Ott 292013
 

Libreria del Porcellino - Firenze

Molto più di semplici librerie. Quelle che da qualche anno a questa parte hanno chiuso sono pezzi di storia, già luoghi di ritrovo per molti intellettuali, punti di riferimento culturali. Come la Flaccovio a Palermo, dove Tomasi di Lampedusa andava tutte le mattine e dove passarono pure Sciascia e Renato Guttuso; o la libreria Guida a Napoli, che ha ospitato Ungaretti, Eco, Montanelli, Croce, Kerouak.

L’elenco delle librerie storiche che negli ultimi anni hanno chiuso è lungo, estenuante: Marzocco, Martelli, Le Monnier, la Libreria del Porcellino ed Edison a Firenze; a Venezia la libreria di Calle Vallaresso, a Milano la Libreria di Porta Romana, la Sherlockiana, a Roma la Croce, la Bibli, ReminderAmore&Pische; la Guida Merliani, De Simone, Marotta. Libri e Libri a Napoli, l’Agorà a Torino. Per non dire delle città minori, dove a chiudere sono state librerie storiche ma anche veri e propri baluardi dell’antiracket, come Tertulia, a Catania.

E in questi giorni si assiste ad una replica con variante, La Cité di Firenze potrebbe chiudere a dicembre, per l’iniziativa di alcuni cittadini contro le attività notturne del locale nel celebre Borgo San Frediano. Perché oggi una libreria non vive di soli libri, ci vuole la caffetteria, il wifi gratuito e La Citè offre molto di più: attività pomeridiane per i bambini, spazio a disposizione degli studenti, un luogo di ritrovo dove non ti senti il fiato sul collo se non consumi; e concerti, eventi culturali di vario genere tenevano in piedi le finanze del locale, finché non gli è stato proibito di tenere aperto il locale oltre le 23, per disturbo della quiete pubblica. Il locale che era stato frutto di un bando per il rilancio del borgo raccontato da Pratolini e che effettivamente ha fatto rinascere tutta la zona, rischia di chiudere.

Quali le cause. Ciò che che porta le librerie alla chiusura sono spesso motivi di diversa natura: anzitutto l’elevato costo dell’affitto dei locali, quasi sempre nel centro storico; nel caso di una tra le librerie più antiche d’Italia, la Bocca di Milano, la Giunta Pisapia aveva disposto la concessione a canone sostenibile fino al 2025, e aveva dimezzato il costo dell’affitto, ma non è bastato. La libreria si trova ancora in una situazione economica insostenibile e rischia di chiudere entro pochissimo.
Nella maggior parte dei casi, però, queste librerie sono lasciate sole dalle istituzioni: dichiarate locali storici, insignite di medaglie d’oro, nominate posti del cuore dal FAI, nessuno di questi fregi a garantire continuità alla loro attività.

Il problema dell’affitto riguarda pure l’eventualità che il contratto non venga rinnovato, come nel caso di Edison, la splendida libreria fiorentina che, pur andando benissimo, ha chiuso tempo fa, poiché un gruppo che fa capo a Feltrinelli non ha rinnovato il contratto d’affitto. Probabilmente lo stesso gruppo aprirà negli stessi locali Red – Read, Eat, Dream. Cos’è? Si tratta del nuovo format Feltrinelli, che oltre a proporre la vendita di libri, include un ristorante e un reparto dedicato a prodotti enogastronomici italiani. Le librerie sempre più come supermercati e sempre meno come luoghi di cultura e di pensiero. Certamente anche l’enogastronomia eccellente del nostro paese costituisce parte del patrimonio culturale, ma non implica il pensiero, non coinvolge le attività cerebrali come un libro o un convegno. Illuminante la frase che si può leggere sul sito di ISBN Edizioni, nella pagina che presenta le loro attività: “Oggi il libro compete non solo contro altri libri, ma soprattutto contro i quiz, i telefonini, le scarpe da ginnastica e ogni altra merce desiderabile”.

Si lamenta inoltre l’effetto della diffusione dei libri digitali e delle catene di distribuzione online ma, a nostro avviso, i cali delle vendite unito allo scarso appoggio delle istituzioni, nonché l’assecondare l’evidente mancanza di punti di riferimento culturali con iniziative mangerecce, sono solo la punta dell’iceberg del problema delle librerie in Italia. Il problema è di carattere culturale, andrebbe risolto in Parlamento, con delle adeguate riforme che riguardino la scuola, l’università e la ricerca, indegnamente rese oggetto di tagli dai precedenti governi e in ginocchio ancora oggi. In secondo luogo, dopo le riforme, la crisi della cultura italiana andrebbe combattuta nelle aule scolastiche e in quelle universitarie, dagli insegnanti.
Solo allora le librerie troveranno nuova linfa e potranno distinguersi dagli empori. Forse potrebbe addirituttura cambiare la classe dirigente che governa questo Paese.

(fonte: Diritto di Critica)

Ott 162013
 

La Chiesa si spogli delle sue ricchezze”. Così pare che Ella voglia dire, nel Suo prossimo discorso, che terrà nella città del frate dal quale ha voluto prendere il nome per il Suo pontificato. Detta in questi termini, appare un’affermazione semplice, perfino condivisibile; ma non è esattamente così. Quali sono infatti, le ricchezze della Chiesa? Ci si riferisce alla liquidità dello IOR o anche a tutti i capolavori dell’arte e della cultura che appartengono alla Curia o alle sue infinite emanazioni territoriali? Alle ostentazioni della Curia stessa o anche ai malcelati supporti imprenditoriali dell’ecclesia, siano essi editoriali, ricettivi o di refezione?

Noi impenitenti laici problemisti e critici diffidiamo delle affermazioni di larghissima massima e non riteniamo che una Chiesa debba necessariamente spogliarsi di tutto. Ci accontentiamo di molto di meno. Guardando al nostro cortiletto di casa, a quell’Italia che pure, lo riconoscerà, la Chiesa ha condizionato politicamente per secoli, ci accontenteremmo di due o tre decisioni di puro buonsenso e di impeccabile stile, che ci pare possano essere nelle Sue corde. Non le chiediamo ora di disdettare unilateralmente il Concordato, rinunciando di punto in bianco ai tanti privilegi che concede alla Chiesa Cattolica con i denari dei contribuenti, anche di quelli laici, dei fedeli di altre religioni, di quegli “anticlericali” tra i quali sorprendentemente, ma correttamente (non era forse anticlericale Gesù quando si scagliava contro i “sepolcri imbiancati”?), ha ritenuto di potersi, a tratti, annoverare. Chiediamo tre piccoli primi passi, per favorire un inizio di percorso comune tra credenti e non credenti che vada oltre le parole.

Rinunci a tutti gli introiti che alla Chiesa, a corretti termini di legge, ma contro ogni logica, provengono dal sistema dell’8 per mille attraverso il cosiddetto “inoptato”, ovvero come pura regalia dello Stato da un monte finanziario che nessun cittadino ha espressamente deciso di versare alla Sua Chiesa. Limiti la Chiesa Cattolica a ricevere il frutto delle sole opzioni espresse dei contribuenti. Chieda di scomputare dai versamenti annuali dello stato alla Chiesa un importo pari alle retribuzioni degli insegnanti di Religione nelle scuole di Stato, se proprio non vuole, per ragioni pastorali, portare coerentemente alle sue conseguenze la Sua recente affermazione contro il “proselitismo”. Chieda altresì di scomputare da quegli stessi versamenti le retribuzioni dei cappellani militari, recentemente parificati ai diversi gradi della carriera dei combattenti, con ulteriore crescita dell’onere per l’Erario. Promuova Ella sua sponte un censimento delle attività economicamente profittevoli di enti e istituzioni ecclesiastiche e dia una direttiva inderogabile in ordine al pagamento, su di esse, di ogni tassa e contributo, da quelle sugli immobili a quelle sul lavoro.

Non chiediamo nulla che non sia rettamente accettabile in termini di puro buon senso, senza rimettere in discussione fondamenti del rapporto tra Stato e Chiesa che pure noi, da sempre, riteniamo revocabili in dubbio, Concordato innanzitutto (ma chissà che un giorno non se ne possa laicamente discutere, con un Papa che mostra aperture non trascurabili al concetto di laicità). Chiediamo questo in maniera non provocatoria e senza secondi fini. Nell’auspicio di un confronto che non sia solo dialogico ma rimetta nei termini corretti delle responsabilità reciproche il rapporto tra laici e cattolici in Italia.

Fondazione Critica Liberale

Rivoluzione Culturale

 Posted by on 11 ottobre 2013  No Responses »
Ott 112013
 

 Graf1

Il Rapporto Isfol è lo studio sul grado di competenze alfabetiche nei vari paesi. I due grafici che pubblichiamo parlano da soli. L’Italia risulta essere il fanalino di coda. Siamo dunque un popolo di analfabeti funzionali.

“Analfabeti funzionali” significa che non importa quanto sappiamo tecnicamente leggere, scrivere e far di conto. Le competenze alfabetiche si acquisiscono quando siamo capaci di usare le informazioni che acquisiamo tramite i mezzi di cui disponiamo. In buona sostanza quando dimostriamo quale capacità abbiamo di “comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità“.  Vista così non siamo solo ultimi: lo siamo in maniera drammatica.

Graf2

Non è un caso, quindi, che il nostro paese sia quello dove i diritti civili e sociali sono fermi al ‘900 mentre la società è profondamente cambiata e sono apparse nuove e diverse sensibilità. Non è casuale che da noi la competenza e la meritocrazia siano messe in secondo piano rispetto all’essere “figlio di” o “amico di”. Forse è per questo che, a differenza di tutte le democrazie consolidate, non siamo stati capaci di darci una ferrea regolamentazione che disciplini il rapporto fra proprietà dei mezzi d’informazione e acquisizione, tramite essi, del consenso politico. E non è un caso che la nostra azione – sia essa politica, economica, di lavoro, culturale – guardi solo all’oggi senza proiettarsi al dopodomani. Ed è il nostro analfabetismo funzionale che manda in malora il patrimonio artistico in un Paese in cui, sempre più spesso e ovunque si volga lo sguardo, tutto appare improvvisato e rabberciato ai limiti del cialtronesco.

Può essere solo un caso, infine, che in Italia l’assunzione della responsabilità sia un esercizio etico sconosciuto ai più? Che in Italia tutto avvenga per colpa di altri o a propria insaputa?
No, non è un caso, e sarebbe opportuno di ripartire da una meditazione sul Rapporto Isfol. Porre la crescita culturale del singolo individuo – e per conseguenza dell’intera collettività – come punto centrale per ogni azione di governo.

Certo risulta difficile pensare che la classe politica attuale possa farsi carico di questa emergenza culturale. Ma senza una vera e propria Rivoluzione Culturale non avremo futuro.

Tocca a noi averne consapevolezza, o sarà inutile tornare alle urne.

Ott 072013
 

circus vintage clowns

Il 2 ottobre scorso è stata approvata dal Consiglio regionale della Toscana una mozione promossa dal Consigliere del Centro Democratico, Rudi Russo, per proibire l’attendamento in Toscana di tutti quei circhi che usano ancora animali selvatici ed esotici. L’obiettivo dell’atto è quello, come si legge nel documento, di fare in modo che “tutte le competenti istituzioni comunali presenti sul territorio toscano provvedano a dotarsi di appositi regolamenti che disciplinino la materia”.

So che in Consiglio regionale dobbiamo occuparci di sviluppo economico, sanità e servizi sociali come priorità assolute. Lo stiamo facendo. Però oggi mi sono deciso a portare avanti un atto che avevo nel cuore da sempre: bandire i circhi che utilizzano animali esotici o selvatici, cominciando dalla mia regione. E’ grande la soddisfazione per un voto dell’Aula che considero un importante atto di civiltà per la nostra regione“, è il commento di Russo.

Il circo è un’arte antica che merita di essere difesa e tramandata, ma non più impiegando animali selvatici ed esotici. Non a caso il circo di maggior successo a livello mondiale è animato soltanto dall’abilità di acrobati, giocolieri e clown“, spiega il Consigliere. “L’uso di animali troppo spesso non rispetta le condizioni di benessere degli animali, come testimoniato dalla British Veterinary Association, e talvolta rischia addirittura di mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini a causa di fughe degli animali. L’utilizzo di animali selvaggi, poi, è in aperto contrasto con la Dichiarazione Universale dei Diritti degli Animali del 1978 e con la normativa nazionale e regionale in materia. Credo che sia doveroso intervenire una volta per tutte“.

Con questo atto, impegnamo la Giunta a intervenire nei confronti dei Comuni della Toscana che, per legge, hanno la competenza per concedere le aree per l’installazione dei circhi”, conclude Russo. “Già molte amministrazioni comunali, in attuazione della Convenzione sul commercio internazionale delle specie animali del 1992, hanno disposto di non accogliere spettacoli di intrattenimento che prevedano uso di animali di specie a rischio come primati e altri. Il nostro auspicio è che tutti i Comuni della Toscana si uniformino a questa convenzione e alle norme per la tutela degli animali già regolate anche dalla legge regionale dell’ottobre 2009“.

Ott 052013
 

La tua prima esperienza col binomio cinema-automobilismo sportivo risale al lontano 1990, quando quel Giorni di tuono con Tom Cruise, diretto dal compianto Tony Scott, ti esaltò al punto tale che arrivasti a comprare un videogioco di Nascar, tu che prima d’allora non sapevi nemmeno le Nascar e i prototipi cosa fossero ed eri cresciuto a pane e Formula 1.

Poi arrivò il 2001 e quel Driven tanto voluto da Sylvester Stallone, oltre a farti ringraziare Ecclestone per non aver concesso i diritti sulla F1 e aver costretto Silvestro ad orientarsi sull’Indycar, ti convinse che no, Hollywood e auto da corsa fuori da un’ovale, due strade separate; meglio. D’altronde quel film, talmente brutto da essere quasi bello, ti aveva avvisato quasi subito quella sera al multisala: ti ritrovasti a sorpresa un Silvestro non più doppiato d’Amendola. E dove vuoi andare senza una voce del genere? Mesi dopo avresti conosciuto la verità.

Dodici anni passano, il botteghino cinematografico ti propone una nuova pellicola e questa volta sulla Formula 1 (ahi, pensi), anni ’70 (computer grafica a fiumi, ahi), Lauda Vs. Hunt (mmm… e per di più conosci già tutta la storia, ahi), Ron Howard alla regia (molto dubbio), sceneggiatura di Peter Morgan, che non è che abbia proprio scritto film “leggeri” o basati sull’impatto emotivo come può essere la F1 (altro grande dubbio).

Un po’ convinto dal trailer, con la speranza di non esserti imbattuto in un ennesimo trailer fuffa, ma soprattutto dalle musiche di Hans Zimmer, vai comunque a fare il biglietto, non sapendo bene se ti imbatterai in un Howard da Codice Da Vinci (ahi, ahi) o da Fuoco assassino. Al tuo fianco la tua squinza (ahi, ahi, ahi) che te la farà pagare per ogni centimetro di pellicola. Lo sai.

E invece.

E invece Rush (titolo, ahi) scorre via che è una meraviglia. Nonostante una sceneggiatura che si limita semplicemente, o quasi, a raccontare i fatti, incipriandosi il naso fomentando un conflitto, in realtà non così viscerale, a colpi di “stronzo”,  l’ennesima figura idiota rifilata al popolo italiano (i due napoletani che in Trentino incontrano Lauda, scena comunque divertente) e una scelta narrativa che non si concentra molto sull’aspetto emozionale ed emotivo dei gran premi (come quel Giorni di tuono) Rush ti si trasforma in una piacevole rivelazione.

L’assenza, per te, di colpi di scena riesce a rimanere marginale, merito della scelta di focalizzarsi più sullo “scontro” che sull’atto sportivo. La pecca di avere due personaggi che non si evolvono, rimangono uguali dall’inizio alla fine, disturba ma in maniera limitata. Rush sembra quasi più voler essere un documentario che un racconto di finzione, ben confezionato, anche se canonicamente sbagliato (come d’altronde era Froxt Vs Nixon, proveniente dalle stesse quattro mani); la parte motoristica c’è ed arriva anche ad esaltare; qualcosa di cui puoi fare a meno, vero, ma che non ti fa pentire del biglietto speso e non ti annoia sulla poltrona (al contrario di Frost Vs Nixon). E di questi tempi è già molto. E la squinza si è pure divertita.

Ott 012013
 

1961

Il ministro dell’Istruzione Anna Maria Corrozza ha firmato giovedi scorso il decreto sull’adozione dei libri digitali nelle scuole. Tutto bello e tutto vero ? Macchè.

Nel decreto – il solito ministeriale, burocratico documento – si stabilisce la graduale adozione dei libri elettronici a partire dall’anno scolastico 2014-2015. E fin qui tutto bene però il decreto contiene poco altro. E quel poco in maniera criptica.

Vengono infatti istituiti non ben precisati tavoli di concertazione con gli editori (quegli stessi editori che hanno portato in causa al ministero sostenendo che gli ebook fanno male). Mentre non vengono precisate le risorse con le quali dovranno essere formati gli insegnanti alla nuova tecnologia. Ma soprattutto chi dovrà pagare i tablet.

Ci conforta però l’articolo 5 del decreto. Articolo che rimanda a un successivo decreto dello stesso ministero che specificherà le modalità di accesso ai supporti e ai contenuti tecnologici.

Tutto in perfetta armonia con l’oramai defunto “governo del rinvio”.

Set 162013
 

Testamento Biologico

Lo scrittore Alberto Bevilacqua è morto in una clinica di Roma e la procura della Capitale ne dispone l’autopsia per accertare le cause del decesso. Un corpo conteso tra due donne, la sorella e la compagna, la nomina di un amministratore di sostegno ovviamente terzo, data la battaglia instauratasi tra i familiari. Una lotta fra sentimenti forti, quasi la trama di un suo romanzo. Una vicenda per certi versi simile a quella che è seguita alla morte di un altro importante autore italiano, Giorgio Bassani: anche in quel caso una disputa fra parenti attorno alle condizioni di salute.

Qui adesso non vogliamo occuparci delle vicende di personaggi famosi ma delle nostre, cioè migliaia di comuni cittadini italiani. Quasi 120mila all’anno sono in Italia infatti i degenti nei reparti di terapie intensive che, già incapaci di intendere e volere al momento del ricovero, non avendo preventivamente nominato un amministratore di sostegno o indicato un decisore sostitutivo, si trovano nella medesima situazione dello scrittore parmense. E questo obbliga le persone a loro più vicine a confrontarsi con questi problemi.

Questi numeri, ricavati da uno studio del 2006 dell’Istituto Mario Negri, fotografano la sola situazione dei pazienti acuti, cioè di quelli ancora sottoposti a trattamenti intensivi. Ma il problema è numericamente maggiore se si considerano i pazienti incapaci di intendere e volere degenti in case di cura o cliniche per cronici a seguito di un danno neurologico, quali esiti di un trauma, di un ictus o di decadimento cognitivo come nell’alzheimer o nelle demenze. Statistiche incerte per difetto parlano di alcune decine di migliaia di pazienti, senza contare quelli che ancora riescono ad essere gestiti in casa dai familiari e pertanto sfuggono a questi dati.

Questi pazienti vivono sospesi in una sorta di limbo, i familiari più prossimi sono convinti – sbagliando – di esserne automaticamente i decisori sostitutivi per gli aspetti sanitari, ma spesso sono in contrasto fra loro, come la vicenda Bevilacqua dimostra. I parenti poi spesso più che sforzarsi a rappresentare la volontà del loro congiunto, quasi involontariamente antepongono a questa la propria, rendendo ancor più incerta la validità giuridica della loro posizione. I sanitari quindi si trovano a loro volta costretti in una difficile situazione tra obblighi giuridici, principi deontologici e medicina difensivistica.

In questo campo di battaglia rimangono a terra i corpi dei pazienti senza una precisa tutela giuridica ne un chiaro indirizzo terapeutico. Vittime di una medicina troppo spesso ancora paternalistica, frequentemente condizionata dai notevoli interessi economici che governano la sanità.
Molte di queste condizioni cliniche dei pazienti sono prevedibili perché evoluzioni note ed attese di patologie croniche degenerative. L’approvazione di una seria legge sui testamenti di vita potrebbe risolvere molti di questi casi, un paziente ben informato infatti potrebbe chiarire – quando è ancora in grado di farlo – a quali trattamenti desidera essere sottoposto in futuro e soprattutto nominare un suo decisore sostitutivo che diventerebbe quindi a pieno titolo l’unico ed affidabile interlocutore dei sanitari nella pianificazione delle terapie. Ma un malinteso e strumentale concetto di difesa della vita e diritto alla cura impedisce ancora oggi in Italia l’utilizzo di uno strumento – il testamento di vita – ormai diffuso in tutti i paesi occidentali.

Mario Riccio, medico anestesista per Globalist

Set 022013
 

Cicerone

Una bellissima serata allo Juventus StEdium per i tifosi juventini che nel giro di due settimane hanno rifilato altri quattro gol alla Lazio. E anche bruttissima serata, allo Juventus StEdium per i laziali, usciti con le pive nel sacco.

Stedium e non stadium. Eh, già. StEdium fa tanto “smart” oppure fa tanto “cool”. O più banalmente il telecronista di Sky in questione, Riccardo Trevisani, ignora che “stadium” è una parola latina e non inglese.

Davvero? Davvero. Stadium è parola latina a sua volta derivata dal greco stadion. Lo stadion, in origine, era un’unità di misura che determinava la lunghezza di un solco dell’aratro (circa 200 metri); poi fu usata per descrivere le piste di terra battuta dove si facevano le corse e più avanti il luogo dove si svolgevano i giochi atletici. Da stadion a stadium. Che si pronuncia stadium. Come super – altra parola latina – si pronuncia super e non siupar (con erre ciancicata) e media si pronuncia media e non mIdia.

Quindi, per cortesia, date a Cesare quel che è di Cesare e al latino quel che è latino. Stadium cominciate a dirlo come si deve dire. Non c’è biogno di conoscere Cicerone e la sua famosa frase “Qui stadium currit eniti et contendere debet quam maxime possit ut vincat“. Dite stadium e siamo tutti più felici.

Altrimenti chi vuole fare il fico sfoggiando inglesismi a raffica rischia di fare la figura di Arrio. Ossia il protagonista di un carme di Catullo il quale, per farsi bello, aggiungeva una H alle parole, pensando che il tono aspirato fosse più nobile. Chommoda e non commoda;hinsidias e non insidias. Lui, Arrio, un progenitore di Pippo Pippo non lo sa (che quando passa ride tutta la città). Da Arrio a Pippo a Riccardo Trevisani. Da ora in poi Riccardo Arrio Trevisani, telecronista nello StEdium.

(fonte: Globalist)

Manchester la poliglotta

 Posted by on 29 agosto 2013  No Responses »
Ago 292013
 

1907: Manchester, Piccadilly

Con più di 150 lingue parlate da una popolazione di 480mila abitanti, Manchester è la città con la più alta varietà linguistica del Regno Unito se non del mondo, quanto meno rispetto alle altre città di dimensioni simili. Una vera Babele dove quattro residenti su dieci parlano diverse lingue fra cui alcune molto rare, come il nahuatl di origine azteca o l'”eleme”, un dialetto nigeriano conosciuto solo da tremila persone al mondo. In cima alla lista (ovviamente dopo l’inglese) c’è l’urdu, parlato da diecimila persone originarie del subcontinente indiano, seguito dall’arabo, dal cinese, dal bengali, dal polacco, dal punjabi, dal somalo e così via.

Questo ritratto variopinto è il frutto di una ricerca condotta da un’équipe dell’università della città riunita nel progetto Multilingual Manchester, abbastanza unica nel suo genere. Il gruppo, che ha analizzato una moltitudine di dati forniti dalle autorità e dai servizi locali (scuole, biblioteche, ospedali, censimenti ufficiali e così via), ha prodotto dal 2010 fino a oggi più di 100 rapporti sul multilinguismo e sulle minoranze linguistiche, fra cui una sintesi che è stata appena pubblicata.
Questo ha permesso di sapere fra l’altro che nel 2012 tremila studenti delle scuole della città hanno scelto di passare il loro “Certificato generale dell’insegnamento secondario” in una lingua straniera; che ventimila libri o altri media non inglesi sono stati presi in prestito più di settantamila volte in un anno nelle librerie municipali; che in due mesi sono stati inviati attraverso Tweet più di dodicimila messaggi in cinquanta lingue diverse.

Il carattere poliglotta di Manchester non è una scoperta. In questa città l’immigrazione è un fenomeno antico, cominciato nella seconda metà del diciannovesimo secolo, all’epoca in cui questo centro della rivoluzione industriale attirava operai dalle origini più diverse. Ancora oggi questa città è il centro inglese che, dopo Londra, ha visto la sua popolazione aumentare più rapidamente in dieci anni, con un tasso di crescita del 19 per cento fra il 2001 e il 2011 (rispetto a una media nazionale del 7 per cento). Ogni anno continuano ad arrivare 1.500 nuovi bambini in età scolare.

Tuttavia le stime del “Multilingual Manchester” superano le cifre ufficiali, probabilmente influenzate dal predominio accordato alla nozione di “lingua principale”, che sottovaluta la pluralità di lingue parlate da ogni individuo. Così in occasione del censimento fatto nel 2011 in Inghilterra e nel Galles, “solo” il 20 per cento degli abitanti di Manchester aveva dichiarato di parlare principalmente una lingue diversa dall’inglese.

Questo multilinguismo molto accentuato non influenza però l’integrazione linguistica. L’80 per cento dei residenti che non hanno nell’inglese la loro prima lingua, affermano di parlare quest’ultima bene o molto bene. La percentuale degli abitanti che dichiarano di non conoscere bene la lingua nazionale è solo del 3 per cento, e il 17 per cento che afferma di non sentirsi a suo agio con l’inglese è costituito soprattutto da persone anziane.

Beneficio gratuito
Secondo la ricerca questa diversità sarebbe una vera e propria ricchezza. L’interazione fra tutti questi gruppi linguistici facilita il dialogo religioso e la coesione sociale e aumenta la domanda e l’offerta di interpreti, traduttori, assistenti scolastici e così via. Il multilinguismo della città offre alle imprese locali la possibilità di allargare i contatti e i commerci internazionali. La capacità di parlare diverse lingue è sempre più ricercata sul mercato del lavoro, e la presenza di una popolazione giovane, istruita e poliglotta finisce per attirare società multinazionali.

La città beneficia di questa risorsa senza aver fatto grandi investimenti pubblici, poiché la trasmissione delle conoscenze linguistiche si basa soprattutto sulle famiglie e sulle comunità. Così 8mila studenti frequentano dei corsi di lingua interamente organizzati da una cinquantina di questi gruppi, mentre molti centri comunitari offrono ai loro membri altri tipi di servizi.

Le autorità pubbliche si limitano ad adottare una strategia reattiva – anziché attiva – pragmatica, decentralizzata e adattata alle varie domande, proponendo documenti in diverse lingue, offrendo la possibilità di ricorrere a interpreti, certificando le conoscenze linguistiche acquisite e così via. La saggezza delle istituzioni locali si manifesta anche nella scelta di non scoraggiare le lingue di origine, né nello spazio pubblico né in quello privato, ma al tempo stesso impegnandosi nel facilitare l’apprendimento dell’inglese.

(articolo originale La Tribune – trad. Andrea De Ritis per Presseurope)

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