Arriverci Presseurop

 Posted by on 21 dicembre 2013  No Responses »
Dic 212013
 

Presseurope

Tradurre in dieci lingue e mettere a confronto gli articoli più attuali e innovativi sull’Europa pubblicati dalla stampa europea e mondiale. Non l’Europa delle istituzioni ma quella vissuta dagli uomini e dalle donne.

Questa era la nostra professione di fede del 26 maggio 2009, il giorno in cui Presseurop è apparso sulla rete. Quattro anni e mezzo dopo, “questo sogno di giornalisti e cittadini” si è realizzato, ma è anche arrivato alla fine per mancanza di finanziamenti.

In questi anni l’Europa ha cambiato aspetto più di una volta. Nel 2009 eravamo ansiosi di sapere se José Manuel Barroso sarebbe stato confermato alla guida della Commissione europea e se gli irlandesi avrebbero approvato il trattato di Lisbona al secondo tentativo. Pochi mesi dopo è scoppiata la crisi greca, con le sue gravi conseguenze per tutta l’eurozona. Dall’Irlanda al Portogallo, dal Fondo europeo di stabilità all’unione bancaria, da Merkozy ai milioni di giovani disoccupati in cerca di un futuro, Presseurop si è adattato all’attualità europea seguendo la vita quotidiana dei cittadini dell’Ue e analizzando i meccanismi della politica comunitaria.

Questo lavoro è stato possibile grazie a una squadra di giornalisti, corrispondenti e traduttori (oltre cento persone in tutto, a cui vanno i nostri ringraziamenti) che hanno saputo trarre vantaggio dalle loro differenze linguistiche e culturali. Mentre l’Ue si divideva tra nord e sud, tra eurozona e resto dell’Ue, tra èlite europee e cittadini comuni, Presseurop si è rivelato un vivace laboratorio per la creazione dello spazio pubblico europeo.
Nessun altro ha saputo offrire la possibilità di leggere editoriali greci, titoli della stampa ungherese e reportage baltici, romeni o tedeschi. Nessun altro ha messo a confronto le analisi dei più influenti giornalisti d’Europa. E soprattutto nessun altro ha permesso ai suoi lettori di leggere e commentare in tutte le lingue grazie a un sistema di traduzione automatica.

In un’epoca in cui molti siti internet sono ossessionati dal numero di contatti, noi abbiamo preferito costruire un legame solido con un pubblico più ristretto ma anche più attento e riflessivo. Negli ultimi quattro anni e mezzo avete ascoltato la voce di Presseurop e l’avete arricchita con migliaia di commenti, e alla fine avete anche firmato la nostra petizione per salvare il sito. Anche per questo il nostro non è un addio, ma un arrivederci. Dateci il tempo di trovare i mezzi per riprendere il nostro lavoro (magari proprio grazie a voi) e torneremo a riaprire questo spazio di dialogo europeo.

Nel frattempo, per non perderci di vista, vi invitiamo a continuare il dibattito sul blog Friends of Presseurop che abbiamo appena creato. Vi aspettiamo.

Dic 202013
 

Lo scorso 17 dicembre la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento Europeo ha approvato un progetto di direttiva sulla “confisca dei beni di origine criminale in seguito a una condanna definitiva”.

La proposta, adesso, dovrà essere convalidata dal Consiglio Europeo e poi votata dal Parlamento. Si prevede che la sua approvazione – puramente formale visto il largo consenso – avverrà nel prossimo febbraio.

Se verranno rispettati i tempi la direttiva entrerà in vigore prime delle prossime elezioni europee previsto per maggio 2014. Da quel momento gli stati membri avranno trenta mesi di tempo per adeguare le singole legislazioni alla nuova direttiva.

La confisca riguarderà i beni derivati da attività criminali e registrati a nome dei parenti e amici del condannato.

Dic 172013
 

Moni Ovadia

Lenin diceva che l’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli. Questo pensiero si adatta perfettamente a chi cavalcando la protesta dei Forconi arriva a dire che la colpa della crisi in Italia va attribuita ai banchieri ebrei“. Non usa giri di parole Moni Ovadia per commentare la deriva che ha preso negli ultimi giorni la cosiddetta protesta dei Forconi. Una protesta che l’artista definisce “fondamentalmente sacrosanta perché la crisi c’è ed è innegabile che ricada solo sulle classi più deboli“, ma che facilmente presta il fianco all’infiltrazione di frange appartenenti all’estrema destra.

È vecchia feccia ricucinata – prosegue Ovadia -. È tipico nei momenti di malessere sociale che qualcuno agiti lo spettro del complotto sionista. Purtroppo in questi anni oltre alla crisi economica abbiamo assistito allo scempio della società civile da parte di una politica che, con rare eccezioni, ha pensato solo ai fatti suoi. E la storia ci insegna che sono questi i momenti in cui la demagogia, il populismo, il razzismo trovano più facilmente il sostegno di parte della popolazione“.

Secondo l’autore e attore teatrale un punto di svolta “storico” è rappresentato dal Porcellum: “Ci fanno votare da anni con una legge elettorale che chiede ai cittadini di esprimersi contro la democrazia perché consegna il potere a delle oligarchie di partito, non è un caso se poi emergono movimenti che con la democrazia non hanno nulla a che fare. Elementi genericamente antiglobalisti o anticapitalisti che cavalcano l’antisemitismo“. Come un disco rotto “ritorna fuori questa stupidità” osserva Ovadia: “I banchieri e gli speculatori ebrei sono cattivi? E invece gli altri attori del capitalismo sono benefattori dell’umanità? Non si accorgono costoro che nel nostro Paese l’unico che si è arricchito in questo disastro nazionale è Silvio Berlusconi. Secondo la loro logica confusa dovremmo scatenare una campagna contro la Brianza e i brianzoli“.

La realtà, prosegue, “è che siamo di fronte a rigurgiti di razzismo perché è un pensiero razzista l’ebreo che diventa sinonimo di banchiere e speculatore. È la vecchia logica dei Protocolli dei savi di Sion e di quello che poi ha portato al nazismo. Si ricucina una brodaglia infetta i cui esiti noi conosciamo al di là di ogni ragionevole dubbio“. Ovadia dice poi di non essere nemmeno d’accordo con chi accusa la Germania in quanto tale di cavalcare la crisi a proprio vantaggio: “La natura del capitalismo finanziario è fare i propri interessi a danno di altri. Questa logica anima qualsiasi tipo di finanza speculativa. Ci sono le banche svizzere, quelle arabe, quelle italiane. Ci sono i cinesi, che tengono in mano il 60% del debito pubblico degli Stati Uniti“.

Pensando alla recente storia del nostro Paese ci si chiede come mai non sia Silvio Berlusconi l’obiettivo della protesta: “L’estrema destra nel marasma ha sempre da guadagnarci. Berlusconi è il principale responsabile dei disastri di questo Paese, del suo degrado morale e sociale. Ma è innegabile la complicità della sinistra. Una sinistra irresponsabile e assente, che si è crogiolata in questo degrado. Non ha saputo trovare una sua fisionomia, un suo profilo, un’identità coerente con la propria storia“. Si spiega anche così il fenomeno di Grillo? “Il fatto che il suo movimento abbia avuto consensi così vasti dimostra che fine abbia fatto la sinistra” osserva Ovadia e conclude: “Parlo della sinistra cosiddetta radicale, quella che doveva sapere interpretare il disagio sociale, la sua frammentazione. Doveva essere un punto di riferimento ma non ha saputo trovare nemmeno un linguaggio comprensibile per quella fetta di Paese in difficoltà che cercava delle risposte concrete a problemi reali“.

(fonte: Cronache Laiche)

Dic 162013
 

ebook tablet

Il Consiglio dei Ministri di venerdi scorso ha introdotto – tra l’altro – dei benefici fiscali per favorire la diffusione della lettura:

“Per favorire una maggiore diffusione della lettura dei libri cartacei è riconosciuta una detrazione fiscale del 19% sulle spese sostenute nel corso dell’anno solare per l’acquisto di libri muniti del codice ISBN, per un importo massimo di € 2000, di cui € 1000 per libri scolastici ed € 1000 per tutte le altre pubblicazioni.

Libri cartacei? Innovazione? Agenda digitale? E gli e-book? Ma, soprattutto, questo è un provvedimento per favorire la lettura o per sostenere gli editori?

Renzi, adesso viene il bello

 Posted by on 9 dicembre 2013  1 Response »
Dic 092013
 

Firenze, Obihall 8 dicembre 2013Renzi

Delle volte ci sono vittorie ampiamente previste e prevedibili che quando avvengono assumono persino un contorno più netto che riesce a stupirti. Quella di Matteo Renzi, neo segretario del partito democratico, è una di queste e si presta a qualche breve considerazione.

Uno. Quasi nessuno degli osservatori aveva previsto una vittoria alle primarie del sindaco di Firenze così rotonda. S’immaginava una sua affermazione contenuta in una forchetta tra il 50 e il 60 per cento. Qualcuno addirittura ipotizzava che la soglia del cinquanta per cento fosse a rischio, rimandando all’assemblea Pd la scelta finale del nuovo segretario. E’ andava molto diversamente. Il popolo dei militanti Pd ha regalato a Renzi una vittoria molto più larga dell’indicazione uscita dal primo turno di primaria dove a votare erano stati solo gli iscritti. Questo significa che anche a sinistra, dopo 60 anni, sfiorisce l’idea e la presa del partito tradizionale, dove tra iscritti e militanti c’è un filo strettissimo di appartenenza/rappresentanza. E soprattutto che, a un anno di distanza dalla sfida Bersani-Renzi, i rapporti di forza si sono totalmente ribaltati. Il militante medio Pd, che aveva sempre trattato Renzi da outsider anomalo, persino cripto berlusconiano, preferendogli il porto sicuro della nomenklatura, ha deciso di cambiare cavallo con chiarezza. Troppe sconfitte, troppe mediazioni, troppa palude. Anche la base democratica vuole cambiare e scommettere su una leadership chiara e carismatica, quasi antropologicamente diversa, e ieri lo ha dimostrato senza impacci.

Due. Renzi è stato in grado pur in una primaria “fredda”, senza in ballo la premiership, senza elezioni alle viste in grado di mobilitare più facilmente l’elettorato, di farsi incoronare da un numero ben oltre le aspettative di elettori. In un tempo di antipolitica galoppante (solo domenica scorsa si era celebrato il Vaffa Day), per giunta in un giorno di festa, portare ai gazebo così tanta gente è segno di vitalità quasi insperata. Lo si vedrà meglio dai flussi, ma c’è molta gente di sinistra che lo ha votato, quasi un meccanismo che è scattato per la prima volta: basta perdere, scommettiamo sul personaggio nuovo, a lungo bistrattato.

Tre. Il pendant di questo voto a valanga dei militanti Pd per Renzi è la fine del post comunismo italiano. La fine di quella lunga stagione post muro di Berlino monopolizzata dai cosiddetti “compagni di scuola”: i D’Alema, i Veltroni, i Fassino fin giù agli epigoni Bersani e poi Cuperlo, che hanno sempre controllato il partito anche dopo la fusione con la Margherita, lungo tutta la filiera Pci-Pds-Ds-Pd. E quando non erano i frontman, nel caso di Prodi nei governi dell’Ulivo e per un frangente di Dario Franceschini alla guida Pd, restavano sempre loro a fare e disfare i giochi. Ieri per la prima volta hanno perso il potere reale. Fine di una stagione e di una certa classe dirigente della sinistra italiana. Il pessimo risultato di Cuperlo, ultimo anello (debole) di quella tradizione, il trionfo renziano nella zona rossa e in certe regioni del sud, il sorpasso di Civati sempre su Cuperlo nelle grandi regioni produttive del nord, la dice lunga sulla debacle. La sfida di Renzi, la sua offerta politica e la capacità di incidere davvero nel paese è tutta da dimostrare. Su Linkiesta nutriamo ben più di un dubbio e lo abbiamo scritto anche recentemente, ma ieri è avvenuta una sorta di Bad Godesberg italiana. Un cambio d’epoca a lungo invocato e mai realizzato. Per la prima volta da tanti anni, maggioranza (Renzi) e minoranza interna al partito (Civati), saranno incarnati da due politici under 40 non ascrivibili alle famiglie classiche del novecento. Anche l’Italia, d’un tratto, sembra essere un paese normale.

Quattro. Il plebiscito a Renzi darà al neo segretario il mandato urgente e difficilissimo di sfidare il tandem populista Grillo-Berlusconi in vista delle elezioni europee. Sarà una partita difficilissima e delicatissima. Renzi sa che non può permettersi una bagno di sangue al voto di primavera. Ne verrebbe immediatamente indebolito e logorato. Eppure quel rischio è forte tanto più se il Pd apparirà agli occhi degli italiani l’azionista unico di un governo in panne, incapace di fare riforme e rilanciare l’economia, schiacciato sulla retorica europeista. Non a caso ieri il primo affondo è stato per Grillo, che il sindaco vuol sfidare sul terreno dei costi della politica e della legge elettorale, sperando di svuotargli il serbatoio elettorale. Ci riuscirà?

Cinque. Diretta conseguenza della sfida ai populismi, da parte di un neo segretario che a sua volta non ne è immune – spirito dei tempi -, è l’impatto che la nuova segreteria Pd avrà giocoforza sul governo delle larghe intese. Se non fosse intervenuta la bocciatura del Porcellum da parte della Corte Costituzionale, oggi saremmo tutti a dire che il governo Letta ha le ore contate. Troppo forte Renzi per non chiedere un nuovo inizio e la fine dell’agonia bipartisan, l’archiviazione della stagione dei tecnici e della supplenza del Colle, il ripristino del bipolarismo. L’impossibilità di tornare alle urne in questo modo impone però un modus vivendi tutto da costruire tra Renzi e Letta-Alfano. Uno spazio sospeso, di interregno dove Renzi verrà messo per la prima volta alla prova. Ma è ovvio che il Pd chiederà un forte cambio di passo, da misurare subito, a partire da legge elettorale, tagli alla politica e stimoli economici. Altrimenti non ci saranno tabù né semestri europei che tengano. Su questo Renzi è stato chiaro: è l’ultima occasione che abbiano, un’altra non ci ricapita. Riuscirà Letta a cambiare passo? E se non fosse così come si comporterebbe Napolitano?

(fonte: Linkiesta)

Dic 062013
 

Corruption, 1933

E’ stata pubblicata la classifica di Transparerncy International sulla corruzione e l’Italia è passata dal 72° posto del 2012 al 69° di quest’anno. Il voto da 42 a 43 (la sufficienza è 60). Meno corrotti di noi vengono ancora considerati paesi del terzo mondo come Ghana, Namibia, Lesotho, Rwanda, Costa Rica e tanti altri. E’ inutile dire che i paesi nostri concorrenti li vediamo con il binocolo: Francia 22^ con voto 73, Germania 12^ con voto 78. La stessa Spagna, 40^ con voto 59, ci stacca sensibilmente pur avendo perso, sia pure di poco, la sufficienza che aveva negli anni scorsi. Come gli altri anni, i paesi più virtuosi sono quelli del Nord Europa e la Nuova Zelanda (nell’ordine Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia, Svezia, Norvegia).

Tornando al nostro paese, sostanzialmente non è cambiato nulla, veniamo sempre percepiti come una nazione corrotta e quindi inaffidabile per gli affari, e invece da molti il quasi impercettibile “miglioramento” è stato subito strombazzato come inversione di tendenza: magari! Addirittura si è arrivati a sostenere che sarebbe il risultato del varo della cosiddetta legge anticorruzione, quella che ha salvato Penati per intenderci, con il ché avremmo raggiunto il record mondiale di “presa rapida” di una legge. In realtà la variazione, come si può notare, è così impercettibile che può essere frutto anche del caso o di qualche arrotondamento.

Se proprio si vuol individuare una causa, se proprio vogliamo vedere un “premio” o un incentivo a proseguire su una qualche strada intrapresa, lo si può individuare nel fatto che finalmente Berlusconi e la sua compagnia sono stati cacciati da Palazzo Chigi. Di quella compagnia facevano parte gente come il parolaio Tremonti, il quale pur essendo ministro delle finanze pagava un affitto in nero, Bossi e i leghisti, i quali dovevano fare sfraceli contro Roma Ladrona e poi sono risultati i più nepotisti e corrotti, per non parlare del capo supremo della compagnia, il quale acquisiva grandi imprese grazie alla corruzione di magistrati, ed una volta ebbe a dire che quando faceva il palazzinaro a Milano si recava negli uffici comunali “con l’assegno in bocca”.

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