mag 122012
 

Nelle ultime settimane sessanta persone – e il numero purtroppo è destinato a crescere – hano compiuto l’estremo gesto del suicidio a causa del fallimento della propria attività o per la perdita del posto di lavoro. Persone che hanno visto svanire, soprattutto, la possibilità di una esistenza dignitosa.

L’Italia è il paese dove al cittadino-contribuente è chiesto un pesante contributo al risanamento dell’economia nazionale. Ma dove contemporaneamente continuano a sussitere assurdi privilegi e sprechi che rasentano la follia. Spending review è il termine coniato – fa molto operatore della City – per apportare delle riduzioni mirate e settoriali alla spesa pubblica. Su questo il Governo ha invitato i cittadini a segnalare sprechi e fornire suggerimenti. Noi accogliamo l’invito parlando delle missioni militari all’estero e del loro insostenibile costo.

Ad oggi sono 6.923 i militari dislocati in 27 paesi-aree impiegati in 25 missioni internazionali. I dati sono forniti dal Ministero della Difesa. (Qua i dati in dettaglio).

L’indennità per ciascun militare impiegato in missione all’estero ( indennità extra stipendio) varia dai 130 ai 170 euro al giorno. La diversità dell’importo è data dal grado rivestito e dal tipo di missione svolta (ONU o NATO). Facendo una media di 150 euro, ogni giorno le missioni gravano sul bilancio dello stato per 980.000 euro. Circa 357 milioni di euro su proiezione annua. Questa cifra, lo ricordiamo, solo per le spese d’indennità al personale impiegato.

A questo dobbiamo aggiungere i costi di funzionamento e manutenzione del materiale; quelli relativi ai trasporti e alla logistica. Giusto per fare un esempio con un mezzo dispiegato in Afghanistan – l’elicottero da combattimento Mangusta – ogni ora di volo ha un costo di  circa 4.000 euro. A questo si deve aggiungere la manutenzione ordinaria che diventa spesso straordinaria viste le spesso proibitive situazioni ambientali d’impiego.

Complessivamente nel 2012 le missioni internazionali ci costeranno 1,4 miliardi di euro. Il governo Monti, sovvertendo la consuetudine degli stanziamenti semestrali, ha già provveduto a dare copertura finanziaria per tutto il 2012 per un importo di 1,4 miliardi di euro.

Dobbiamo poi aggiungere anche il tributo – incalcolabile – dato dalla perdita di vite umane.

In tempi di crisi, come lo sono questi, per l’Italia mantenere all’estero una struttura militare così complessa e articolata è un lusso che non si può permettere.

E tutto ciò senza considerare un aspetto – non secondario – relativo alla dubbia coerenza di alcune missioni con la Carta Costituzionale (art.41).

 
mag 112012
 

I Blog, anche quelli giornalistici, non rientrano fra i prodotti editoriali regolamentati dalla legge sull’editoria. Quindi non debbono essere soggetti a registraziozne e, soprattutto, non debbono essere considerati stampa clandestina.

«La Corte di Cassazione annulla senza rinvio perchè il fatto non sussiste».

Questa la sentenza emessa ieri dalla terza sezione della Corte di Cassazione dopo cinque, lunghi anni di ricorsi e appelli.

Non possiamo che essere felice di questa conclusione.

Rimane lo sconcerto che solo in Italia si sia dovuti ricorrere a una sentenza per sancire un’ovvietà che in tutti gli altri paesi viene data per scontata.

 
mag 112012
 

Il dati pubblicati dal Centro Operativo Aids del Ministero della Salute, attivato nel corso del 2011 in tutte le regioni italiane, descrivono chiaramente una malattia che sta cambiando target. Nel 2010 sono stati diagnosticati 5,5 nuovi casi di positività al virus Hiv ogni 100.000 residenti ma il tasso di incidenza, da solo, non basta a delineare i contorni di questo fenomeno.

Innanzitutto – per fornire un identikit del nuovo contagiato – a contrarre il virus nel nostro paese sono principalmente gli stranieri residenti, che rappresentano circa un terzo dei nuovi casi; l’incidenza è sensibilmente maggiore nel centro-nord del paese e ad ammalarsi sono sempre di più maschi eterosessuali che si espongono a rapporti non protetti. Calano sensibilmente i nuovi contagi tra gli utilizzatori di sostanze stupefacenti per via endovenosa.

Negli anni Ottanta il profilo, anche mediatico, del malato sieropositivo coincideva con il maschio bianco, giovane, omosessuale e/o utilizzatore di sostanze per via iniettiva mentre oggi questo stereotipo cede il passo a una vera e propria normalizzazione della malattia. Per normalizzazione si intende un cambiamento di segno della malattia stessa che invece di essere direttamente associabile ad una tipologia definita di persone si diffonde nella popolazione e colpisce tutte le fasce sociali.

Le persone che hanno scoperto di essere Hiv positive nel 2010 hanno infatti mediamente un’età più alta che in passato  (35 anni le donne e 39 gli uomini) e vengono spesso diagnosticate in una fase avanzata della malattia, quando la compromissione del sistema immunitario è già molto grave e la possibilità di sopravvivere con un’alta qualità di vita – grazie al sostegno dei farmaci antiretrovirali – diminuisce.

Complessivamente, il numero delle persone viventi con infezione da Hiv è aumentato – anche grazie all’allungamemnto della sopravvivenza dei malati – passando dai 135.000 casi nel 2000 ai 157.000 casi nel 2010. Infine, dato importante, sta aumentando il numero di malati che contraggono la malattia dopo i 50 anni d’età.

Negli ultimo 10 anni, a fronte di un aumento nel numero di nuovi casi di Hiv registrati, l’unica cosa che ha continuato a diminuire è l’interesse nei confronti di questa malattia e l’investimento nella pubblicizzazione mediatica dei rischi. L’Aids, come grande malattia infettiva, ha ceduto il passo – soprattutto nel nostro immaginario – ad altri generi di emergenza come, ad esempio, il rischio delle pandemie influenzali.
Un dato su tutti invece dovrebbe portarci a riflettere: la scoperta della malattia in una fase conclamata segnala infatti due cose importanti. La prima è che le persone che oggi si ammalano ricadono al di fuori di quelli che una volta venivano percepiti – a torto o a ragione – come gruppi sociali a rischio. Si tratta cioè di persone che non percepiscono quanto il loro comportamento li esponga. La seconda è che il silenzio mediatico che circonda il tema dell’Hiv, il suo essere “passato di moda”, contribuisce alla diminuzione, nella popolazione, della percezione di questo rischio.

Si tratta di due elementi micidiali, in grado di generare una recrudescenza grave di questa malattia e che, in conclusione, ci portano anche ad un’amara considerazione in tema di laicità.
Solo pochi decenni fa l’Hiv rappresentava la malattia di gruppi percepiti, principalmente da una certa cultura cattolica, come “devianti” sui quali ricadeva la giusta “punizione divina”.

Quando chi si espone al rischio invece smette di essere il drogato o il gay e prende i contorni “rassicuranti” del padre di famiglia, eterosessuale che paga prostitute straniere, la punizione divina diventa incredibilmente silenziosa, come a voler non far parlare di sé.

fonte: Cronache Laiche

 
mag 102012
 

Il Presidente Giorgio Napolitano ha sbagliato nel liquidare in maniera sbrigativa – e con un’infelice battuta – il successo elettorale del Movimento 5 Stelle.

Egli è il Presidente della Repubblica, ovvero colui che garantisce e rappresenta l’Unità nazionale. Come tale non può entrare nel merito di una competizione elettorale. Entrarci poi a “urne aperte” – cioè fra un primo turno e il turno di ballottagio – è stato ancor più grave. Egli è, e dovrebbe sempre rimanere, super partes e solo prendere atto del risultato scaturito dalle urne.

Irridere, perchè di questo alla fine si è trattato, la scelta democratica di centinaia di migliaia di persone esercitata attraverso il diritto di voto, denota una scarsa aderenza al ruolo istituzionale ricoperto. Ciascun elettore, indipendentemente dalla scelta operata nel segreto dell’urna, merita dignità e rispetto.

Poi su Grillo, sul Movimento 5 Stelle e sui “grillini” si può discutere, parlare e accapigliarci quanto si vuole. Se il successo delle liste M5S è un effetto piuttosto che una causa. Se è il trionfo dell’antipolitica piuttosto che “dell’uomo-qualunquismo“.

Ma lo può fare, ad esempio, chi scrive e non Giorgio Napolitano fintanto egli è Capo dello Stato.

 
mag 092012
 

L’esito del voto amministrativo ci ricorda ciò che avvenne vent’anni fa. Era il 1992 l’anno di Tangentopoli e di mani pulite. I partiti tradizionali della prima Repubblica squagliati come neve al sole nell’arco di pochi mesi. Dal 30%, a zero consensi. Qualcosa di analogo sta avvenendo adesso, soprattutto nel centro destra. Il PD limita i danni  e “vince perchè gli altri perdono” ma non riesce a raccogliere il voto in fuga da PdL e Lega andato a alimentare il successo, al di là delle previsioni, del M5S. Un PD che ha corteggiato per mesi  il Terzo Polo, scoprendo poi che il Terzo Polo non esiste.

Quello del 1992 fu uno stravolgimento politico-istituzionale dal quale prese vigore la Lega Nord. Quella di Roma ladrona, per capirci. Quella che inneggiava a Di Pietro e agli altri magistrati del pool milanese mostrando un cappio da patibolo. Da quelle macerie nacque anche il Berlusconi politico – lui uomo di Craxi – col suo messaggio “nuovo” fatto di TV, lustrini, iperboliche promesse, detassazioni e ghe pensi mi.  Vent’anni fa nacque un sodalizio – Berlusconi, Bossi, Fini – che, fra alterne vicende e ripensamenti, nel 2008 ha prodotto l’attuale Parlamento. Un ventennio nato da macerie politiche e che termina – non è un paradosso – fra le macerie di una seconda Repubblica forse mai decollata.

Già, il Parlamento. Quello attuale è espressione di quel momento politico che pare lontano come un’era geologica. Eppure sono trascorsi appena quattro anni. Un Parlamento che non rappresenta più il paese reale. Dimostrazione, questa e se mai ce ne fosse bisogno, della faglia profonda che separa la classe politica prodotto di questo ventennio dall’opinione pubblica.

Siamo convinti che i governi tecnici – che poi tecnici non sono perchè fanno politica con altri mezzi, giusto per parafrasare Von Clausewitz – debbano restare in carica solo per il tempo strettamente necessario dettato dalle situazioni contingenti. Il pensiero che l’esecutivo Monti debba ancora governare per un anno perchè c’è lo spread, la Merkel, il FMI piuttosto che i nazisti dell’Illinois, ci appare assurdo. Com’è innaturale il fatto che questo governo si regga su una maggioranza parlamentare che non rappresenta più il paese reale.

E poi – lo immaginate? – ancora un anno fatto d’interviste e di proclami di vetero politici. Di urla di neo-politici approdati alla politica. Di altri che, politicamente, non hanno più niente da dire da un decennio ma che, ostinatamente, tenteranno di convicerci che il loro “zero virgola qualcosa” rappresenta il nuovo. Questo mentre il paese affonda, la disoccupazione giovanile è al 30% e la gente s’uccide.

No, la Democrazia, pur con tutte le sue imperfezioni, non funziona così. Basterebbero due passaggi per uscire dal caos politico-economico-istituzionale nel quale i partiti – che pur abbiamo sostenuto col nostro voto, ricordiamolo – ci hanno infilato. Una rapida approvazione di una legge elettorale sul modello francese o sul modello, ce l’abbiamo in casa, di elezione dei sindaci. Un beau geste finale di una classe politica che ha, proprio col suo essere casta intoccabile, alimentata la disaffezione degli italiani per la politica.

E ridare poi la parola ai cittadini fra quattro, massimo cinque mesi.

Poi chi vince, vince. E governa.

 
mag 082012
 

Ritorniamo sul costo dei  Cappellani Militari, argomento che avevamo già trattato. Lo stato, scrive L’Espresso, sborsa circa 17 milioni di euro l’anno per i cappellani militari. Costo derivante da stipendi, pensioni e mantenimento degli Uffici Centrali. Solo per quest’ultimi il costo è di 2 milioni di euro l’anno. Un ennesimo esempio di come la Chiesa cattolica costi al contribuente italiano e goda di privilegi pubblici .

A sollevare il problema del costo dei Cappellani Militari è stata un’interrogazione presentata dai radicali per conto del Partito per la tutela dei diritti dei militari (PDM) al Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola.

E in Italia nell’esercito ci sono 176 sacerdoti, 5 vicari episcopali, un pro-vicario generale, un vicario generale e l’arcivescovo ordinario, per una spesa totale in stipendi di almeno 8,5 milioni. Non solo, c’è anche il capitolo delle pensioni. L’Inpdap ha ammesso candidamente il ministro, non riesce a fornire cifre precise sulle pensioni ai cappellani poichè, integrati nella Forza Armata ai rispettivi parigrado, rientrano nel computo generale.

Tramite l’ordinariato militare si è venuto a sapere che negli ultimi vent’anni sono andati in pensione 4 ordinari militari, 4 vicari generali, 8 ispettori e circa 140 cappellani militari. E la Difesa ha stimato pensioni per circa 43.000 euro lordi per ciascuno di questi.

Non solo, i cappellani ricevono stipendi e pensioni dallo Stato ma possono maturare la pensione con largo anticipo rispetto al cittadino comune ma anche rispetto al militare pari grado. Non mancano casi di baby-pensionati e tra questi lo stesso cardinale Angelo Bagnasco Presidente della Cei, ma anche ex ordinario militare. Il prelato, infatti, riveste il grado di Generale di brigata in congedo con diritto a una pensione fino a 4.000 euro mensili. Questo nonostante abbia prestato servizio per soli 3 anni. Compiuti i 63 anni – età per la quale un Generale di brigata viene collocato in congedo – ha maturato il vitalizio.

Luca Marco Comellini, del Partito per la tutela dei diritti dei militari (PDM), ritiene che “i cappellani sono un costo che in tempi di vacche magre la Difesa dovrebbe eliminare”. E che la Chiesa dovrebbe farsene carico “utilizzando una parte dei proventi derivanti dall’8 per mille”.

Anche perché il ministero della difesa prevede un taglio di 33.000 militari e di 10.000 dipendenti civili. Ma nessuno nel governo pare voler mettere in discussione le prebende dei cappellani militari.

 

Lie to me

 di - 7 maggio 2012  Commenta »
mag 072012
 

 

Non si può dire che nella sua pur breve carriera politica Renzo Bossi si sia fatto mancare niente. Ha partecipato persino - ed è lui stesso a dircelo dal suo blog – a un colloquio ai massimi livelli fra Silvio Berlusconi e Hillary Clinton il 9 maggio 2011. Tema dell’incontro fu la partecipazione militare NATO in Afghanistan.

Ma in quale veste il giovin Bossi partecipò al colloquio? Non certo in quella, politicamente modesta, di consigliere regionale della Lombardia (all’epoca lo era). Fu il padre, Umberto, a svelarcelo un paio di mesi dopo:

«In quell’occasione [l'incontro Berlusconi-Clinton, N.d.A.] c’era mio figlio Renzo a fare da traduttore, perché lui parla bene l’inglese, studia a Londra».

Già, Londra. Capitale dell’Albania e sede della prestigiosa Universiteti Kristal.

 

Now…We ride!

 di - 6 maggio 2012  Commenta »
mag 062012
 

Una regola non scritta del mondo cinematografico dice che un film, con le prime inquadrature, deve svelare molto, se non tutto, del proprio protagonista e, possibilmente, di quello che si troverà nel proseguo della narrazione. Solitamente si cita a modello d’esempio il carrello iniziale di La finestra sul cortile.

Rango è stato un divertissement dello sceneggiatore John Logan, uno dei più apprezzati screenplayer americani (Ogni maledetta domenica, The Aviator,  il prossimo Lincoln di Spielberg), nato da un’idea concepita insieme al disegnatore James Byrkit e al regista Gore Verbinski (i primi tre Pirati dei Caraibi); un cartone animato del 2011 che ironizza sul mondo western. Protagonista, un camaleonte appassionato di cinema.

Nella prima sequenza lo vediamo recitare nel suo terrario varie scene dozzinali di film melensi che lo codificano come esperto di cinema di genere allo stato puro, bramando una qualche avventura che puntualmente gli rotola fra i piedi, catapultandolo in un villaggio sperduto nel deserto. Qui, un po’ come l’eroe di Ritorno al futuro, un po’ come il sarto dei fratelli Grimm, si spaccia per un grande eroe dal nome Rango e, con l’aiuto del caso, riesce a sconfiggere in duello il rapace che da tempo terrorizza il villaggio, ottenendo al volo la nomina a sceriffo e il proseguo della storia.

Da una parte ci troveremo quindi la bella di turno dal nome Borlotta (Bean nella versione originale) in onore ai mitici fagioli, dall’altra una serie di cavalcate lungo la Monument Valley volutamente senza senso e senza destinazione; duelli (a tre) con un solo colpo in canna, uno spirito del western Eastwoodiano (Clint Eastwood, tra l’altro, era il nome scelto da Marty McFly) a guidare l’eroe durante il suo cammino, e una serie di citazioni dove chi più ne riconosce, meglio sta.

Rango è il classico film a due livelli; il primo adatto ad ogni tipo di spettatore, con una storiella divertente, per grandi e bambini, con animali solitamente non presi in rassegna dai vari cartoon, tutti con la caratteristica di essere esteticamente brutti e sporchi (Dirt, il nome del villaggio); il secondo, prospettato per gli appasionati di cinema che riescono a cogliere in una battuta, in un gesto o in una scena, il riferimento ad un film o allo stereotipo di genere.

Come appunto pronosticato dalla scena iniziale, Rango è un film che parla di cinema; non si prende un genere a caso o il mondo del cinema in generale, si prende il western, genere fondativo del cinema per antonomasia, della sua epica e del suo star system, con un personaggio che con questo mito non ha fatto altro che nutrirsi ed è fisiologicamente portato ad identificarsi con l’ambiente circostante, poiché ne è totalmente imbevuto, al punto tale da riportare in scena persino le cose più insensate solo per il gusto di farlo. Eppure, nonostante la sua preparazione, è un pesce fuor d’acqua, non possedendo quel coraggio di cui l’alter ego Rango si fa vanto, manifestandolo apertamente,  in una continua dicotomia fra l’ “essere” e il “manifestare”.

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mag 052012
 

Giuliano Ferrara è un giornalista corpulento, ex Ministro nel primo governo di Silvio Berlusconi degli anni ‘90. È anche la figura centrale – anzi, l’unica – di Qui Radio Londra sul primo canale televisivo dell’emittente di stato italiana, RAI. Subito dopo il primo telegiornale della sera, il suo programma non avrebbe potuto avere uno spazio più influente.

Eppure nel programma Ferrara sta seduto di fronte alla telecamera dando lezioni agli spettatori su tutto ciò che gli passa per la testa, per 5 – 7 minuti. Ferrara è un uomo brillante: eloquente, provocatorio e colto. Ma è anche indubbiamente un uomo di Berlusconi. Il suo quotidiano, Il Foglio, è stato fondato con l’aiuto del denaro dell’attuale ex moglie del magnate e, quando l’ultimo governo Berlusconi è entrato in crisi, Ferrara è stato convocato per dargli consiglio. È difficile pensare a un altro Paese europeo, tranne forse la Bielorussia, in cui un giornalista così palesemente di parte possa avere l’opportunità di “approfondire” le notizie.

Che il suo programma abbia lo stesso nome di quello trasmesso dalla BBC durante la guerra e la resistenza anti-nazista è grottesco, come se Qui Radio Londra desse voce alle vittime di una dittatura. Fino al novembre scorso, quando ha perso il potere, Silvio Berlusconi era stato al governo per 8 degli ultimi 10 anni. Durante il regno di Berlusconi, la RAI, il cui consiglio di amministrazione riflette i rapporti di potere in Parlamento, faceva eco al Governo su due dei suoi tre canali. E tre dei rimanenti quattro canali nazionali sono di proprietà di Berlusconi.

Ferrara si definisce “l’elefante”, termine doppiamente appropriato [in lingua inglese, n.d.t.] perché Qui Radio Londra rappresenta la prova evidente del conflitto di interessi nei media italiani: sebbene qualunque cosa possa essere cambiata in Italia dopo le dimissioni di Berlusconi dello scorso novembre, il suo intimidatorio potere mediatico rimane sconfinato. Ed è improbabile che qualcosa cambi prima delle prossime elezioni politiche, previste per la primavera del 2013.

L’unica decisione significativa sui mezzi di comunicazione elaborata dal governo “tecnico” che ha rimpiazzato Berlusconi è stata quella di insistere per mettere all’asta un nuovo gruppo di frequenze TV del digitale terrestre (il governo Berlusconi aveva deciso che avrebbero dovuto essere regalate, e non è difficile immaginare a chi). Questa mossa è stata persino coraggiosa. Il governo di Mario Monti è mantenuto al potere da un’alleanza dei tre maggiori gruppi parlamentari. E il più grande di tutti è sempre il partito di Berlusconi, il Popolo della Libertà, PdL. Il governo voleva riformare la RAI. Ma sembra che i partiti che lo sostengono abbiano posto il veto su questa idea. Il mese scorso il Ministro responsabile ha timidamente annunciato che non ci sarebbe stato abbastanza tempo per la riforma prima della fine della legislatura.

Se l’oscena concentrazione di influenza mediatica in Italia sta per essere erosa, non è certo grazie ai suoi politici. Sky Italia di Rupert Murdoch raggiunge adesso 5 milioni di case italiane e il suo canale di notizie 24 ore su 24 offre una  copertura equilibrata, se ciò può rassicurare. Oltre a ciò, e forse anche più importante, c’è internet. Un crescente numero di giovani italiani semplicemente ignora i prodotti dei mezzi di comunicazione tradizionali per ottenere notizie ed opinioni da siti web di attualità, sempre in aumento, in italiano. Ma il cambiamento è lento.

Il tasso di diffusione di internet in Italia è fra i più bassi d’Europa. Fino all’anno scorso, secondo Eurostat, quasi il 40% degli italiani non aveva mai usato internet, a differenza di poco più del 10% in Gran Bretagna. I sondaggi indicano che gli italiani ricevono ancora quattro quinti delle notizie dai media tradizionali.

Gli effetti sono impossibili da dimostrare. Ma nel 2010 un ente pubblico, l’ISAE, ha svolto un’indagine per capire quanto la percezione degli italiani sull’economia corrispondesse alla realtà. Le risposte hanno dimostrato che, per ognuna delle tre voci (crescita, inflazione e disoccupazione) gli italiani pensavano che le cose fossero migliori di quanto in realtà fossero quando Berlusconi era al potere, e peggiori quando invece erano i suoi avversari ad essere in carica. Nel 2007, ad esempio, quando l’Italia era guidata dal centro-sinistra, la gente pensava, in media, che il tasso di disoccupazione fosse del 14,2%. In realtà, era meno della metà. Nell’anno in cui Berlusconi è tornato al potere, la media percepiva che il tasso si fosse abbassato al 9,5%, anche se il dato reale era cambiato appena.

fonte: The Guardian, “Giuliano Ferrara: Italy’s elephant in the TV” – foto: Getty Images

 

Emigrazione interiore

 di - 4 maggio 2012  Commenta »
mag 042012
 

Leggere  i titoli dei giornali questa mattina ha creato in me un profondo senso di disagio, ancora tagli alla scuola. La nostra scuola spolpata e decadente costruita sull’impegno di un corpo docente che tace, nonostante tutto.

La Arendt propone un concetto, esplicativo del fenomeno di indifferenza che caratterizza il nostro tempo:“emigrazione interiore”. Significa essere e agire come se non si appartenesse più al Paese nel quale si vive. Significa un ritiro in uno spazio privato, interiore, “nell’invisibilità del pensare e del sentire”.  L’effetto della fuga dal mondo nel contesto della Germania nazista, riferimento storico del discorso arendtiano, si manifesterà poi  come una sorta di incapacità di affrontare la realtà storica e il tema della responsabilità e della colpa; questioni ancor oggi in discussione.

Ora il contesto è diverso. Sebbene la crisi economica, non troppo dissimile a quella che favorì la deriva totalitaria, estremizzi il dissenso  facendo leva sulle sofferenze di chi, già abituato a soffrire, lotta per la sopravvivenza, siamo ancora un Paese democratico. Vorrei  citare alcune delle belle parole pronunciate da Pericle nel suo mirabile Discorso agli ateniesi nel 461 a.c. :

“Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla”.

La  Arendt quando parlava di emigrazione interiore intendeva forse la difficoltà di dare vita ad un politica? Alla incapacità di giudicarla? Credo entrambe le cose, ma vorrei soffermarmi sul secondo punto. Cosa occorre oggigiorno per essere nelle condizioni di giudicare la politica o i politici? Innanzitutto tempo, costanza, impegno, istruzione, educazione civica e coscienza  civile. Tutti aspetti che concernono l’educazione e che non rappresentano caratteristiche innate degli uomini. Vorrei che ognuno volgesse lo  sguardo attorno a sé, con la dovuta attenzione e apertura all’ascolto.

Sono l’indifferenza o lo sconforto a prevalere, soprattutto tra le giovani generazioni che stipate in scuole sovraffollate e  ormai prive di risorse, resistono all’offesa spesso “emigrando interiormente”, ritirandosi nel loro spazio solipsistico ed indifferente. Pochi decidono di essere cittadini, anche se sentono fondamentale per la loro felicità la possibilità di partecipare alla costruzione di senso del mondo.  L’educazione delle giovani generazioni, lo sanno tutti, è fondamentale per costruire una società degna e consapevole, allora porrei una ingenua domanda: perché la nostra politica continua senza posa a distruggere le fondamenta  della sua esistenza?

di Nelken.

Da oggi, con questo articolo, Nelken inizia la sua collaborazione con Minitrue.