Dic 052013
 

titanic

Con il pronunciamento della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittima – in alcune parti –  l’attuale legge elettorale finisce la seconda repubblica.

Finisce male sancendo il default della politica che ha saputo solo darsi regole contro qualcuno, anzichè regole condivise per la collettività.

E così ritorniamo al 1992 come se questi ventanni siano stati solo una parentesi, una vergognosa parentesi.

Gioiranno coloro che sono fautori del proporzionale e ultras delle larghe intese. Gioiranno gli inciuciatori di professione, coloro che con un seguito da prefisso telefonico potranno dettare le regole ricattatorie per la governabilità. Quelli stessi che  nella prima repubblica hanno con la loro politica di meschina sopravvivenza, amplificata la corruzione.

E magari adesso staranno scegliendo la musica da far suonare all’orchestra non accorgendosi che l’iceberg del populismo becero e fascistoide è sempre più drammaticamente vicino.

Dic 022013
 

Alfano

Ci ha provato Fini a dar vita a una destra laica, che avesse il senso dell’autonomia dello Stato e fosse rispettosa dei diritti civili degli italiani, sui quali, in verità, neppure il centro-sinistra sta dimostrando molta fermezza. Gli è andata malissimo. Adesso il nuovo centro-destra di Alfano neppure ci prova e si capisce perché. Ha imbarcato i politici di Comunione e Liberazione (vedi Formigoni e Lupi) e i neoconvertiti integralisti Sacconi e Roccella.

Non c’è niente da fare, in Italia la destra non può che essere cattolica e perfino bigotta, se vuole racimolare voti da ceti sociali che praticano un cattolicesimo di facciata, un cattolicesimo rassicurante e conformista. Vero è che il nuovo papa rischia di mettere in pericolo un simile cattolicesimo, ma già la Curia e certi cardinali sono passati alla controffensiva e cercano di riportarlo sui vecchi binari. Vedremo come andrà a finire, ma le manovre clericali fra Alfano e Casini non lasciano presagire nulla di buono. L’unica destra laica in Italia è stata quella immediatamente post-risorgimentale, la cosiddetta destra storica allieva di Cavour che dovette fronteggiare la questione romana.

Ma, da quando c’è il regime concordatario, l’unica possibilità che una forza politica di destra ha di trovare un ampio bacino elettorale è quello di mettersi sotto la protezione ideologica della Chiesa. Quando si parla del nuovo centro-destra di Alfano come di una destra europea, che garantirebbe finalmente, anche da quella parte dello schieramento politico, la fedeltà a certi valori repubblicani, si dimentica che la repubblica dei cosiddetti moderati italiani continua ad essere una repubblica ben diversa da quella prevista dalla costituzione europea. La repubblica di questi signori distingue ancora fra cittadini di prima e di seconda categoria, cittadini di pieno diritto e cittadini che possono, bene che vada, essere benevolmente tollerati nei loro valori e modi di vita.

In compenso il nuovo centro-destra ammette anch’esso, come Forza Italia, l’esistenza di supercittadini come Silvio Berlusconi, che sono comunque al di sopra delle leggi, anche dopo che sono stati definitivamente condannati in regolari e liberi processi. Con questa destra, con buona pace di Napolitano e di Scalfari, non ci possono essere intese né larghe né strette.

Italiani diversi

 Posted by on 27 novembre 2013  No Responses »
Nov 272013
 

 Costituzione della Repubblica Italiana, art.3

Non votate la mia decadenza da senatore o potreste avere una crisi di coscienza davanti ai vostri figli“. Così si è rivolto Silvio Berlusconi ai senatori del PD e del M5S. Ancora i figli tirati in ballo. Come i suoi messi ignobilmente qualche giorno fa  sullo stesso piano delle vittime della Shoah.

Le tante gazzette mediatiche al soldo del Cavaliere amplificano i toni dando voce a indecenti paragoni – per Michaela Biancofiore Berlusconi è una vittima come lo è stato Nelson Mandela – per far passare la decadenza come un colpo di stato.

Ma oggi in gioco non c’è il futuro politico di un senatore della repubblica. C’è solo la salvaguardia del più alto principio che non esiste un italiano che, di fronte alla legge, sia diverso dai suoi concittadini.

I giovani sempre più poveri

 Posted by on 26 novembre 2013  No Responses »
Nov 262013
 

Sono passati sei anni da quando in piazza nasceva il movimento studentesco dell’Onda. Erano sotto al palazzo del Senato quando per la prima volta si sentì urlare uno slogan che è diventato il simbolo di una generazione: “Noi la crisi non la paghiamo”. Oggi, dopo cinque anni, questo movimento si è squagliato e gli studenti tornano alle solite rituali manifestazioni di un vago dissenso. Ma quello slogan, gridato come un canto da stadio, rimane il simbolo di ciò che sta avvenendo in Italia, dove il reddito medio dei trentenni di oggi è drammaticamente precipitato. Mentre gli anziani sono diventati più ricchi.

I giovani poveri, i vecchi ricchi. Secondo i dati diffusi dalla Banca d’Italia e rielaborati dal Filippo Teoldi per LaVoce.info, dal 1991 ad oggi il reddito medio degli under 35 è diminuito, è rimasto più o meno costante (anche se in decisa flessione negli ultimi anni) quello dei 35-44enni, mentre è cresciuto per gli altri, soprattutto per coloro che oggi si ritrovano nella fascia di età compresa tra i 55 e i 64 anni, con una retribuzione cresciuta dal 1991 del 30%. Anche gli over 65, cioè quasi esclusivamente pensionati, si ritrovano dopo vent’anni con un reddito più alto del 18%. Tutti dati considerati al netto dell’inflazione.

Chi non paga questa crisi. Quindi, i giovani dell’Onda, molti dei quali oggi, usciti da scuole e università, si stanno confrontando con il mondo del lavoro, questa crisi la pagano eccome. Piuttosto, sono le altre generazioni che, nonostante la retorica dei “pensionati in difficoltà”, questa crisi quasi non la stanno pagando. E, mentre si parla di Imu da cancellare e di pensioni da adeguare, per i giovani non si sta facendo veramente nulla. Ed è inutile che Enrico Letta parli di risultati ottenuti nell’occupazione giovanile: si tratta davvero di una goccia in un oceano di desolazione.

L’ennesima occasione mancata. Con la legge di stabilità si è persa anche questa volta l’occasione per cambiare le cose. Perché oggi più che mai serve redistribuzione che per la prima volta in questo Paese deve essere intergenerazionale. Lo si deve dire ad alta voce, ad alta voce lo devono gridare coloro che guidano questo Paese. Ma non basta la carità di Stato: serve che si creino le condizioni per uscire da questa condizione di minore età perenne. Invece ci si perde in chiacchiere: dalle beghe di partito alla privatizzazione dei mezzi pubblici, passando per i no Tav. Quanto siamo bravi noi italiani nel parlare dei “non-problemi”?

Nov 252013
 

Sardegna alluvione

L’uragano che si è abbattuto sulla Sardegna ha causato ingenti danni e parecchie vittime. Allo stato attuale i morti sono 16 morti, migliaia gli sfollati. Il maltempo ha colpito soprattutto l’area di Olbia, ma anche altre zone dell’isola sono coinvolte nel disastro. I  soccorsi si sono subito attivati e non si è fatta attendere, di fronte a quella che il premier Enrico Letta ha definito una “tragedia nazionale”, la risposta delle istituzioni. Il governo ha annunciato uno stanziamento straordinario di 20 milioni di euro, per far fronte all’emergenza. Uno sforzo sicuramente lodevole, ma che non è sufficiente a fronteggiare una situazione cronica di dissesto idrogeologico nella prospettiva di cambiamenti climatici che tenderanno ad aumentare. Non bastano gli interventi di emergenza una tantum, servono soprattutto un serio piano a lungo termine e un largo impiego di risorse in maniera razionale, vista la situazione critica di tante zone d’Italia. Il nostro territorio, specie in provincia e nei piccoli comuni, ha bisogno di essere salvaguardato proprio per evitare che disastri come questo si ripetano.

Dove trovare i fondi necessari, specie in una situazione di crisi? La situazione potrebbe cambiare a nostro avviso se il governo si prendesse davvero l’impegno di utilizzare i fondi dell’8×1000 che vanno allo stato per le finalità collettive e umanitarie, piuttosto che per missioni militari o per tappare qualche buco nel bilancio, o peggio ancora per girarli per altre vie alla ricchissima Chiesa cattolica, già ampiamente foraggiata attraverso migliaia di rivoli. Se le istituzioni avessero il coraggio di dichiarare apertamente questo impegno e osassero sfidare il monopolio pubblicitario della Chiesa cattolica in tv, magari proponendo spot che ricordino quali sono le scelte (tutte le scelte) e come sono impiegati i soldi dei contribuenti, tanti italiani sarebbero di certo più motivati a dare il proprio Otto per Mille allo Stato. Chiediamo che le istituzioni prendano in considerazione questo piccolo suggerimento e pensino prima di tutto ai soccorsi, alla ricostruzione delle case e al ripristino dei servizi utili a tutti i cittadini, piuttosto che garantire corsie preferenziali ai soliti noti.

Come ricordiamo sempre, l’Uaar chiede l’abolizione completa del meccanismo dell’Otto per Mille ed è tra le poche realtà a sensibilizzare su questo l’opinione pubblica. Le religioni dovrebbero far affidamento sui propri fedeli, non sulle casse dello Stato. Ma nell’attesa che sia abolito, che almeno l’Otto per Mille sia davvero a beneficio della cittadinanza. Già il governo Monti si era mosso nella giusta direzione, aumentando la quota per fronteggiare le calamità naturali: Letta può fare molto di più, dando un segnale di svolta al paese.

Nov 232013
 

 L’Agenzia Italiana del Farmaco mette su internet i foglietti dei medicinali in commercio in Italia. L’accesso pubblico e gratuito dal sito.

Capita a tutti di smarrire le istruzioni dei farmaci, con il rischio di utilizzarli senza le dovute precauzioni o in dosi sbagliate. Ma adesso questo problema ha trovato una soluzione. Infatti l’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, ha messo on-line i foglietti illustrativi dei medicinali.

Il suo nome, Bugiardino, viene dal passato, quando il foglietto era spesso ricco di omissioni sugli effetti collaterali del farmaco. Per fortuna adesso le istruzioni sono molto dettagliate.

Il catalogo di farmaci. Ben 16.000 documenti fra fogli Illustrativi e riassunti delle caratteristiche del prodotto per 8mila farmaci, che si riferiscono a più di 66.400 confezioni. Sono tutti i medicinali in commercio in Italia. I documenti pubblicati sono stati verificati ed approvati dall’Aifa o dall’Agenzia Europea dei Medicinali.

Cosa si trova. Il bugiardino come nella confezione, cioè riassunti delle caratteristiche del prodotto e fogli illustrativi. Ci sono anche eventuali aggiornamenti sugli effetti indesiderati, le posologie e nuove studi Aggiornamenti che si fanno abitualmente, nel 2012 le richieste di sono state 5000, ma che richiedono tempo. Sul sito c’è sempre la versione più aggiornata.

La ricerca. Per cercare nel sito ci sono alcuni parametri: il principio attivo, il nome commerciale del farmaco, l’azienda che lo produce. Appena entrati nel sito, per proseguire, è necessario leggere e accettare le condizioni d’uso. Selezionato il farmaco, il sistema visualizza le informazioni generali relative al farmaco cioè principio attivo, numero dell’Autorizzazione all’Immissione in Commercio e nome dell’azienda titolare dell’Autorizzazione. Ci sono poi le indicazioni su autorizzazioni, revoche o sospensioni del farmaco dalla vendita.

Banca dati pubblica. Si accede direttamente dal portale istituzionale dell’Aifa e dai link farmaci.agenziafarmaco.gov.it e farmaci.aifa.gov.it. Per approfondire c’è la presentazione dell’Agenzia del Farmaco.

Pagamenti e rimborsi. In Italia esistono tre classi di rimborsabilità: quelli di classe A sono a carico dal Servizio Sanitario Nazionale, quelli di classe C a carico del cittadino e quelli di classe H, a carico dal Servizio Sanitario Nazionale solo in ambito ospedaliero.

La prescrizione del medico. Secondo la legge del dicembre 2012 il medico deve indicare il principio attivo nella ricetta da solo o insieme a uno specifico medicinale. Si può indicare il nome commerciale e questo deve essere fornito se nella ricetta è inserita, con motivazione, la clausola di non sostituibilità.

Nov 222013
 

alitalia

Le analogie tra Alitalia e Telecom Italia sono sorprendenti: in entrambi i casi i governi italiani si sono opposti all’intervento da parte di stranieri per il recupero di questi campioni decaduti, con il pretesto di un patriottismo obsoleto. Roma si mostra oggi più pragmatica. I fiori all’occhiello nazionali diventano rari nello Stivale. Alitalia, Telecom Italia e forse presto i cioccolatini Ferrero… La svendita è appena iniziata.?Problemi di politica industriale? Di dispersione dei capitali o di cattiva gestione? In mancanza di cavalieri bianchi [soggetti finanziari disposti ad acquistare quote di una società in difficoltà in accordo con il mangement della stessa per evitarne il fallimento, N.d.T.] i dottori Diafoirus [il medico allarmista del “Malato immaginario” di Molière, N.d.T.] si affollano al capezzale delle grandi imprese italiane. Il vero antidoto non è tanto quello di nascondersi dietro un protezionismo strisciante difficile da confessare o un patriottismo economico fuori tempo massimo, ma piuttosto di capire se c’è ancora una strategia di alleanze da reinventare. Questo è vero tanto per Telecom Italia, storico operatore telefonico maltrattato da pseudo-investitori dell’ultim’ora, quanto per Alitalia, compagnia aerea in piena crisi che però conserva ancora un punto di ancoraggio strategico nella Penisola.

Non si tratta di protezionismo, ma del suo opposto” ha replicato seccamente Palazzo Chigi al Financial Times per giustificare il recente ingresso di Poste Italiane nel capitale di Alitalia nel tentativo di evitarne il fallimento. Per il quotidiano della City, si tratterebbe del primo passo falso di Enrico Letta, colpevole di protezionismo strisciante o di patriottismo mascherato. È vero: cinque anni dopo l’inutile salvataggio da parte dei “capitani coraggiosi”, il nuovo piano di salvataggio di Alitalia assomiglia ancora ad una pezza dell’ultimo momento- un passo indietro per farne due in avanti. Come per la vicenda Telecom Italia – Telefonica, agli occhi dei liberali all’anglosassone Alitalia avrebbe tutto da guadagnare a lasciarsi assorbire il più velocemente possibile da un operatore competente dotato di spalle più larghe. Paradossalmente, il governo Letta fino ad oggi sembra aver profuso i suoi sforzi più per rimettere in pista la compagnia aerea esangue che per preservare l’avvenire di Telecom Italia. Ora, è anche su questioni industriali così sensibili e sulla capacità di salvaguardare i posti di lavoro in circostanze difficili che si giudica la qualità di un governo di coalizione, sia pure a breve termine.

A dire il vero, su questi problemi industriali il governo Letta dà più che altro l’impressione di navigare a vista e di voler recuperare quel che si può. Per ottenere il via libera da Bruxelles dovrà dimostrare che l’intervento di Poste nei capitali di Alitalia non è un aiuto di Stato illegittimo e che è conforme alle condizioni di mercato. In ogni caso, la manovra lascia il gusto amaro di una rabberciatura disperata. Si deve rilevare che se nel 2007 Air France-KLM era pronta ad investire 6 miliardi di euro nel rilancio di Alitalia, il gruppo franco-olandese esita ormai a mettere sul banco 75 milioni  per diventarne il principale azionista. Comprensibile. Con una capitalizzazione in borsa pari a meno della metà di quella di EasyJet, Air France-KLM non ha più i mezzi per assumere il ruolo dispendioso di cavaliere bianco. Quanto ad Alitalia – con i suoi 23 milioni di euro di perdite mensili (750 000 euro al giorno) e il suo debito netto superiore ad 1 miliardo di euro – è da molto tempo che non fa più sognare gli investitori patriottici riuniti da Silvio Berlusconi nel 2008.

Il caso Telecom Italia presenta delle similitudini sorprendenti. Anche in questo caso la porta è già stata socchiusa ad un operatore straniero di peso nel 2007. Anche in questo caso, grazie ad un accordo con i suoi azionisti finanziari, la spagnola Telefonica si ritrova nelle condizioni di mettere le mani, nel 2014, sullo storico operatore italiano paralizzato dal suo debito (28,8 miliardi di euro) per un prezzo da svendita di 850 milioni di euro – due volte meno di quanto pagato da LVMH per il produttore di cachemire Loro Piana. Coraggiosamente, il presidente della Commissione per l’Industria del Senato, Massimo Mucchetti, ha lanciato qualche giorno fa una proposta super partes che punta a modificare il regolamento Draghi e ad abbassare la soglia oltre cui scatta l’OPA obbligatoria [pari al 30%, N.d.T.] in caso di controllo di fatto, per costringere Telefonica a pagare un prezzo elevato (o giusto) o a fare marcia indietro. Secondo il senatore democratico, “dare il via libera a Telefonica a queste condizioni scandalose sarebbe una fuga dalle responsabilità nazionali”.

Solo un punto d’onore? Più ancora di quella di Alitalia, la deriva di Telecom Italia, in gran parte legata al peso storico di un indebitamento massiccio ereditato dalla fusione Olivetti-Telecom prima del suo passaggio a Pirelli nel 2001, illustra gli effetti devastanti del “capitalismo senza capitali” all’italiana. Paradossalmente, uno dei paesi pionieri nella telefonia mobile (il prepagato è un’invenzione italiana) si ritrova oggi con uno dei tassi di diffusione di internet ad alta velocità più bassi d’Europa e le tariffe tra le più elevate sulla telefonia fissa.

Telecom Italia paga un tributo pesante alla sua gestione anchilosata legata ad un azionariato frammentato ed instabile. La cosa più preoccupante è che questa cultura burocratica minaccia di conquistare l’insieme del settore della telefonia mobile, settore in cui oggi la qualità del servizio  nello Stivale è caduta a uno dei livelli più bassi d’Europa.
Né protezionismo mascherato, né patriottismo da quattro soldi: oggi il “metodo Letta” assomiglia piuttosto ad un pragmatismo da ultima spiaggia. Non è detto che si rivelerà vincente. Il peggio sarebbe cedere alla tentazione di una forma di patriottismo a buon mercato in cui si tenta prima di tutto di salvare il salvabile, senza cambiare in profondità la cultura incancrenita delle imprese in questione.

(“Alitalia e Telecom Italia et la déroute du patriotisme” , Les Echos.fr)

Berlusconi, Alfano e Renzi

 Posted by on 21 novembre 2013  No Responses »
Nov 212013
 

berlusconi-alfano

Ma è chiarissimo! La separazione di Alfano da Berlusconi ha una radice evidentissima. La radice è Renzi. Cosa c’entra Renzi? Renzi sta cavalcando un’onda di consensi preoccupante non solo per il PD ma sopratutto per il PDL. Gran parte dei “moderati” del PDL erano propensi a non votare più Berlusconi, non tanto per lui, quanto per quelli che gli erano rimasti intorno. Gente giudicata non facilmente digeribile per chi è poco poco per bene. Si sarebbe facilmente prevista una emorragia dei voti moderati del PDL che sarebbero finiti o a Renzi (più volte apprezzato dal PDL) o a ingrossare le file degli astenuti. Bisognava arrestare questa emorragia. Ma come fare? Creando un sito più decente da segnalare a questi smarriti, ma sempre nell’orbita berlusconiana.

Ed ecco l’idea di un partito nuovo che si staccasse nominalmente dal PDL, ma che facesse la stessissima politica. Ed ecco il delfino Alfano disponibile, anzi lusingato da questa super dose di visibilità. Prove di distacco e prove di accostamento e alla fine la scissione. I “moderati” smettano di pensare a Renzi e tornino all’ovile restaurato e imbiancato. Le prove? Il logo del partito di Alfano era già stato registrato in ottobre; dichiarazioni di affetto commoventi tra Berlusconi e Alfano ad uso di chi potrebbe pensare ad Alfano come un “traditore” e quindi non votarlo; assicurazione esplicita di Berlusconi che il nuovo partito farà sempre parte della coalizione del Centro destra comprendente la nuova Forza Italia, Casini (che nel frattempo accoglie “gli ultimi avanzi di una stirpe infelice” montiana) e Fratelli d’Italia.

E così tutto cambia perchè tutto rimanga come è. Con il vantaggio di recuperare, da parte di Berlusconi, gli scontenti “moderati”. Il tutto condito con lievi malori portatori di standig ovation, e dichiarazioni di fedeltà totale da parte dei due divorziati. Chi sa dire con chiarezza perchè Alfano si è staccato da Berlusconi? A nessuno dei due conveniva – e lo ha dimostrato Berlusconi votando la fiducia – una crisi di governo. In che cosa il programma politico di Alfano (se ce n’è uno) si distingue da quello personale di Berlusconi? Per Alfano la condanna di Berlusconi (Ferdinando Imposimato ha detto di aver letto la sentenza – uno dei tre o quattro in Italia – e di non aver MAI  trovato prove e straprove contro un imputato come in questa sentenza, confermata appunto in tre gradi) è un atto di gravissima ingiustizia al quale sempre si opporrà, e cosa altro rimane?

Fedeltà oltrre la siepe. E tutto per merito di Renzi

(fonte: Critica Liberale)

Nov 202013
 

Matrimoni Civili

Come negli anni scorsi, continua il trend che vede l’affermarsi dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi, pur nel contesto di un generalizzato calo delle nozze. Lo rivela l’ultima indagine dell’Istat, fotografando una società italiana che anche sotto questo aspetto mostra il lento consolidarsi della secolarizzazione.

Dal 2011 si assiste a una lieve ripresa dei matrimoni rispetto al calo continuo verificatosi dal 1972, soprattutto a causa dei matrimoni in cui almeno un coniuge è straniero (ora circa il 15% del totale). Le unioni tra italiani e non sono circa il 68% di quelle che coinvolgono stranieri. Calano prime e seconde nozze, mentre aumenta l’età media della celebrazione: 34 anni per gli uomini e 31 per le donne. Come fa notare Rosaria Talarico su La Stampa, a ciò contribuisce la massiccia diffusione delle unioni di fatto: erano circa 500 mila nel 2007 e sono passate a più di un milione nel 2011.

Nel 2012 ci sono stati 122 mila matrimoni religiosi, con un calo di 33 mila negli ultimi 4 anni. Nel calo generale delle nozze, salgono di circa 5 mila quelle in municipio, che arrivano a toccare il 41% del totale. Il dato raggiunge il 53,4% al Nord e sfiora la metà al Centro, con il 49,4%. A spingere sono in particolare le unioni con e tra stranieri e le seconde nozze, ma aumentano anche le coppie che per le prime nozze scelgono il rito civile (sono ormai il 31,5%), sfatando così un luogo comune duro a morire, che a spsosarsi civilmente sono soprattutto divorziati.

Anche il quadro italiano sta cambiando e si modernizza, dunque, con l’affermazione delle nozze fuori dalla chiesa e di quelle con coniugi che arrivano da altri paesi, nonché delle coppie di fatto sia etero sia gay. Si aprono quindi nuove sfide, con un numero ormai non più trascurabile di famiglie che si unisce senza far più riferimento alla dottrina cattolica, in una società e in un contesto politico che invece scontano una sudditanza nei confronti della Chiesa. Una contraddizione che rischia di amplificare ancora più i suoi effetti negli anni a venire, con la nascita e l’educazione di un numero crescente di bambini in contesti non cattolici. Problemi che, peraltro, saranno a cascata riversati sulle scuole, dove spesso la laicità viene messa alla porta. Dovrebbe dunque risultare evidente a tutti come l’inazione politica di fronte a una società già profondamente cambiata non è più in alcun modo giustificata.

(fonte: Uaar)

Nov 192013
 

Dopo la scissione del Pdl ridiventato Forza Italia e quella di Scelta Civica manovrata, a quanto pare, dal cardinale Ruini (toh chi si rivede, alla faccia del nuovo papa!), si profila all’orizzonte quella possibile, forse probabile, del Partito Democratico.

Non subito, s’intende, ma la quasi certa vittoria di Renzi su Cuperlo (il figlio della nomenklatura) alle primarie dell’otto dicembre, rischia di innescare un processo destabilizzante che, assieme al governo Letta, potrebbe travolgere anche il partito. Renzi ha già vinto nei congressi di circolo dove si presentava piuttosto debole, per la presenza ancora massiccia, fra i dirigenti provinciali e comunali, del fronte dalemiano-bersaniano. A dicembre giocherà su un terreno a lui molto più favorevole, dal momento che, assieme agli iscritti, voteranno anche i simpatizzanti e i potenziali elettori del Pd. Quanti? Questa è l’ultima incognita che fa ancora gravare qualche incertezza sul risultato, ma l’esito dovrebbe comunque essere scontato.

Non ho mai nascosto le mie perplessità sul programma di Renzi, che appare ancora alquanto generico, come si può vedere dalla mozione presentata al congresso. Ma il sindaco fiorentino, se paragonato al gruppo dirigente post-comunista che domina il partito dal 1994 (prima Pds, poi Ds, adesso Pd) e che ha collezionato, qualunque cosa dica in contrario D’Alema, soltanto molte sostanziali sconfitte e  qualche apparente vittoria, appare come l’unico in grado di scuotere il corpaccione inerte di un partito incapace di decidere. Lo giudicheremo poi dai fatti, ma intanto basta con le cariatidi degli eterni compromessi al ribasso. Non per nulla la reazione di D’Alema alla prima vittoria di Renzi è stata livida di rabbia impotente e il suo stato d’animo non è certo isolato nel partito.

Riuscirà il  PD a sopravvivere unito fino al 2015?

(“Non c’è due senza tre” da Fondazione Critica Liberale)

 

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