Dic 172013
 

Moni Ovadia

Lenin diceva che l’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli. Questo pensiero si adatta perfettamente a chi cavalcando la protesta dei Forconi arriva a dire che la colpa della crisi in Italia va attribuita ai banchieri ebrei“. Non usa giri di parole Moni Ovadia per commentare la deriva che ha preso negli ultimi giorni la cosiddetta protesta dei Forconi. Una protesta che l’artista definisce “fondamentalmente sacrosanta perché la crisi c’è ed è innegabile che ricada solo sulle classi più deboli“, ma che facilmente presta il fianco all’infiltrazione di frange appartenenti all’estrema destra.

È vecchia feccia ricucinata – prosegue Ovadia -. È tipico nei momenti di malessere sociale che qualcuno agiti lo spettro del complotto sionista. Purtroppo in questi anni oltre alla crisi economica abbiamo assistito allo scempio della società civile da parte di una politica che, con rare eccezioni, ha pensato solo ai fatti suoi. E la storia ci insegna che sono questi i momenti in cui la demagogia, il populismo, il razzismo trovano più facilmente il sostegno di parte della popolazione“.

Secondo l’autore e attore teatrale un punto di svolta “storico” è rappresentato dal Porcellum: “Ci fanno votare da anni con una legge elettorale che chiede ai cittadini di esprimersi contro la democrazia perché consegna il potere a delle oligarchie di partito, non è un caso se poi emergono movimenti che con la democrazia non hanno nulla a che fare. Elementi genericamente antiglobalisti o anticapitalisti che cavalcano l’antisemitismo“. Come un disco rotto “ritorna fuori questa stupidità” osserva Ovadia: “I banchieri e gli speculatori ebrei sono cattivi? E invece gli altri attori del capitalismo sono benefattori dell’umanità? Non si accorgono costoro che nel nostro Paese l’unico che si è arricchito in questo disastro nazionale è Silvio Berlusconi. Secondo la loro logica confusa dovremmo scatenare una campagna contro la Brianza e i brianzoli“.

La realtà, prosegue, “è che siamo di fronte a rigurgiti di razzismo perché è un pensiero razzista l’ebreo che diventa sinonimo di banchiere e speculatore. È la vecchia logica dei Protocolli dei savi di Sion e di quello che poi ha portato al nazismo. Si ricucina una brodaglia infetta i cui esiti noi conosciamo al di là di ogni ragionevole dubbio“. Ovadia dice poi di non essere nemmeno d’accordo con chi accusa la Germania in quanto tale di cavalcare la crisi a proprio vantaggio: “La natura del capitalismo finanziario è fare i propri interessi a danno di altri. Questa logica anima qualsiasi tipo di finanza speculativa. Ci sono le banche svizzere, quelle arabe, quelle italiane. Ci sono i cinesi, che tengono in mano il 60% del debito pubblico degli Stati Uniti“.

Pensando alla recente storia del nostro Paese ci si chiede come mai non sia Silvio Berlusconi l’obiettivo della protesta: “L’estrema destra nel marasma ha sempre da guadagnarci. Berlusconi è il principale responsabile dei disastri di questo Paese, del suo degrado morale e sociale. Ma è innegabile la complicità della sinistra. Una sinistra irresponsabile e assente, che si è crogiolata in questo degrado. Non ha saputo trovare una sua fisionomia, un suo profilo, un’identità coerente con la propria storia“. Si spiega anche così il fenomeno di Grillo? “Il fatto che il suo movimento abbia avuto consensi così vasti dimostra che fine abbia fatto la sinistra” osserva Ovadia e conclude: “Parlo della sinistra cosiddetta radicale, quella che doveva sapere interpretare il disagio sociale, la sua frammentazione. Doveva essere un punto di riferimento ma non ha saputo trovare nemmeno un linguaggio comprensibile per quella fetta di Paese in difficoltà che cercava delle risposte concrete a problemi reali“.

(fonte: Cronache Laiche)

Dic 162013
 

ebook tablet

Il Consiglio dei Ministri di venerdi scorso ha introdotto – tra l’altro – dei benefici fiscali per favorire la diffusione della lettura:

“Per favorire una maggiore diffusione della lettura dei libri cartacei è riconosciuta una detrazione fiscale del 19% sulle spese sostenute nel corso dell’anno solare per l’acquisto di libri muniti del codice ISBN, per un importo massimo di € 2000, di cui € 1000 per libri scolastici ed € 1000 per tutte le altre pubblicazioni.

Libri cartacei? Innovazione? Agenda digitale? E gli e-book? Ma, soprattutto, questo è un provvedimento per favorire la lettura o per sostenere gli editori?

Morire per Berlusconi

 Posted by on 14 dicembre 2013  No Responses »
Dic 142013
 

Berl_CC

Il cavaliere ha dichiarato a una radio francese che non ha paura di essere arrestato (in realtà ne ha tantissima, perché altrimenti non parlerebbe in continuazione di questa eventualità) e che comunque, se il fattaccio dovesse malauguratamente verificarsi, in Italia scoppierebbe la rivoluzione. Il che vuol dire che ci sarebbero tumulti, violenze, saccheggi, morti per le strade e chi più ne ha più ne metta.

Bisogna pur dire che il narcisismo di Berlusconi, man mano che l’uomo invecchia, assume toni epico-tragici che degradano facilmente nella farsa. Molti italiani non sanno dove sbattere la testa per trovare una soluzione ai loro problemi di sopravvivenza e dovrebbero, invece, scendere per le strade, uccidere e farsi uccidere per impedire che il cavaliere varchi la soglia di Regina Coeli, di san Vittore o di Poggioreale. Se questo dovesse accadere, certamente la rivoluzione non scoppierà; al più l’arresto del cavaliere si convertirebbe in un enorme spot pubblicitario per lo stesso, che assumerebbe subito la postura del martire, magari quella di un san Sebastiano trafitto dalle frecce dei suoi nemici.

Confidiamo nella saggezza dei giudici e speriamo che ci sia risparmiata questa ultima buffonata, di vedere Berlusconi con l’aureola del martirio, magari circondato dalle pie donne del suo seguito. Tutto quello che chiediamo è che il nostro eroe sia reso politicamente innocuo dal prossimo voto degli italiani, e vada così a raggiungere D’Alema nella pace dell’oblio. La punizione più terribile per i narcisisti è quella di essere dimenticati.

Legionari di Cristo e pedofilia

 Posted by on 12 dicembre 2013  No Responses »
Dic 122013
 

Legionari di Cristo

I Legionari di Cristo, già da tempo nell’occhio del ciclone, hanno ammesso che: “nove dei suoi sacerdoti, incluso il fondatore Marcial Maciel, si sono macchiati di abusi su minorenni in particolare negli Stati Uniti. La reputazione della congregazione era stata già oscurata nei mesi scorsi dopo le rivelazioni su Maciel, che fondò il gruppo in Messico nel 1941, accusato di aver violentato otto giovani seminaristi e di essere anche padre di un figlio.

Padre Sylvester Heereman, direttore generale del gruppo, ha detto che le indagini hanno mostrato “una realtà dolorosa e orribile” e ha promesso tutto il suo impegno per contrastare ogni genere di abuso. Due dei preti sono stati sospesi dall’esercizio sacerdotale e ad altri sette sono state imposte delle “sanzioni personali e riguardanti il loro ministero”.

Nell’inchiesta condotta secondo la legge canonica erano stati messi sotto esame i comportamenti dei 35 sacerdoti. In 14 casi non si sono riscontrati abusi, mentre altri 10 sono ancora sotto indagine. Uno di quelli verificati è quello di padre William Izquierdo, ex insegnante di una scuola della Legione in Connecticut, fra il 1982 e il 1994, periodo in cui “ha abusato sessualmente di un novizio”. Izquierdo non riceverà alcuna punizione: ha 85 anni, si trova in un “avanzato stato di demenza” e in ogni caso non esercita più il suo ministero dal 2008.

Dic 112013
 

Il divorzio tra Silvio Berlusconi e il suo delfino, Angelino Alfano, è stato preparato all’ombra della cupola di San Pietro. La Chiesa italiana ed il Vaticano hanno influito sulla nascita del Nuovo Centrodestra (NC), il gruppo parlamentare guidato da Alfano con il quale questi vorrebbe occupare il vuoto politico che lascerà Il Cavaliere nel giorno del suo ritiro. I 77 anni d’età del magnate ed il prevedibile risultato del voto del 27 novembre in Parlamento, col quale verrà interdetto dai pubblici uffici a causa della sua condanna per evasione fiscale nel caso Mediaset, fanno sì che questo momento sia oggi più vicino che mai.

Prima che giunga la fine di colui che per 20 anni ha riunito buona parte dei consensi dell’elettorato cattolico prima del crollo di Mario Monti, cattolico praticante in cui confidava la gerarchia ecclesiastica nelle ultime elezioni, la Chiesa deve muoversi subito per non perdere la sua influenza nel prossimo scenario politico.

L’ideatore di questa operazione non è altro che il potente cardinale Camillo Ruini, per molti anni a capo dell’episcopato italiano. Ruini, uomo intelligente e astuto, ha messo a lavoro uno dei suoi discepoli per facilitare la nascita della nuova formazione di Alfano, la quale potrebbe trasformarsi in una riedizione dell’antica e potente Democrazia Cristiana, polverizzatasi in seguito allo scandalo di Tangentopoli.
La spaccatura del Popolo della Libertà (PDL), il vecchio partito di Berlusconi, non solo divide gli acerrimi seguaci del magnate da coloro che pensano di dover mantenere in vita il Governo di coalizione con la sinistra, ma divide anche le due anime che convivevano all’interno del PDL. Ora la destra laica si ritrova in Forza Italia, il marchio recuperato dal Cavaliere, mentre i cattolici hanno serrato le linee nella formazione capeggiata da Alfano. Anche buona parte dei dirigenti di Scelta Civica, la coalizione centrista capeggiata da Monti nelle elezioni dello scorso febbraio e ormai giunta al capolinea, si sta aggregando al Nuovo Centrodestra.

Tra gli ex seguaci di Monti che potrebbero unirsi ad Alfano per cercare di riunire l’elettorato cattolico, troviamo Mario Mauro, ministro della Difesa e membro del movimento Comunione e Liberazione. Secondo il quotidiano La Repubblica, Mauro avrebbe partecipato a diverse riunioni finalizzate alla rinascita della nuova Democrazia Cristiana insieme a Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello, rispettivamente ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture e ministro per le Riforme Istituzionali. Entrambi militavano nel PDL e ora sono colleghi all’interno del NC di Alfano, il quale avrebbe partecipato ad almeno uno di questi incontri.

Le manovre di Fisichella contro le nuove correnti del Vaticano

Il luogo in cui si sono svolti è molto significativo: un appartamento a Piazza Pio XII, il piazzale che si apre prima di arrivare a Piazza San Pietro. La convocazione è stata fatta dal ruiniano Rino Fisichella, il dirigente della Santa Sede che più di altri si è sporcato le mani nella politica italiana. Oratore eloquente, diplomatico e presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Fisichella è stato cappellano della Camera dei Deputati, all’interno della quale ha tessuto una rete di contatti con il mondo politico che continua a mantenere attiva ancora oggi. Di fatto, è stato egli stesso a confermare che avvenissero queste riunioni. “Non è una novità che mi incontri con i miei amici” ha commentato, riconoscendo che tra loro vi fossero dei politici. “Se qualcuno desidera vedermi, lo incontro”.

Le manovre di Fisichella sono in contrasto con l’aria nuova che tira in Vaticano dopo l’elezione di Jorge Mario Bergoglio a vescovo di Roma. “Non assisteremo più a lotte estenuanti tra i vertici ecclesiastici per aggiudicarsi il rapporto diretto con le istituzioni italiane, come se fosse una questione di vitale importanza per la missione della Chiesa. Con Papa Francesco finisce il tempo dell’ingerenza diretta nella politica, che deve tornare ad essere il terreno dei fedeli laici, adulti e maturi nella fede, fedeli al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa”, assicura dichiara a El Confidencial Antonio Sciortini, dirrettore della rivista Famiglia Cristiana. Secondo lui, non si deve tornare a tessere “trame sotterranee” che generano alla fine un “effetto boomerang” nell’annunciazione del Vangelo.

L’appoggio di Ruini e Fisichella alla nascita della formazione di Alfano perché riunisca l’elettorato cattolico e difenda gli interessi della Chiesa nel Parlamento si scontra con la dispersione e l’alta astensione registrata questa parte dell’ elettorato. Secondo il sociologo Giuseppe De Rita, sondaggista del Corriere della Sera, i cittadini di fede cattolica “mal sopportano” la personalizzazione della politica e lo dimostrano nel momento di recarsi alle urne.
“I cattolici hanno sempre visto personalità forti al potere, ma mai leader soli al comando. Dovevano tenere conto delle correnti e degli altri leader”, segnala. Secondo De Rita, il cattolicesimo “più autentico”, quello che riempie le parrocchie e le messe la domenica, “non fa militanza al vertice, ma alla base”.

(“La operación secreta de la Iglesia italiana para alejar a los católicos de Berlusconi”, El Confidencial)

Renzi, adesso viene il bello

 Posted by on 9 dicembre 2013  1 Response »
Dic 092013
 

Firenze, Obihall 8 dicembre 2013Renzi

Delle volte ci sono vittorie ampiamente previste e prevedibili che quando avvengono assumono persino un contorno più netto che riesce a stupirti. Quella di Matteo Renzi, neo segretario del partito democratico, è una di queste e si presta a qualche breve considerazione.

Uno. Quasi nessuno degli osservatori aveva previsto una vittoria alle primarie del sindaco di Firenze così rotonda. S’immaginava una sua affermazione contenuta in una forchetta tra il 50 e il 60 per cento. Qualcuno addirittura ipotizzava che la soglia del cinquanta per cento fosse a rischio, rimandando all’assemblea Pd la scelta finale del nuovo segretario. E’ andava molto diversamente. Il popolo dei militanti Pd ha regalato a Renzi una vittoria molto più larga dell’indicazione uscita dal primo turno di primaria dove a votare erano stati solo gli iscritti. Questo significa che anche a sinistra, dopo 60 anni, sfiorisce l’idea e la presa del partito tradizionale, dove tra iscritti e militanti c’è un filo strettissimo di appartenenza/rappresentanza. E soprattutto che, a un anno di distanza dalla sfida Bersani-Renzi, i rapporti di forza si sono totalmente ribaltati. Il militante medio Pd, che aveva sempre trattato Renzi da outsider anomalo, persino cripto berlusconiano, preferendogli il porto sicuro della nomenklatura, ha deciso di cambiare cavallo con chiarezza. Troppe sconfitte, troppe mediazioni, troppa palude. Anche la base democratica vuole cambiare e scommettere su una leadership chiara e carismatica, quasi antropologicamente diversa, e ieri lo ha dimostrato senza impacci.

Due. Renzi è stato in grado pur in una primaria “fredda”, senza in ballo la premiership, senza elezioni alle viste in grado di mobilitare più facilmente l’elettorato, di farsi incoronare da un numero ben oltre le aspettative di elettori. In un tempo di antipolitica galoppante (solo domenica scorsa si era celebrato il Vaffa Day), per giunta in un giorno di festa, portare ai gazebo così tanta gente è segno di vitalità quasi insperata. Lo si vedrà meglio dai flussi, ma c’è molta gente di sinistra che lo ha votato, quasi un meccanismo che è scattato per la prima volta: basta perdere, scommettiamo sul personaggio nuovo, a lungo bistrattato.

Tre. Il pendant di questo voto a valanga dei militanti Pd per Renzi è la fine del post comunismo italiano. La fine di quella lunga stagione post muro di Berlino monopolizzata dai cosiddetti “compagni di scuola”: i D’Alema, i Veltroni, i Fassino fin giù agli epigoni Bersani e poi Cuperlo, che hanno sempre controllato il partito anche dopo la fusione con la Margherita, lungo tutta la filiera Pci-Pds-Ds-Pd. E quando non erano i frontman, nel caso di Prodi nei governi dell’Ulivo e per un frangente di Dario Franceschini alla guida Pd, restavano sempre loro a fare e disfare i giochi. Ieri per la prima volta hanno perso il potere reale. Fine di una stagione e di una certa classe dirigente della sinistra italiana. Il pessimo risultato di Cuperlo, ultimo anello (debole) di quella tradizione, il trionfo renziano nella zona rossa e in certe regioni del sud, il sorpasso di Civati sempre su Cuperlo nelle grandi regioni produttive del nord, la dice lunga sulla debacle. La sfida di Renzi, la sua offerta politica e la capacità di incidere davvero nel paese è tutta da dimostrare. Su Linkiesta nutriamo ben più di un dubbio e lo abbiamo scritto anche recentemente, ma ieri è avvenuta una sorta di Bad Godesberg italiana. Un cambio d’epoca a lungo invocato e mai realizzato. Per la prima volta da tanti anni, maggioranza (Renzi) e minoranza interna al partito (Civati), saranno incarnati da due politici under 40 non ascrivibili alle famiglie classiche del novecento. Anche l’Italia, d’un tratto, sembra essere un paese normale.

Quattro. Il plebiscito a Renzi darà al neo segretario il mandato urgente e difficilissimo di sfidare il tandem populista Grillo-Berlusconi in vista delle elezioni europee. Sarà una partita difficilissima e delicatissima. Renzi sa che non può permettersi una bagno di sangue al voto di primavera. Ne verrebbe immediatamente indebolito e logorato. Eppure quel rischio è forte tanto più se il Pd apparirà agli occhi degli italiani l’azionista unico di un governo in panne, incapace di fare riforme e rilanciare l’economia, schiacciato sulla retorica europeista. Non a caso ieri il primo affondo è stato per Grillo, che il sindaco vuol sfidare sul terreno dei costi della politica e della legge elettorale, sperando di svuotargli il serbatoio elettorale. Ci riuscirà?

Cinque. Diretta conseguenza della sfida ai populismi, da parte di un neo segretario che a sua volta non ne è immune – spirito dei tempi -, è l’impatto che la nuova segreteria Pd avrà giocoforza sul governo delle larghe intese. Se non fosse intervenuta la bocciatura del Porcellum da parte della Corte Costituzionale, oggi saremmo tutti a dire che il governo Letta ha le ore contate. Troppo forte Renzi per non chiedere un nuovo inizio e la fine dell’agonia bipartisan, l’archiviazione della stagione dei tecnici e della supplenza del Colle, il ripristino del bipolarismo. L’impossibilità di tornare alle urne in questo modo impone però un modus vivendi tutto da costruire tra Renzi e Letta-Alfano. Uno spazio sospeso, di interregno dove Renzi verrà messo per la prima volta alla prova. Ma è ovvio che il Pd chiederà un forte cambio di passo, da misurare subito, a partire da legge elettorale, tagli alla politica e stimoli economici. Altrimenti non ci saranno tabù né semestri europei che tengano. Su questo Renzi è stato chiaro: è l’ultima occasione che abbiano, un’altra non ci ricapita. Riuscirà Letta a cambiare passo? E se non fosse così come si comporterebbe Napolitano?

(fonte: Linkiesta)

Dic 072013
 

Dirty Sexy Money è un prodotto stoppato al 13° episodio della seconda stagione, con un finale in sospeso, ma con il 90% dei punti narrativi chiariti. Perché guardarlo allora? Per il semplice piacere di guardare, per le finezze narrative disseminate lungo il testo, per la maturazione della scrittura. E poi le soluzioni possibili per la conclusione della storia sono minori delle dita di una mano.

Al centro della narrazione è posta la più potente, controversa e ricca famiglia americana, i Darling, intercettata mentre il patriarca, Patrick “Tripp” III, Donald Sutherland, è impegnato a manovrare per assicurare al primogenito (Patrick IV, William Baldwin) un posto in Senato. La strada, che alla fine dovrebbe portare i Darling per la prima volta alla Casa Bianca, viene minata dalla morte dell’avvocato di famiglia, uomo di fiducia, risolutore di problemi, Dutch George, miglior amico di Tripp, che precipita con l’elicottero.

Dopo essere così uscito anni addietro dalla porta di servizio, rientra nella vita dei Darling il figlio di Dutch, Nick (Peter Krause di Six Feet Under), PM di pubblica fama, noto per le battaglie dalla parte dei deboli in contrasto con le possibilità di ricchi potenti. Il buono e giusto.

Cresciuto in casa Darling come il bambino in più della dinastia, una cotta, e più, giovanile, ricambiata, per Karen (Natalie Zea), mezzana della famiglia, regina delle cronache mondane, collezionista di matrimoni, Nick si era allontanato da un mondo opposto ai propri principi, in pieno conflitto col padre, assente, balia dei Darling capaci di creare qualsiasi baraonda, una madre impachettata in Francia poiché pazza.

Il procuratore decide comunque di far luce sull’assassinio del padre, ufficialmente normale incidente, e, sospettando che il mandante si annidi fra i Darling stessi o nei giochi di potere della famiglia, accetta l’invito di Tripp a prendere il posto del genitore e rientrare nell’universo odiato. La trama dell’indagine sarà quindi infiocchettata attraverso segreti svelati della Discendenza (la relazione extraconiugale di Letitia, moglie di Tripp, con Dutch; la passione per i transessuali di Patrick IV; il figlio segreto di Brian, terzo genito Darling e pastore episcopale), lotte economiche con gli oppositori della dinastia (il principale, Elder, uno dei sospettati dell’omicidio), problemi familiari di Nick, spinto a ricalcare il cammino paterno dalle beghe dei cinque figli Darling, con una moglie impaurita di perderlo.

Ad irritare nella narrazione è immediatamente il quadro ironico dipinto sopra le righe: un po’ feuilleton, un po’ soap opera, DSM calca forzatamente la mano nella caratterizzazione Darling, accentuata nel doppiaggio, utilizzando beceramente la soluzione di bambini viziati e troppo cresciuti. Superato questo primo impatto, entrati nella filosofia sarcastica del prodotto, DSM riesce ad intrattenere dispensando perle di scrittura fra Paris Hilton stereotipate e capricciose figure alla Nixon. Quando, al culmine del climax di seconda puntata, Tripp rivela di conoscere la password della valigia di Dutch, la data di nascita di Letitia, ammettendo di conoscere da anni la relazione fra moglie e amico, si capisce come la serie abbia a disposizione potenziali di scrittura difficilmente rintracciabili in altri lavori. Peccato che tali finezze appaiano intermittenti, ma da una parte il piacere di scovarle, dall’altra la maturazione dei personaggi (la moglie di Nick si rivelerà la più influenzata dai Darling; la crescita del giovane Jeremy; la crisi d’età, esistenziale e di fede, di Brian che scopre pure di essere stato “parcheggiato” in chiesa per la propria sicurezza), DSM appassiona episodio dopo episodio fino all’ultimo colpo di scena, la risoluzione del caso Dutch, lasciando alla fantasia dello spettatore la conclusione del racconto.

Dic 062013
 

Corruption, 1933

E’ stata pubblicata la classifica di Transparerncy International sulla corruzione e l’Italia è passata dal 72° posto del 2012 al 69° di quest’anno. Il voto da 42 a 43 (la sufficienza è 60). Meno corrotti di noi vengono ancora considerati paesi del terzo mondo come Ghana, Namibia, Lesotho, Rwanda, Costa Rica e tanti altri. E’ inutile dire che i paesi nostri concorrenti li vediamo con il binocolo: Francia 22^ con voto 73, Germania 12^ con voto 78. La stessa Spagna, 40^ con voto 59, ci stacca sensibilmente pur avendo perso, sia pure di poco, la sufficienza che aveva negli anni scorsi. Come gli altri anni, i paesi più virtuosi sono quelli del Nord Europa e la Nuova Zelanda (nell’ordine Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia, Svezia, Norvegia).

Tornando al nostro paese, sostanzialmente non è cambiato nulla, veniamo sempre percepiti come una nazione corrotta e quindi inaffidabile per gli affari, e invece da molti il quasi impercettibile “miglioramento” è stato subito strombazzato come inversione di tendenza: magari! Addirittura si è arrivati a sostenere che sarebbe il risultato del varo della cosiddetta legge anticorruzione, quella che ha salvato Penati per intenderci, con il ché avremmo raggiunto il record mondiale di “presa rapida” di una legge. In realtà la variazione, come si può notare, è così impercettibile che può essere frutto anche del caso o di qualche arrotondamento.

Se proprio si vuol individuare una causa, se proprio vogliamo vedere un “premio” o un incentivo a proseguire su una qualche strada intrapresa, lo si può individuare nel fatto che finalmente Berlusconi e la sua compagnia sono stati cacciati da Palazzo Chigi. Di quella compagnia facevano parte gente come il parolaio Tremonti, il quale pur essendo ministro delle finanze pagava un affitto in nero, Bossi e i leghisti, i quali dovevano fare sfraceli contro Roma Ladrona e poi sono risultati i più nepotisti e corrotti, per non parlare del capo supremo della compagnia, il quale acquisiva grandi imprese grazie alla corruzione di magistrati, ed una volta ebbe a dire che quando faceva il palazzinaro a Milano si recava negli uffici comunali “con l’assegno in bocca”.

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