Ott 172013
 

beggars-crutch

Secondo le ultime cifre pubblicate dalla Commissione per la Criminalità Organizzata, la Corruzione e il Riciclaggio di capitali (CRIM) del Parlamento europeo, nell’Unione europea vivono circa 880.000 persone in condizioni di schiavitù. Nella maggior parte dei casi si tratta di “bambini costretti a mendicare, uomini che lavorano come forzati per un salario misero e donne obbligate a prostituirsi”, spiega il quotidiano belga  DeMorgen.be.

Il quotidiano aggiunge che la Crim ha invitato gli stati membri ad applicare la direttiva sul traffico di esseri umani, e chiede alla Commissione europea di mettere in atto la strategia per sradicare la tratta di esseri umani.

Il 23 ottobre i deputati europei riuniti in seduta plenaria studieranno le raccomandazioni della Crim.

Rivoluzione Culturale

 Posted by on 11 ottobre 2013  No Responses »
Ott 112013
 

 Graf1

Il Rapporto Isfol è lo studio sul grado di competenze alfabetiche nei vari paesi. I due grafici che pubblichiamo parlano da soli. L’Italia risulta essere il fanalino di coda. Siamo dunque un popolo di analfabeti funzionali.

“Analfabeti funzionali” significa che non importa quanto sappiamo tecnicamente leggere, scrivere e far di conto. Le competenze alfabetiche si acquisiscono quando siamo capaci di usare le informazioni che acquisiamo tramite i mezzi di cui disponiamo. In buona sostanza quando dimostriamo quale capacità abbiamo di “comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità“.  Vista così non siamo solo ultimi: lo siamo in maniera drammatica.

Graf2

Non è un caso, quindi, che il nostro paese sia quello dove i diritti civili e sociali sono fermi al ‘900 mentre la società è profondamente cambiata e sono apparse nuove e diverse sensibilità. Non è casuale che da noi la competenza e la meritocrazia siano messe in secondo piano rispetto all’essere “figlio di” o “amico di”. Forse è per questo che, a differenza di tutte le democrazie consolidate, non siamo stati capaci di darci una ferrea regolamentazione che disciplini il rapporto fra proprietà dei mezzi d’informazione e acquisizione, tramite essi, del consenso politico. E non è un caso che la nostra azione – sia essa politica, economica, di lavoro, culturale – guardi solo all’oggi senza proiettarsi al dopodomani. Ed è il nostro analfabetismo funzionale che manda in malora il patrimonio artistico in un Paese in cui, sempre più spesso e ovunque si volga lo sguardo, tutto appare improvvisato e rabberciato ai limiti del cialtronesco.

Può essere solo un caso, infine, che in Italia l’assunzione della responsabilità sia un esercizio etico sconosciuto ai più? Che in Italia tutto avvenga per colpa di altri o a propria insaputa?
No, non è un caso, e sarebbe opportuno di ripartire da una meditazione sul Rapporto Isfol. Porre la crescita culturale del singolo individuo – e per conseguenza dell’intera collettività – come punto centrale per ogni azione di governo.

Certo risulta difficile pensare che la classe politica attuale possa farsi carico di questa emergenza culturale. Ma senza una vera e propria Rivoluzione Culturale non avremo futuro.

Tocca a noi averne consapevolezza, o sarà inutile tornare alle urne.

Ott 102013
 

Schermata 2013-10-07 alle 16.48.36

Produrre energia mentre ci alleniamo in palestra? A Bristol è nata la prima palestra autosufficiente, che si alimenta grazie all’energia generata mentre chi la frequenta si dedica agli allenamenti. L’energia permette il funzionamento dei macchinari sportivi e del sistema di illuminazione.

La rivoluzione per le palestre era già iniziata nel 2011, quando la società Green Revolution ha pensato di realizzare una bici da spinning in grado di generare elettricità pedalando. La nuova cyclette era stata subito adottata da numerose palestre negli Stati Uniti. L’espansione del progetto tocca ora la Gran Bretagna.

La Cadbury House Gym di Congresbury, nelle vicinanze di Bristol, ha infatti deciso di acquistare tutti gli attrezzi da palestra necessari per alimentare l’edificio dal punto di vista energetico. L’investimento è risultato pari a 600 mila sterline. Grazie a questa somma, sono stati acquistati 42 nuovi pezzi firmati Artis Technogym, tra cyclette, bici da spinning e ellittiche.

Il risparmio sulla bolletta elettrica sarà garantito. I proprietari della palestra, a quanto sembra, non dovranno più preoccuparsi dei costi di illuminazione. Quando chi frequenta la palestra inizia ad allenarsi su uno degli attrezzi, la produzione di energia si avvia immediatamente. Dopo aver generato la quantità di elettricità per il proprio funzionamento – ad esempio, per l’accensione dei display – l’attrezzo accumula il surplus, che viene impiegato per il resto della palestra.

Ogni attrezzo produce l’energia necessaria per illuminare una lampadina da 100 Watt. Gli sportivi possono collegare uno smarphone agli attrezzi in modo da registrare i progressi degli allenamenti. Un progetto simile ha da poco coinvolto la palestra del Sir George Monoux College di Walthamstow. Gli studenti, allenandosi, possono ricaricare gratis il cellulare e produrre energia per tutta la scuola.

(fonte: greenme.it e thetimes.co.uk)

Set 242013
 

Constitute

Il gigante di Mountain View ha creato un bellissimo sito – Constitute il suo nome – contenente le Costituzioni di 160 Paesi. Dall’ Afghanistan allo Zimbabwe le Costituzioni – in inglese – possono essere consultare online e scaricate in formato .pdf.

La nostra non c’è.

Set 172013
 

Umberto Bossi, 11 settembre 2013

La Diada de Catalunya non ha nulla a che fare col partito di Bossi e Maroni. Non è piaciuta agli indipendentisti catalani la fotografia dell’ex leader del Carroccio che indossa una maglietta con la loro bandiera. L’immagine era apparsa su alcuni giornali italiani e spagnoli – che secondo i catalani sono vicini alle posizioni nazionaliste madrilene – all’indomani della grande manifestazione indipendentista, alla quale hanno partecipato centinaia di migliaia di persone, per promuovere un referendum per l’autodeterminazione.

La foto incriminata, che ritraeva l’ex leader della Lega nord con il simbolo degli indipendentisti catalani ha suscitato immediate reazioni. Tanto da costringere i vertici dell’Assemblea Nazionale catalana (Anc), a lanciare un comunicato stampa per prendere le distanze dal partito italiano, definito razzista e omofobo. «Vogliamo chiarire che noi ci sentiamo al polo opposto di questo partito politico italiano di estrema destra, xenofobo e omofobo – scrive in catalano l’Anc – e rifiutiamo pubblicamente qualsiasi avvicinamento».

«L’Anc è rimasta sorpresa e molto preoccupata nel vedere la foto dei membri della Lega Nord che indossano magliette con la estelada (la bandiera catalana indipendentista, n.d.a.) il giorno della Diada, come segno di solidarietà con l’indipendenza della Catalogna», scrivono ancora i catalani, che l’11 settembre scorso hanno dato vita ad una delle più imponenti manifestazioni per l’autodeterminazione. Una catena umana di oltre 400 chilometri, attraverso tutta la Catalogna, per chiedere un referendum sull’indipendenza dalla Spagna nel giorno della loro festa nazionale.

«È stato un successo senza precedenti», ha commentato la presidente della Anc, Carme Forcadell, secondo la quale hanno partecipato almeno 400 mila persone, per ricordare quell’11 settembre 1714, quando Barcellona capitolò sotto il regime borbonico. Da allora molti catalani sentono ancora lo scotto della lunga dominazione spagnola. Oggi sono almeno 7,5 milioni i catalani – con una forte tradizione culturale e linguistica – che chiedono la possibilità di un referendum popolare per l’indipendenza, che Madrid ha detto di voler negare.

Ancora ostaggio di Berlusconi

 Posted by on 7 settembre 2013  No Responses »
Set 072013
 

Silvio Berlusconi

 Il dibattito sulla sorte dell’ex premier sarebbe inconcepibile in qualunque democrazia occidentale. Ma in Italia tocca il cuore della cultura nazionale, che una sconfitta della giustizia contribuirebbe a rendere immutabile.

Salvatemi dal carcere o trascinerò il paese insieme a me. Questo, in sostanza, è il messaggio che Silvio Berlusconi – quattro volte primo ministro, proprietario delle tre reti televisive commerciali più importanti del paese, imputato molteplici volte per reati penali – ha appena lanciato al governo italiano. Questo messaggio spiega una volta per tutte la natura esatta della posta in gioco in Italia in questo periodo: l’Italia è uno stato moderno nel quale vige la legalità, oppure è il feudo di un fuorilegge dichiarato? Ora come ora, non è dato sapere quale opinione prevarrà.

Dopo una decina di processi, molti dei quali hanno superato tutti i tre gradi di giudizio previsti dall’ordinamento della giustizia italiana (di primo grado, d’appello e di cassazione), dopo aver creato leggi ad personam per depenalizzare i reati da lui stesso commessi o aver fatto ricorso a tattiche dilatorie affinché i processi si allungassero a dismisura fino a far cadere in prescrizione i reati, o dopo essere stato giudicato colpevole a un grado di giudizio per essere prosciolto al successivo, Berlusconi ha infine ricevuto una condanna penale definitiva e inappellabile per frode fiscale al terzo grado di giudizio.

Condannato a quattro anni di detenzione, ha beneficiato di un condono istituito per svuotare le carceri italiane. Ciò ha ridotto la sua pena a un solo anno di prigione, senza contare che essendo ultrasettantenne gli sarà possibile scontare la pena in una delle sue molteplici dimore di lusso. In ogni caso, in quanto membro eletto del senato, egli gode dell’immunità, non può essere arrestato né obbligato agli arresti domiciliari finché il senato non ne avrà approvato l’espulsione, con una votazione che potrebbe svolgersi a settembre. Adesso ha fatto sapere che se voteranno a favore della sua decadenza egli trascinerà con sé l’intero governo.

Che Berlusconi possa effettivamente provocare scompiglio è evidente. Egli dirige – in un certo senso ne è proprietario – uno dei due grandi partiti dell’attuale coalizione di governo che si sta faticosamente impegnando per varare riforme di somma importanza, studiate per arrestare l’ormai drammatico declino dell’economia italiana, e in definitiva ispirare un po’ di fiducia negli investitori esteri. Se Berlusconi ritirasse il suo partito dalla coalizione, come ha minacciato di fare, sarebbe difficile formare un altro governo con l’attuale parlamento privo di maggioranza.

Il timore è che un simile esito possa paralizzare il paese, riportando l’Italia indietro al punto esatto in cui si trovava due anni fa, quando le pressioni dei mercati finanziari parevano prossime ormai a costringerla a chiedere un bailout all’Ue o a prendere in considerazione un’uscita istantanea dall’euro. Al momento il 40 per cento dei giovani italiani è disoccupato, mentre la produzione del settore manifatturiero è inferiore del 26 per cento ai livelli raggiunti nel 2007.

Se Nixon si fosse rifiutato l’impeachment e avesse cercato in qualche modo di restare aggrappato al potere, sarebbe stato destituito all’istante. La stessa cosa accadrebbe a qualsiasi leader nelle più importanti democrazie europee. La maggior parte di loro si dimetterebbe al primo sentore di una grave imputazione nei propri confronti, consapevole che il loro partito non appoggerebbe mai qualcuno che ne può mettere a repentaglio la causa.

L’aspetto veramente preoccupante dell’attuale situazione in Italia non è tanto la sfacciataggine di Berlusconi, quanto il fatto che il suo ricatto sia attuabile e permissibile. Per quanto sconcertante possa sembrare a chi non ha familiarità con l’Italia, perfino i quotidiani più seri e i commentatori più rispettabili appaiono restii a insistere per il rispetto della legge: di rado parlano dei suoi reati nei dettagli e di fatto avvalorano la tesi secondo la quale estromettere Berlusconi dalla scena politica equivarrebbe a privare del diritto di voto i milioni di elettori che lo hanno favorito alle precedenti elezioni, come se in parlamento non esistesse un partito autonomo in grado di rappresentare le loro opinioni, come se non fossero liberi di scegliere un altro leader prima delle prossime elezioni. Come è stato possibile arrivare a tanto?

Una delle cause è la personalità dello stesso Berlusconi: è un uomo intrigante, carismatico, persuasivo e implacabile. Il suo preminente impero mediatico funge da amplificatore di queste sue qualità, consentendogli di plasmare il dibattito nazionale di continuo. I suoi oppositori sono in buona parte visti attraverso lo specchio distorto dei media che egli stesso controlla: se cercano di attaccarlo, sono presentati come soggetti ossessionati da Berlusconi. Se ne denunciano le malefatte, sono accusati loro stessi di cercare di sconfiggerlo nei tribunali invece che alle urne, un segnale di debolezza.

Eppure nessuno di questi motivi – siano essi presi in considerazione singolarmente o tutti insieme – sarebbe sufficiente di per sé a permettere a Berlusconi di tenere una nazione alla sua mercé e col fiato sospeso così a lungo se nella cultura italiana non esistesse qualcosa che predispone il popolo a lasciarsi ammaliare, incantare, persuadere e soprattutto intimidire – al punto da essere pronto, insomma, a credere alle promesse di Berlusconi o ad accettarne la presenza come inevitabile.

Il successo di Berlusconi, pertanto, non è un inconveniente temporaneo o un’anomalia, ma è radicato nel cuore stesso della cultura italiana, e mette il luce lo scetticismo molto diffuso che in Italia sia impossibile far pulizia nella politica o renderla equa anche soltanto in parte. Di conseguenza, quando Berlusconi ripete che le accuse penali contro di lui sono soltanto menzogne, inventate di sana pianta dai suoi avversari, le sue parole trovano terreno fertile.

A molte persone in realtà la situazione attuale va benissimo, in quanto legittima le loro stesse piccole trasgressioni, le loro evasioni fiscali. Di conseguenza, se la giustizia prevarrà e Berlusconi sarà estromesso dalla vita politica, milioni di italiani non la considereranno una vittoria della legalità (qualcosa che potrebbe rendere la vita più difficile per tutti), bensì semplicemente una battaglia vinta dalla controparte.

Dai tempi di Leopardi

In sintesi, le contrapposizioni tra buono/cattivo, morale/immorale, o anche efficace/inefficace in base alle quali noi presumiamo che i politici debbano essere valutati e giudicati, in Italia sono sempre subordinate alla questione preponderante del vincere o dell’essere sconfitti, l’unica cosa in assoluto che conti. E Berlusconi si è sempre presentato, più di ogni altra cosa, come un vincente.

Nel 1826, annotando le sue osservazioni sulle consuetudini italiane, il poeta Giacomo Leopardi rifletteva che nessun italiano è mai stato ammirato o condannato fino in fondo, ma ha sempre avuto sostenitori e denigratori anche dopo la morte. Ciò è sicuramente vero, dagli eroi ai farabutti della vita italiana, da Mazzini, Garibaldi e Cavour, passando per Mussolini fino a Craxi, Andreotti e Berlusconi.

Secondo Leopardi per gli italiani era difficile immaginare un leader come qualcosa di più del capo di una fazione o di un gruppo di interessi particolari, e quindi non avrebbero mai cambiato opinione su di lui, quali che siano le conseguenze della sua leadership. Poiché di fatto una certa parte dei suoi elettori crede che egli stia portando avanti la loro battaglia contro un vecchio nemico, i suoi reati e i suoi errori sono irrilevanti.

Pertanto, quando i saggi columnist di alcuni dei quotidiani più illustri e stimati del paese suggeriscono che potrebbe essere meglio salvare Berlusconi e il governo, di fatto avallano la convinzione consacrata dal tempo secondo cui la politica sarà sempre corrotta. Se a Berlusconi sarà risparmiato il carcere, anche solo gli arresti domiciliari, e se gli sarà consentito continuare a fare politica, la percezione che un leader politico è più un signorotto feudale che un cittadino come gli altri sarà confermata, e non ci sarà alcuna possibilità che il comportamento degli italiani cambi per molti anni a venire.

(articolo originale: Tim Parks “Holding Italy Hostage“, The New York Review of Books – trad. Anna Bissanti)

Set 062013
 

Femen

Le attiviste di Femen sono sbarcate, con canonica protesta a seno nudo, al festival del cinema di Venezia per la presentazione del docufilm a loro dedicato, Ukraine is not a brothel di Kitty Green. Un film che la regista ha potuto girare proprio perché partecipava direttamente ai loro gesti dimostrativi e che mostra anche gli aspetti controversi del movimento. In particolare il ruolo ambiguo di Viktor Svyatskiy, tra gli ideologi dietro le quinte del movimento, che senza problemi rivela: “ho creato un gruppo per avere delle donne. Spero che grazie al mio comportamento patriarcale loro rifiutino quel sistema che rappresento”. A detta di Sasha Shevchenko, una delle militanti più in vista, Svyatskiy ormai da un anno non fa più parte delle Femen: “quando le Femen hanno cominciato ad essere più popolari ha pensato di poter prendersi più spazio, forse perché è un uomo. Avere a che fare con una persona come lui ci ha fatto capire ancora di più quanto sia necessario combattere il patriarcato. Non siamo più sotto il suo folle potere, ora lavoriamo fra donne”.

Le azioni dirompenti e provocatorie delle Femen, anche contro la religione intesa come sistema di dominio patriarcale e maschilista delle donne, hanno destato lo sconcerto di tanti, anche tra le femministe. In più, questi aspetti legati alle dinamiche interne e alle strategie suscitano forti e legittimi dubbi tra coloro che caldeggiano una presa di coscienza delle donne. Ad agosto Amina Tyrel (vero cognome Sboui), la giovane tunisina che aveva postato immagini a seno nudo contro l’islamismo patriarcale, si è pubblicamente dissociata dalle Femen accusandole di “islamofobia” e di non chiarire da dove venissero i loro finanziamenti.

Dal canto nostro, essendo alieni a facili esaltazioni e avendo il “vizio” della coscienza critica, tempo fa parlando delle strategie messe in campo delle femministe arabe abbiamo messo in evidenza come il “metodo Femen” fosse forse mediaticamente efficace — quantomeno per attirare su di sé le telecamere — ma molto problematico. Soprattutto nel mondo musulmano, dove può generare un effetto boomerang. In particolare la posizione critica della scrittrice Joumana Haddad, che di certo non si può tacciare di bigottismo, ci era sembrata molto lucida. Di certo è auspicabile che le donne, specie in certi paesi come quelli arabi, facciano sentire la loro voce nel rivendicare diritti. Tuttavia, azioni giudicate eccessive e la mancanza di trasparenza su alcuni aspetti possno non giovare all’emancipazione femminile e prestano il fianco a diffuse critiche.

Se qualcosa può insegnare la querelle sulle Femen, è che l’uso del pensiero critico e l’azione laica delle stesse donne possa comunque contribuire a far uscire dall’ombra del “padre padrone” il movimento, per una maggiore efficacia generale proprio di queste lotte. Il mondo ha un disperato bisogno di donne che si impegnino per la libertà delle donne.

(fonte: Uaar)

Set 052013
 

Gene Wilder

Kevin Rudd primo ministro australiano, leader del Partito laburista nonchè candidato alle elezioni federali in programma per il prossimo 7 settembre, ha risposto ad alcune domande sull’omosessualità. A porgli le domande è stato un pastore cristiano della New Hope Church e il dibattito è andato in onda sul canale ABC all’interno del programma Q&A.

Matt Prater, questo il nome del pastore, ha chiesto a Rudd come mai negli ultimi mesi abbia cambiato idea sul matrimonio ugualitario, diventando sostenitore del riconoscimento giuridico di tale istituto. Rudd ha risposto:

Sono gay se sono nati gay. Non si decide nel corso della vita di essere una cosa o l’altra. Si tratta di come sono fatte le persone e l’idea che l’essere gay sia una condizione anormale è sbagliata, non la comprendo.

Dopo questa risposta Kevin Rudd ha chiesto a Matt Prater se secondo lui l’omosessualità fosse “anormale” e questi ha risposto sostenendo di credere soltanto a quanto scritto nella Bibbia. Rudd non si è lasciato sfuggire la ghiotta occasione e ha detto:

Beh, amico, se è per questo la Bibbia dice anche che la schiavitù è una condizione naturale.

In studio c’è stata una vera e propria ovazione e, stando a quanto affermano alcune associazioni australiane che lavorano per i diritti umani, si è trattato di un momento storico nel dibattito per il riconoscimenti dei diritti per le persone lgbt.

Set 032013
 

Ypres, novembre 1917 (terza battaglia)

L’anno scorso alcuni funzionari del governo britannico hanno autorizzato una compagnia britannica a esportare in Siria due agenti chimici che possono essere usati per la produzione di gas nervini come il sarin, in un momento in cui si temeva già che il presidente Bashar al Assad usasse armi chimiche contro gli oppositori, scrive l’Independent.

Le licenze sono state revocate prima che i composti venissero inviati, ma in ogni caso il segretario agli affari Vince Cable dovrà spiegare al parlamento perché la compagnia ha ricevuto le licenze di esportazione per sostanze “doppio uso” come il fluoruro di potassio e il fluoruro di sodio.

La notizia è emersa dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato di avere le prove dell’uso del gas sarin nell’attacco del 21 agosto nei pressi di Damasco, che avrebbe provocato la morte di oltre 1.400 persone.

(fonte:Presseurop)

Manchester la poliglotta

 Posted by on 29 agosto 2013  No Responses »
Ago 292013
 

1907: Manchester, Piccadilly

Con più di 150 lingue parlate da una popolazione di 480mila abitanti, Manchester è la città con la più alta varietà linguistica del Regno Unito se non del mondo, quanto meno rispetto alle altre città di dimensioni simili. Una vera Babele dove quattro residenti su dieci parlano diverse lingue fra cui alcune molto rare, come il nahuatl di origine azteca o l'”eleme”, un dialetto nigeriano conosciuto solo da tremila persone al mondo. In cima alla lista (ovviamente dopo l’inglese) c’è l’urdu, parlato da diecimila persone originarie del subcontinente indiano, seguito dall’arabo, dal cinese, dal bengali, dal polacco, dal punjabi, dal somalo e così via.

Questo ritratto variopinto è il frutto di una ricerca condotta da un’équipe dell’università della città riunita nel progetto Multilingual Manchester, abbastanza unica nel suo genere. Il gruppo, che ha analizzato una moltitudine di dati forniti dalle autorità e dai servizi locali (scuole, biblioteche, ospedali, censimenti ufficiali e così via), ha prodotto dal 2010 fino a oggi più di 100 rapporti sul multilinguismo e sulle minoranze linguistiche, fra cui una sintesi che è stata appena pubblicata.
Questo ha permesso di sapere fra l’altro che nel 2012 tremila studenti delle scuole della città hanno scelto di passare il loro “Certificato generale dell’insegnamento secondario” in una lingua straniera; che ventimila libri o altri media non inglesi sono stati presi in prestito più di settantamila volte in un anno nelle librerie municipali; che in due mesi sono stati inviati attraverso Tweet più di dodicimila messaggi in cinquanta lingue diverse.

Il carattere poliglotta di Manchester non è una scoperta. In questa città l’immigrazione è un fenomeno antico, cominciato nella seconda metà del diciannovesimo secolo, all’epoca in cui questo centro della rivoluzione industriale attirava operai dalle origini più diverse. Ancora oggi questa città è il centro inglese che, dopo Londra, ha visto la sua popolazione aumentare più rapidamente in dieci anni, con un tasso di crescita del 19 per cento fra il 2001 e il 2011 (rispetto a una media nazionale del 7 per cento). Ogni anno continuano ad arrivare 1.500 nuovi bambini in età scolare.

Tuttavia le stime del “Multilingual Manchester” superano le cifre ufficiali, probabilmente influenzate dal predominio accordato alla nozione di “lingua principale”, che sottovaluta la pluralità di lingue parlate da ogni individuo. Così in occasione del censimento fatto nel 2011 in Inghilterra e nel Galles, “solo” il 20 per cento degli abitanti di Manchester aveva dichiarato di parlare principalmente una lingue diversa dall’inglese.

Questo multilinguismo molto accentuato non influenza però l’integrazione linguistica. L’80 per cento dei residenti che non hanno nell’inglese la loro prima lingua, affermano di parlare quest’ultima bene o molto bene. La percentuale degli abitanti che dichiarano di non conoscere bene la lingua nazionale è solo del 3 per cento, e il 17 per cento che afferma di non sentirsi a suo agio con l’inglese è costituito soprattutto da persone anziane.

Beneficio gratuito
Secondo la ricerca questa diversità sarebbe una vera e propria ricchezza. L’interazione fra tutti questi gruppi linguistici facilita il dialogo religioso e la coesione sociale e aumenta la domanda e l’offerta di interpreti, traduttori, assistenti scolastici e così via. Il multilinguismo della città offre alle imprese locali la possibilità di allargare i contatti e i commerci internazionali. La capacità di parlare diverse lingue è sempre più ricercata sul mercato del lavoro, e la presenza di una popolazione giovane, istruita e poliglotta finisce per attirare società multinazionali.

La città beneficia di questa risorsa senza aver fatto grandi investimenti pubblici, poiché la trasmissione delle conoscenze linguistiche si basa soprattutto sulle famiglie e sulle comunità. Così 8mila studenti frequentano dei corsi di lingua interamente organizzati da una cinquantina di questi gruppi, mentre molti centri comunitari offrono ai loro membri altri tipi di servizi.

Le autorità pubbliche si limitano ad adottare una strategia reattiva – anziché attiva – pragmatica, decentralizzata e adattata alle varie domande, proponendo documenti in diverse lingue, offrendo la possibilità di ricorrere a interpreti, certificando le conoscenze linguistiche acquisite e così via. La saggezza delle istituzioni locali si manifesta anche nella scelta di non scoraggiare le lingue di origine, né nello spazio pubblico né in quello privato, ma al tempo stesso impegnandosi nel facilitare l’apprendimento dell’inglese.

(articolo originale La Tribune – trad. Andrea De Ritis per Presseurope)

Vai alla barra degli strumenti