I giovani sempre più poveri

 Posted by on 26 novembre 2013  No Responses »
Nov 262013
 

Sono passati sei anni da quando in piazza nasceva il movimento studentesco dell’Onda. Erano sotto al palazzo del Senato quando per la prima volta si sentì urlare uno slogan che è diventato il simbolo di una generazione: “Noi la crisi non la paghiamo”. Oggi, dopo cinque anni, questo movimento si è squagliato e gli studenti tornano alle solite rituali manifestazioni di un vago dissenso. Ma quello slogan, gridato come un canto da stadio, rimane il simbolo di ciò che sta avvenendo in Italia, dove il reddito medio dei trentenni di oggi è drammaticamente precipitato. Mentre gli anziani sono diventati più ricchi.

I giovani poveri, i vecchi ricchi. Secondo i dati diffusi dalla Banca d’Italia e rielaborati dal Filippo Teoldi per LaVoce.info, dal 1991 ad oggi il reddito medio degli under 35 è diminuito, è rimasto più o meno costante (anche se in decisa flessione negli ultimi anni) quello dei 35-44enni, mentre è cresciuto per gli altri, soprattutto per coloro che oggi si ritrovano nella fascia di età compresa tra i 55 e i 64 anni, con una retribuzione cresciuta dal 1991 del 30%. Anche gli over 65, cioè quasi esclusivamente pensionati, si ritrovano dopo vent’anni con un reddito più alto del 18%. Tutti dati considerati al netto dell’inflazione.

Chi non paga questa crisi. Quindi, i giovani dell’Onda, molti dei quali oggi, usciti da scuole e università, si stanno confrontando con il mondo del lavoro, questa crisi la pagano eccome. Piuttosto, sono le altre generazioni che, nonostante la retorica dei “pensionati in difficoltà”, questa crisi quasi non la stanno pagando. E, mentre si parla di Imu da cancellare e di pensioni da adeguare, per i giovani non si sta facendo veramente nulla. Ed è inutile che Enrico Letta parli di risultati ottenuti nell’occupazione giovanile: si tratta davvero di una goccia in un oceano di desolazione.

L’ennesima occasione mancata. Con la legge di stabilità si è persa anche questa volta l’occasione per cambiare le cose. Perché oggi più che mai serve redistribuzione che per la prima volta in questo Paese deve essere intergenerazionale. Lo si deve dire ad alta voce, ad alta voce lo devono gridare coloro che guidano questo Paese. Ma non basta la carità di Stato: serve che si creino le condizioni per uscire da questa condizione di minore età perenne. Invece ci si perde in chiacchiere: dalle beghe di partito alla privatizzazione dei mezzi pubblici, passando per i no Tav. Quanto siamo bravi noi italiani nel parlare dei “non-problemi”?

Capitalismo nostrano

 Posted by on 26 settembre 2013  No Responses »
Set 262013
 

L’acquisto di Telecom da parte della spagnola Telefonica dovrebbe far riflettere su che razza d’imprenditoria abbiamo avuto – e continuiamo ad avere – in Italia.

Invece di urlare allo scandalo per la perduta italianità di Telecom dovremmo interrogarci perchè i capitalisti e gl’imprenditori nostrani hanno goduto per decenni di vantaggi fiscali e d’incentivi statali passando per intrecci – più o meno oscuri  e molti dei quali al limite del lecito – con banche e politica.

Telecom non è un caso isolato e in questi giorni s’intreccia, non casualmente, con la faccenda Alitalia. Già, la compagnia di bandiera salvata a spese del contribuente da una cordata fatta da gente come Riva, Caltagirone, Angelucci, Ligresti. Tutti nomi che leggiamo più frequentemente nelle cronache giudiziarie che non in quelle finanziarie.

Una cordata fortemente voluta – ricordate? – da un pregiudicato per frode fiscale. E’ anche questo il capitalismo nostrano.

Set 252013
 

Beppe Grillo

Beppe Grillo, ieri 24 settembre, a proposito della vendita di telecom alla spagnola Telefonica:

L’italia perde un altro pezzo, Telecom Italia. Le telecomunicazioni diventano spagnole. Un disastro annunciato da un saccheggio continuato, pianificato e portato a termine con cinismo di quella che era tra le più potenti, innovative e floride società italiane.

Sempre Beppe Grillo il 29 aprile 2010:

Telecom deve essere venduta al più presto a Telefonica o a qualche grande gruppo internazionale prima che attuali azionisti ne spolpino anche le ossa.

La ricchezza corre

 Posted by on 28 agosto 2013  No Responses »
Ago 282013
 

Beggar, and George V. 1905

Nel 2013 l’uomo più ricco d’Italia risulta Leonardo Del Vecchio.. Il presidente della Luxottica ha un patrimonio stimato a 15,2 miliardi e le sue partecipazioni si sono rivalutate, rispetto al 2012, di oltre il 40%.

Al secondo posto Miuccia Prada col marito Maurizio Bertelli con un aumento del 27%. Silvio Berlusconi rientra nella top ten – sesto adesso, lo scorso anno era undicesimo –  grazie alla crescita di Mediaset (+ 120%)  e di Mediolanum.

Nel complesso, i primi 400 più ricchi d’Italia dispongono din patrimonio stimato circa 102 miliardi, in crescita rispetto ai 75,7 miliardi ( + 34% ) di un anno fa.

Si fa presto a dire crisi.

Ago 072013
 

La giunta della R Lombardia guidata dal leghista Roberto Maroni ha stanziato 60.000 euro per il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini.

Formalmente la Regione ha pagato per ottenere la disponibilità di uno stand alla kermesse ciellina, in cui pubblicizzare l’Expo che si svolgerà a Milano, ma solo nel 2015.

Altre società controllate dalla Regione potrebbero acquistare altri spazi, con ulteriori introiti per gli organizzatori del Meeting. E dire che proprio il leghisti, tre anni fa, avevano denunciato il caso dei super-finanziamenti che la giunta di Roberto Formigoni aveva sbloccato a favore dell’incontro organizzato dallo stesso movimento ecclesiale di cui fa parte.

 

Lug 252013
 

Il quadro è fosco, molto fosco. Il premier Letta non convince i finanzieri di Londra, nemmeno quando annuncia un mega-piano di privatizzazione del settore pubblico. L’ambasciatore americano Thorne, dopo quattro anni a Roma, se ne va definendoci il Paese dell’incertezza: e aggiunge che “l’uomo chiave dell’Italia è stato ed è ancora Giorgio Napolitano“. Che credibilità internazionale abbiamo? Zero, pare: e non solo per il caso Ablyazov e le scuse inconcludenti di Alfano.

Scetticismo inglese. Bill Emmott ci descrive una visita di Enrico Letta a Londra, nella City finanziaria, accolta con sorrisi british ma un po’ tirati. Il nostro premier cercava legittimazione e fiducia, illustrando le meraviglie del decreto “Fare” ad un pubblico di finanzieri. Nessuna ovazione. Nemmeno quando il premier ha annunciato un mega-piano di privatizzazione dei servizi forniti dalla Pubblica Amministrazione, piano che a Roma ancora aspettano di vedere: neanche questa “parolina magica” ha convinto gli inglesi. Sarà che il caso Ablyazov ci ha resi ridicoli? Secondo Bill Emmott, decisamente sì.

Al servizio di un dittatore. Extraordinary rendition o no, come l’hanno definita le Nazioni Unite, l’espatrio forzato di Alma Shalambayeva e di sua figlia Alua appare agli inglesi una buffonata. Lo stesso paese che si è indignato di fronte a Blair per questi “rapimenti extragiudiziali” durante la guerra al terrorismo, si chiede oggi cosa stiamo facendo. Loro, ad Ablyazov, hanno concesso l’asilo politico di fronte alla persecuzione politica di Nazarbayev, pur indagando sul suo patrimonio di dubbia provenienza: noi abbiamo acconsentito all’arresto e “spedizione” della Shalambayeva in meno di 3 giorni, salvo poi rimangiarcela. E si stupiscono che invece, per la restituzione forzata dell’estremista radiale giordano Abu Qatada, abbiamo opposto resistenze per dieci anni, fino ad oggi.

Napolitano uomo chiave. Altro schiaffo arriva dall’ambasciatore statunitense in Italia, Richard Thorne, che proprio ieri ha ripreso il volo per Washington a fine mandato. Il suo commento sui quattro anni italiani lo ha raccolto Mario Calabresi, direttore de La Stampa. Baci e abbracci a parte, Thorne ha detto un paio di cose scottanti. La prima, è che l’Italia appare a Washington come il Paese dell’incertezza, una specie di buco nero burocratico senza energie e con scarsa attrattiva per gli investimenti. La seconda, meno scontata e forse più grave, è che l’uomo chiave d’Italia resta Giorgio Napolitano. E’ un bel complimento, per il nostro Presidente di ferro, ma è un pessimo segnale – peraltro subodorato dai più – pensare che l’unico pilastro affidabile del Paese sia un uomo di 89 anni, decisamente stanco di combattere contro la vacua altalena di Governo-Parlamento-Elezioni. Possibile che sia un arbitro imparziale (ma vera eminenza grigia degli ultimi due tentativi di governo) l’unica chance dell’Italia?

Blogging Day #NoSlot

 Posted by on 13 giugno 2013  No Responses »
Giu 132013
 

Slot Machines Confiscated

Oggi 13 giugno è il Blogging Day contro il gioco d’azzardo legale, mobilitazione alla quale questo Blog aderisce. L’iniziativa è nata da un appello promosso dal blog Donne Viola ed ha come scopo l’unire i blogger in una giornata da dedicare contro la piaga del gioco d’azzardo. Fenomeno, questo,  che si sta sempre più diffondendo nelle città e in rete.

Tanti sono i personaggi pubblici che sostengono e retwittato la campagna: Max Pezzali, Pupo, Lorella Cuccarini, Fiorella Mannoia, Valerio Staffelli tanto per citarne alcuni.

L'”azzardopatia” è un problema sociale che coinvolge 17 milioni d’italiani e fattura 87,6 miliardi. Lo Stato ogni anno con la fiscalità applicata al gioco d’azzardo incassa circa 8,7 miliardi di euro. Gli italiani infatti spendono nel gioco d’azzardo – pro capite –   oltre 1.500 euro l’anno; cifre che incide per un 12% sulle spese per i consumi. Le spese per il gioco d’azzardo in Italia rappresentano il 4,4 % del mercato mondiale e il 15% di quello europeo dove risultiamo, tristemente, primi.

Per fortuna qualcosa si sta muovendo per contrastare questo fenomeno. Dallo scorso aprile la Regione Liguria si è dotata di due leggi che hanno permesso di non vanificare i tentativi di regolazione dei Comuni. Le Regioni Lombardia e Emilia-Romagna stanno per concludere un iter legislativo in proposito. Mentre a  livello nazionale lo scorso 27 marzo è stata depositata un disegno di legge firmato da decine di parlamentari di diversi gruppi. Per il sostegno alla legge è stato creato un sito dal nome significativo “Non è un gioco“.

E’ necessaria comunque una maggiore presa di coscienza e mobilitazione per contrastare quella che è diventata oramai una vera e propria piaga sociale. Piaga che – rincorrendo un effimero sogno di ricchezza – brucia una quota pari al 4% del Pil nazionale.

Mag 242013
 

Al Capone

Uno studio europeo inchioda le nostre responsabilità di contribuenti: il 27% delle tasse dovute non arriva al fisco, sparendo in paradisi fiscali ed elusione. L’Italia ha l’economia sommersa più diffusa dell’Unione, per un valore di 418 miliardi di euro l’anno, pari al doppio di quella inglese. Il confronto in Europa è impari: su mille miliardi l’anno di evasione fiscale (in 1o Paesi), noi siamo responsabili di 180 miliardi.

Parassiti sociali d’alto bordo. Uno spot governativo, l’anno scorso, paragonava gli evasori fiscali a veri e propri parassiti della società. Ma più che di multe non pagate e cartelle esattoriali incomplete, il vero dramma sono i paradisi fiscali. Secondo uno studio europeo condotto da Richard Murphy (direttore del “Tax Research”), il 27% delle tasse dovute allo stato italiano svanisce in paradisi fiscali.

Altro che rientro dei capitali. Lo studio di Murphy stima che oltre un quarto dei contributi fiscali previsti dalla legge finisce all’estero, a far da tesoretto a chi può permetterselo. E’ indubbio infatti i soldi in Svizzera o alle Cayman non ce li manda l’impiegato medio, ma proprio quel 10% della popolazione italiana che possiede il 50% del reddito complessivo. Una fuga tutt’altro che scoraggiata dallo scudo fiscale di berlusconiana memoria: anzi, forse è anche aumentata in questi anni di crisi.

Peggiori d’Europa. Il confronto con l’Unione Europea è impietoso. L’Italia, su mille miliardi di evasione fiscale registrati ogni anno, è responsabile di 180 miliardi di euro: il 18% del totale, cifra record che ignora le dimensioni della nostra economia. Per fare un confronto, la Germania raggiunge appena i 150 miliardi di euro (con un Pil quasi doppio rispetto al nostro), la Francia a 120 miliardi e la Gran Bretagna tocca un terzo del nostro “risultato” (solo 74 miliardi, con un Pil leggermente più alto del nostro).

Come la Grecia e la Polonia. Il valore dell‘economia sommersa italiana potrebbe fare Stato a parte. Oltre 418 miliardi di euro l’anno, pari alla somma di 6 o 7 Paesi dell’Unione (dalla fallita Grecia alla Gran Bretagna, mettendoci dentro anche la  Spagna). Roma macina in nero più di tutti e non sembra fermarsi. Solo Polonia e Grecia ci stanno al passo in termini percentuali, ma da loro il Pil è infinitamente più ridotto e fa meno effetto. Tutti elementi da ricordare, quando si parla di cancellare l’Imu sulla prima casa (per tutti) e alzare l’Iva (che colpisce solo i bassi redditi): sono misure che toccano esclusivamente i “redditi trasparenti”, quelli che non si sono ancora rifugiati all’estero.

(fonte: Diritto di Critica)

Mag 232013
 

Startu Berlin

La Germania va a caccia di giovani talenti e li cerca soprattutto in Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, i paesi più colpiti dalla crisi. Grazie al programma di incentivi finanziato dal governo federale, infatti, i giovani provenienti dall’Europa meridionale potranno contare su nuove forme di agevolazione per l’inserimento nelle aziende tedesche.

Berlino ha bisogno di lavoratori. Negli ultimi anni, in Germania, la disoccupazione è scesa ai minimi storici: solo il 5,6% dei tedeschi, infatti, è in cerca di lavoro mentre l’occupazione tra i laureati è praticamente raddoppiata rispetto a dieci anni fa. Insomma per un laureato tedesco è molto più facile trovare lavoro che per un laureato italiano o spagnolo. Soprattutto grazie agli investimenti e alle politiche in favore dell’occupazione portate avanti negli ultimi anni. Le nascite però sono in forte diminuzione mentre il numero dei pensionati è in costante aumento, così nel 2025 la prima potenza economica europea potrebbe ritrovarsi senza 6 milioni di lavoratori.

In Italia stage gratis, in Germania pagano di più. Per questo le aziende tedesche hanno iniziato a impiegare sempre più professionisti stranieri, provenienti soprattutto dai paesi del sud Europa. In loro soccorso arriva ora anche il piano di incentivi del governo che prevede un periodo di formazione per chi vuole lavorare in Germania, con corsi di lingue, rimborsi spese per i viaggi e un compenso aggiuntivo rispetto a quello solitamente destinato agli apprendisti tedeschi. Niente a che vedere dunque con la prassi tutta italiana dei tirocini e degli stage spesso non retribuiti e senza prospettive concrete di inserimento in un’azienda. In Germania, infatti, l’apprendistato rappresenta il primo passo, retribuito, per l’ingresso nel mondo del lavoro.

L’accordo con la Spagna. Inoltre proprio in questi giorni Spagna e Germania hanno stipulato un accordo bilaterale che permetterà ogni anno a 5mila giovani spagnoli di studiare e lavorare nelle città tedesche, dando loro la possibilità di migliorare la propria formazione professionale. E accordi simili potrebbero presto essere stipulati anche con gli altri paesi del sud Europa.

La fuga (dall’Italia). La Germania insomma cerca lavoratori e i lavoratori cercano la Germania. L’emigrazione dai paesi mediterranei è infatti in forte aumento e la Germania è diventata la meta prediletta tra coloro che scappano da precarietà e disoccupazione. E tra questi gli italiani sono sempre più numerosi (il 40% in più solo nel 2012). Una situazione aggravata dalle politiche di austerità imposte (anche dalla Germania) all’Italia e agli altri stati del sud Europa per risanare i loro conti, e da anni di politiche inconcludenti che hanno reso il mercato del lavoro sostanzialmente fermo. Chi ne ha la possibilità, dunque, preferisce emigrare, spesso per non tornare più. Con un enorme spreco di risorse, competenze e professionalità che vanno invece ad arricchire gli altri paesi.

Mag 022013
 

Comunione e Liberazione

Comincia con un clamoroso strafalcione istituzionale l’avventura nel governo di Maurizio Lupi insieme con Mario Mauro, uno dei due esponenti di Comunione e liberazione inseriti nell’esecutivo che si è presentato alle Camere per chiedere la fiducia. «Sono stato eletto ministro del governo Letta. Grazie a tutti voi per l’affetto e la stima di queste ore». I ministri non sono “eletti” da alcuno, bensì nominati dal Capo dello Stato, ma forse l’annuncio nel sito internet del parlamentare del Pdl è frutto dell’entusiasmo del momento. Capita. Anche ai più scafati ed esperti, nei momenti di emozione. E i due membri del movimento fondato da don Luigi Giussani certamente esperti lo sono, e sono anche considerati tali, visti i ministeri che sono stati loro assegnati: le Infrastrutture a Lupi, la Difesa a Mauro.

La caduta del Celeste. I mesi scorsi per Comunione e liberazione sono stati politicamente devastanti. Prima il crollo di Roberto Formigoni, costretto da scandali e inchieste giudiziarie a lasciare prima la presidenza della Regione Lombardia. Poi per il “celeste” è apparso il rischio di perdere anche la poltrona dalla quale aveva giurato di non alzarsi mai: quella di commissario straordinario per l’Expò di Milano 2015. Evento il cui giro d’affari tra appalti con denaro pubblico e indotto è stimato (dalla società di gestione stessa) attorno ai 25 miliardi di euro. Il governo uscente ha deciso che il nuovo commissario verrà scelto dal prossimo governo, e Formigoni respira aria brutta, tanto che il suo commento alla notizia è stato: «Auguri e figli maschi», parole di chi sa di essere prossimo a ricevere un nuovo siluro politico, questa volta forse definitivo.

Lupi ministro agli appalti grandi e piccoli. La perdita del fortino lombardo, passato ai nemici della Lega, è stato un colpo pesante per Cl, che con la sua associazione di imprese, la Compagnia delle opere, 35mila gli affiliati, produce un giro d’affari di circa 70 miliardi di euro l’anno, in gran parte frutto di commesse pubbliche. Basti dire che la sola Regione Lombardia ha garantito, lo scorso anno, appalti per quattro miliardi di euro alle aziende legate a Comunione e liberazione. Ma la scelta dei ministri compiuta da Silvio Berlusconi ed Enrico Letta, ed avallata da Giorgio Napolitano, ha dato ampio ristoro a Cl.

Opere pubbliche e affari. Il dicastero delle Infrastrutture e dei trasporti è di fatto il ministero delle opere pubbliche, grandi e piccole, degli appalti. Ponte sullo Stretto, Expò, ricostruzione in Abruzzo dopo il terremoto, appalti per le autostrade, settore nel quale le aziende cielline sono in prima fila. Le sole imprese venete guidate da Piergiorgio Baita (Adriatica Costruzioni e Mantovani), costruttore da poco finito in carcere per frode fiscale e irregolarità, hanno negli anni scorsi costruito il Passante di Mestre, e hanno i contratti pubblici per il Mose, la contestata barriera che dovrebbe proteggere Venezia dall’acqua alta. Va considerato che le aziende venete della Compagnia, nel nuovo governo, possono contare anche su un altro ministro certo non ostile: Flavio Zanonato, del Pd, sindaco di Padova e mai nemico del fronte imprenditoriale cattolico della sua regione. Nella sola città di Padova, gli appalti pubblici affidati alla Coop Giotto, affiliata alla Compagnia, lo scorso anno erano pari a dieci milioni di euro, anche se non tutti affidati dal Comune, ma anche da altre istituzioni pubbliche.

Difesa, ministero poco militare e tanto di spesa. L’altro esponente di Cl piazzato nel governo Letta è Mario Mauro, il ciellino che dopo il salto dal Pdl al partito di Mario Monti, è riuscito ad incassare un ministero che non è tanto “militare” quanto si potrebbe pensare, ma prevalentemente di spesa che si divide in mille e mille rivoli, alcuni dei quali diventano però dei veri e propri fiumi in piena.
Il bilancio di previsione del dicastero per il 2013 è di 21 miliardi e 200 milioni, destinato a rimanere più o meno uguale anche nel 2014 e 2015. La voce di spesa più pesante è quella per l’acquisto dei caccia F35, il cui costo per l’Italia – spalmato in diversi anni – sarà ben superiore ai 17 miliardi stimati, certamente supererà i 20 e, secondo il Sole 24 Ore, potrebbe persino sfiorare i 40. Ma questo è il capitolo più evidente, mentre il denaro scorre sottotraccia in una infinita serie di contratti grandi e piccoli. Acquisto di divise, scarpe e attrezzature per i militari, di elicotteri e veicoli blindati, di pezzi di ricambio e carburante. Poi tende, teli, pulizia delle caserme e mense, computer e software, navi da guerra, munizioni e tutto ciò che può servire alle forze armate ed ai loro uffici. Tutte spese da appaltare a fornitori esterni.

Il regime speciale dei contratti della Difesa. Gli appalti della Difesa godono poi spesso di un regime speciale, che assicura al ministero la possibilità di scegliere l’azienda senza troppe formalità. Basta sfogliare le carte per vedere che centinaia di milioni l’anno, pur se divisi un numero enorme di tranche a volte molto piccole (anche poche decine di migliaia di euro, ma ripetute), vengono distribuiti senza gara, con affidamenti diretti, in virtù di una supposta “urgenza” che permette di evitare complicati bandi pur rispettando la legge.

Gare bypassate legalmente. Ma è possibile bypassare le gare anche per cifre assai più importanti. Il “trucco legale” è esposto anche nel Bilancio 2013, dove si spiega che le spese per le «funzioni non direttamente collegate ai compiti di difesa militare» seguono un regime diverso da quello degli appalti pubblici. In sostanza, quando si tratta di appalti e contratti “in ambito Nato” o necessari per le missioni italiane all’estero (come Afghanistan, Libano e Balcani) seguono le regole semplificate stabilite dall’Alleanza Atlantica, anche se la legge italiana chiede in maniera blanda e vaga di rispettare comunque la “trasparenza” della spesa pubblica. È questo il ministero-bancomat affidato a Mario Mauro, mentre Maurizio Lupi si aggiudica il ricco piatto delle Infrastrutture.

Lo zuccherino per dimenticare i guai di Roberto. Il lutto politico per la caduta di Formigoni e la mancata elezione al pontificato del cardinale di Milano Angelo Scola (vicinissimo al movimento e alla Compagnia delle opere) è stato presto superato: nell’ultima domenica di aprile, alla vigilia del maggio dedicato dai cattolici alla Madonna, le campane di Cl suonano a festa per la nomina dei due cardinali laici del governo Letta.

Marco Mostellino per Lettera43

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