Le donne rappresentano la maggioranza (51%), seguono uomini (38%) e adolescenti (11%).

Il fondatore del Telefono Antiplagio ci spiega alcuni dei pericoli più comuni nei quali incorrono le vittime: «Il lavaggio del cervello da parte dei maghi e capi setta tende generalmente a conseguire due obiettivi: soggiogare la donna con la scusa di aiutarla per poi abusarne sessualmente, e sfruttare economicamente le vittime. Alcune finiscono con l’essere totalmente rovinate».

fonte: ABC

apr 272012
 

Il 23 aprile scorso è stata licenziata una proposta di legge regionale perché sia garantito, ai cittadini residenti in Toscana, l’accesso ai  cannabinoidi nella terapia del dolore, nelle cure palliative e in altri tipi di terapie. L’atto verà discusso in aula il 2 maggio per l’approvazione finale.

La proposta della commissione Sanità della Regione Toscana, presieduta da Marco Remaschi (Pd) costituisce di certo un primo, importante segnale di civiltà nel nostro Paese che soffre ancora di un clima culturale nel quale le sostanze stupefacenti sono ammantate da un’aura negativa, stigmatizzate e rifiutate tout court anche in tutti quei casi in cui potrebbero essere utilizzate – alla stregua di farmaci – per sollevare i malati da sofferenze evitabili.

Uno dei settori in cui il dibatto a riguardo è più avanzato è naturalmente quello delle cure palliative. Per cure palliative si intendono quelle cure prestate a pazienti con prognosi infausta e che, non rispondendo più ai trattamenti tradizionali, devono essere aiutati a mantenere alta – oltre che per il periodo più lungo possibile – la propria qualità di vita.

Molti tra questi pazienti soffrono a causa di dolori incoercibili o per una varietà di altri sintomi difficili da trattare – quale ad esempio la nausea – e che possono rispondere positivamente all’uso di cannabinoidi. Su questi pazienti – tra l’altro – è già possibile, per legge,  utilizzare farmaci oppioidi, gli unici in grado di controllare stabilmente il dolore.

Come sempre accade però, anche le leggi più lungimiranti, organiche e “moderne” impiegano molto tempo a penetrare nel tessuto sociale e organizzativo della sanità italiana e – una volta promulgate – sono destinate ad anni di elaborazione e traduzione in pratica.

La proposta della commissione Sanità toscana può essere dunque letta come una delle avanguardie dell’ottima legge 39/99 voluta dall’allora ministro della Salute, Rosy Bindi che prevedeva, oltre allo sdoganamento ufficiale degli oppioidi, l’istituzione di 188 hospice (a tutt’oggi sono 151) e uno stanziamento di 208 milioni di euro.

La legge Bindi rappresenta un passo importante, al quale sono fortunatamente seguiti molti altri: integrazioni, altre leggi regionali, decreti ministeriali e ulteriori stanziamenti di fondi. Ma si tratta ancora di una strada in salita in cui il sospetto nei confronti del ricorso a oppioidi e cannabinoidi costituisce uno dei sintomi più gravi di arretratezza culturale. Questa arretratezza è tristemente connessa alla cultura cattolica e – cosa ancor peggiore – al fatto che la giovane tradizione delle cure palliative nel nostro paese è gestita da una maggioranza di organizzazioni religiose piuttosto che laiche.

Senza volere né potere semplificare la complessità di questo tema, ci poniamo una domande: una cultura religiosa che trova nel dolore, nella sofferenza e nella resurrezione il suo motore interno e il suo senso più profondo sarà più o meno sensibile e proattiva nell’alleviare il dolore rispetto a una cultura che non attribuisce a quel dolore alcuna dimensione moralizzante?

fonte: Cronache Laiche

apr 262012
 

Il Parlamento – se si fossero svolte in queste giorni le elezioni politiche – sarebbe costituito da quattro “poli”. Questo secondo l’ultimo sondaggio che l’Espresso-La Repubblica hanno commissionato a Demopolis. Il quarto “polo” sarebbe il Movimento 5 Stelle.

In caso di elezioni, infatti, il centrosinistra si attesterebbe al 42%, mentre il centrodestra unito (Lega Nord e PdL) non andrebbe oltre un 30%. L’area centrista – Casini, Fini, Rutelli e transfughi vari – arriverebbe al 12%, mentre il M5S – ecco la novità – salirebbe quasi all’8%. Un risultato lusinghiero a livello nazionale. Un risultato scaturito da una miscela composta da monologhi (senza contraddittorio), strizzate d’occhio all’ambiente e all’antieuropeismo ma, soprattutto, grazie alla sponda offerta a Grillo dalle inchieste – e dai privilegi ingiustificati – che coinvolgono la classe politica. Il Movimento 5 Stelle è entrato in quello spazio – quasi abissale – che separa la casta politica dal cittadino con la parola d’ordine – al momento pagante – del “no a tutto”, sempre e comunque.

A livello di singoli partiti il PD, pur restando primo con il 26%, calerebbe di un punto percentuale. Il Pdl sarebbe al 23% segnando una lieve ripresa a discapito della Lega. E la Lega Nord, appunto, scesa al 7% e con solo il 55% di elettori che la voterebbero di nuovo.

Dato preoccupante su cui riflettere è quello relativo alla fiducia degli italiani nei partiti. Nel sistema su cui si regge la nostra democrazia crede, secondo Demopolis, solo il 5% degli intervistati. E non è casuale che il termine “Partito”  sia stato di fatto abbandonanto – salvo il PD e pochi altri minori – per appriopriarsi della parola “Movimento”, termine questo che rimanda ad una aggregazione della base; una spinta dal basso verso l’alto. Un espediente che dovrebbe, nelle intenzioni degli autori, attirare i voti degli anti-casta e degli anti-politica.

Un espediente, appunto. Che è cosa diversa da un progetto.

apr 232012
 

Co.co.co, co.co.pro., stage, apprendistati. Tanti contratti ed il duplice scopo: spendere poco ed evitare l’assunzione a tempo indeterminato. Così dietro a questi nomi e acronimi si nasconde un vero e proprio lavoro di tipo subordinato, con i vincoli di orari ma niente ferie, liquidazione e nessuna garanzia o permesso di maternità.

I contratti a progetto. Tra contratti a progetto e stage sembra che non esista altro modo di lavorare. Assunti il tempo necessario per la realizzazione di progetti che in realtà non esistono. Contratti stage per periodi di formazione che non ci sono. I co.co.co o i co.co.pro. diventano in questo modo la soluzione ottimale per avere dipendenti che lavorano come tutti gli altri ma strettamente vincolati ai doveri e con nessun diritto. Molte volte, neanche gli stessi datori di lavoro conoscono a fondo il significato di questi contratti ma forse neanche se ne sono mai interessati.

Tirocini e stage. Quella degli stagisti è un’altra categoria di cui aziende, società ed istituzioni abusano fortemente. La parola chiava è “crisi”. Per colpa (vera o presunta) di questa crisi, le assunzioni sono diminuite, gli stagisti aumentati e i soldi per pagarli scomparsi. Anche quei tirocini che fino ad un paio di anni fa erano retribuiti, ora sono diventati completamente gratuiti. Nella maggior parte dei casi la possibilità di assunzione è esclusa sin dal principio. Così, quello che doveva essere un periodo di formazione e di passaggio dal mondo dello studio a quello del lavoro diventa il modo per aziende ed istituzioni per avere manodopera a costi minimi. Un vero e proprio sfruttamento se si considera che ormai gli stage sono richiesti, il più delle volte, anche per diventare commessi o segretari.

I praticanti. Come gli stagisti anche i praticanti sono costretti a sottostare a vincoli, duro lavoro e nessuna retribuzione per poter entrare nell’ordine professionale desiderato. Aspiranti avvocati, giornalisti, commercialisti, costretti a lavorare per due-tre anni rigorosamente gratis prima di poter accedere all’esame di Stato. Anni di investimento in un futuro d’alto profilo, tutto a carico dei propri genitori.

Le agenzie interinali. In tempo di crisi le agenzie interinali hanno un grande successo. Di fronte all’inutilità dei centri d’impiego – ex uffici di collocamento – è quasi inevitabile entrare in queste agenzie in cui si compila una scheda, ci si sottopone ad una sorta di minicolloquio ed infine si attende. Quando arriva la chiamata tanto attesa, i contratti che sono generalmente proposti sono della durata di pochi mesi. Sebbene siano previsti contributi e coperture previdenziali sono sempre troppo scarsi per poter progettare un futuro. Il rischio di essere chiamati più volte, per lavorare per diverse aziende e per periodi di tempo limitati per poi trovarsi senza impiego e troppo vecchi per essere assunti a tempo indeterminato è concreto e rende le agenzie interinali ancora non particolarmente popolari.

Partite Iva e soci lavoratori. Ci sono poi coloro che sono costretti ad aprire una partita Iva per riuscire ad avere un lavoro che poco a che vedere con quello libero-professionale o autonomo. Molto spesso dietro a questi contratti ci sono rapporti di lavoro di tipo dipendente a tutti gli effetti. Ugualmente ingannevole il contratto di “associazione in partecipazione” ossia la proposta di diventare soci. In realtà questi soci sono veri e propri lavoratori soggetti ad un rapporto lavorativo di tipo subordinato con uno stipendio inferiore ai mille euro al mese, la riscossione degli utili solo nel caso in cui ci fossero e come unica contropartita, la possibilità di visionare i bilanci.

fonte: Vite precarie «Quei contratti per sfruttare i giovani».