Dic 052013
 

titanic

Con il pronunciamento della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittima – in alcune parti –  l’attuale legge elettorale finisce la seconda repubblica.

Finisce male sancendo il default della politica che ha saputo solo darsi regole contro qualcuno, anzichè regole condivise per la collettività.

E così ritorniamo al 1992 come se questi ventanni siano stati solo una parentesi, una vergognosa parentesi.

Gioiranno coloro che sono fautori del proporzionale e ultras delle larghe intese. Gioiranno gli inciuciatori di professione, coloro che con un seguito da prefisso telefonico potranno dettare le regole ricattatorie per la governabilità. Quelli stessi che  nella prima repubblica hanno con la loro politica di meschina sopravvivenza, amplificata la corruzione.

E magari adesso staranno scegliendo la musica da far suonare all’orchestra non accorgendosi che l’iceberg del populismo becero e fascistoide è sempre più drammaticamente vicino.

Dic 042013
 

Era il 4 dicembre del 1993 quando Frank Zappa morì a Los Angeles. Uno dei più grandi rivoluzionari della musica rock – e non solo – fu ucciso da un cancro alla prostata.

Aveva solo 53 anni.

Dic 042013
 

Traviata

Quest’anno al Teatro alla Scala di Milano la consueta inaugurazione del 7 dicembre, sant’Ambrogio, vedrà in scena la celeberrima opera verdiana La Traviata. Al di là dell’evento sociopolitico in sé, mondano come c’è da attendersi che sia, la “prima delle prime” italiana ripropone un capolavoro su cui molto s’è detto. Eppure vale la pena di riflettere insieme ancora una volta sul senso della storia di Violetta Valéry, alias Traviata, così come messa in scena da Giuseppe Verdi nel 1853.

L’opera verdiana, in questo accomunata a non poche altre, ebbe l’ardire di presentare al pubblico di allora una vicenda del tempo di allora: un secolo di furfanti e prostitute, quello del romanticismo, che vide, accanto ad una spiritualità poco convenzionale, l’affermarsi dei primi bagliori di un nuovo razionalismo positivista. La storia della Traviata si riassume in poche righe: una dama ottocentesca, prostituta d’alto bordo, si innamora di un giovane di buona famiglia, Alfredo; l’amore è contrastato dal padre di lui, che grida allo scandalo ma infine si pente quando è ormai troppo tardi, lasciando la platea a commuoversi per la sorte di Violetta.

Una trama modernissima in cui è scontata l’identificazione con la protagonista. Per questo la censura, letta la bozza del libretto che Francesco Maria Piave scrisse per Verdi adattando il noto romanzo autobiografico di Alexandre Dumas figlio, La dame aux camélias, fu implacabile: la vicenda, ordinarono i censori, si svolga semmai nel frivolo Settecento. E così fu, quantomeno per la prima (accolta a suon di fischi) alla Fenice di Venezia.
Il buon Verdi, digerita questa modifica, dovette subirne un’altra ben più pesante. Nel 1854 per la rappresentazione al teatro Apollo di Roma, allora al centro dello Stato vaticano, la censura impose di cambiare di sana pianta il libretto fino a minarne il senso: Violetta diventò una donna innamorata, tradita da un Alfredo già promesso a un’altra donna. Una metamorfosi grottesca che solo la censura vaticana poteva immaginare.

Ma perché Verdi avrebbe accettato sforbiciate così pesanti? La risposta è semplice. Anzitutto il grande operista mal accolse l’intervento, dichiarando testualmente che «la censura ha guastato il senso del dramma. Ha fatto la Traviata pura e innocente. Tante grazie! Così ha guastato tutte le posizioni, tutti i caratteri. Una puttana deve essere sempre puttana». E chiosò, degno d’un Galileo: «Se nella notte splendesse il sole, non vi sarebbe più notte».
Ma Verdi fece buon viso a cattivo gioco anche perché poco altro poteva fare. Se Venezia si era limitata allo sfasamento temporale, Roma, che apparteneva allo Stato vaticano, impose addirittura un cambiamento di significato. E ci volle l’unità d’Italia perché la vicenda venisse riabilitata così come si era svolta, come narrata da Dumas figlio e ripresa da Piave per l’opera di Verdi.

Così il famoso “viva Verdi”, dietro il quale si celava l’invocazione all’unità del nostro Paese, non fu solo un motto politico ma anche un inno alla laicità e alla libertà da inaccettabili precetti religiosi, anche in nome della musica.

(fonte: Cronache Laiche)

Dic 032013
 

Presseurop

Questo l’editoriale di Presseurop:

“Tra tre settimane probabilmente Presseurop chiuderà. Il nostro contratto con la Commissione europea, che finanzia il sito, scadrà il 22 dicembre. La Direzione generale della comunicazione, che dipende dal vicepresidente Viviane Reding, ci ha fatto sapere che non intende andare avanti con il progetto, adducendo motivazioni finanziarie.

Il Parlamento europeo ha votato un aumento del budget Ue per il 2014 per assegnare alla Commissione risorse finanziarie supplementari da dedicare ai progetti di comunicazione come Presseurop, ma la Commissione preferisce utilizzarli per altre iniziative. Senza fondi saremo costretti a sospendere il nostro lavoro.

Fin dalla sua apparizione del 2009 Presseurop si è imposto come uno dei principali siti d’informazione indipendenti sull’Unione europea. Ogni giorno voi lettori avete potuto leggere il meglio della stampa europea e internazionale tradotto in dieci lingue, condividendone e commentandone i contenuti. In questo modo è nata una comunità che rappresenta un embrione della cittadinanza europea e che ha saputo animare il dibattito sull’Europa utilizzando una piattaforma di discussione multilingue unica. Per le testate, i giornalisti, gli intellettuali e gli esperti di cui abbiamo pubblicato gli articoli (oltre 1.700 ad oggi), Presseurop ha rappresentato uno strumento per superare le frontiere linguistiche e raggiungere un maggior numero di lettori.

Siamo profondamente dispiaciuti del fatto che a pochi mesi da elezioni europee, che si annunciano cruciali per il futuro dell’Europa, la Commissione europea abbia deciso di chiudere questa esperienza, nonostante il nostro lavoro sia molto apprezzato dai lettori, dagli specialisti di questioni europee e dai giornalisti. Bruxelles è stata invitata a confermare Presseurop anche da una valutazione indipendente, ma ha preferito seguire un’altra strada, a costo di privare i cittadini europei di uno strumento prezioso di partecipazione alla vita democratica dell’Unione.

Siamo convinti che questo spazio non debba scomparire. Per questo ci rivolgiamo a voi lettori, senza i quali non avremmo mai potuto realizzare questo progetto. Vi chiediamo di sostenerci diffondendo il nostro appello, per convincere la Commissione europea a confermare Presseurop per il 2014″.

Dic 022013
 

Alfano

Ci ha provato Fini a dar vita a una destra laica, che avesse il senso dell’autonomia dello Stato e fosse rispettosa dei diritti civili degli italiani, sui quali, in verità, neppure il centro-sinistra sta dimostrando molta fermezza. Gli è andata malissimo. Adesso il nuovo centro-destra di Alfano neppure ci prova e si capisce perché. Ha imbarcato i politici di Comunione e Liberazione (vedi Formigoni e Lupi) e i neoconvertiti integralisti Sacconi e Roccella.

Non c’è niente da fare, in Italia la destra non può che essere cattolica e perfino bigotta, se vuole racimolare voti da ceti sociali che praticano un cattolicesimo di facciata, un cattolicesimo rassicurante e conformista. Vero è che il nuovo papa rischia di mettere in pericolo un simile cattolicesimo, ma già la Curia e certi cardinali sono passati alla controffensiva e cercano di riportarlo sui vecchi binari. Vedremo come andrà a finire, ma le manovre clericali fra Alfano e Casini non lasciano presagire nulla di buono. L’unica destra laica in Italia è stata quella immediatamente post-risorgimentale, la cosiddetta destra storica allieva di Cavour che dovette fronteggiare la questione romana.

Ma, da quando c’è il regime concordatario, l’unica possibilità che una forza politica di destra ha di trovare un ampio bacino elettorale è quello di mettersi sotto la protezione ideologica della Chiesa. Quando si parla del nuovo centro-destra di Alfano come di una destra europea, che garantirebbe finalmente, anche da quella parte dello schieramento politico, la fedeltà a certi valori repubblicani, si dimentica che la repubblica dei cosiddetti moderati italiani continua ad essere una repubblica ben diversa da quella prevista dalla costituzione europea. La repubblica di questi signori distingue ancora fra cittadini di prima e di seconda categoria, cittadini di pieno diritto e cittadini che possono, bene che vada, essere benevolmente tollerati nei loro valori e modi di vita.

In compenso il nuovo centro-destra ammette anch’esso, come Forza Italia, l’esistenza di supercittadini come Silvio Berlusconi, che sono comunque al di sopra delle leggi, anche dopo che sono stati definitivamente condannati in regolari e liberi processi. Con questa destra, con buona pace di Napolitano e di Scalfari, non ci possono essere intese né larghe né strette.

Nov 292013
 

Selfie vintage

È “selfie” la parola inglese del 2013. Almeno secondo l’autorità assoluta in materia linguistica, l’Oxford Dictionaries, che l’ha scelta fra molte altre. Una Selfie è, secondo definizione, “una fotografia fatta a se stessi, scattata di solito con uno smartphone o una webcam e caricata su un social forum”. In poche parole, la versione moderna del vecchio autoscatto.

La parola selfie, spiegano gli editor alla Oxford Dictionaries, ha rapidamente fatto il salto dal gergo degli smanettoni da tastiera dei social media, al linguaggio quotidiano e ai mainstream media. E di autoscatti, o selfie che dir si voglia, il web e i social straripano davvero. E non si tratta solo di giovanissimi che sperimentano pose innocenti o ammiccanti, con le piastrelle del bagno sullo sfondo. Indimenticabili gli autoscatti delle spalle (e altre rotondità) di Scarlett Johansson, destinati al marito e finiti, chissà come, in pasto al grande pubblico del web. O le gallerie di scatti hot che Martina Colombari, sguardo torbido rivolto alla sua immagine riflessa nello specchio, ha voluto regalare ai suoi follower di Twitter. Insomma, labbra socchiuse o musetto imbronciato, sorriso a trentadue denti o risata sguaiata, da soli, in coppia o arditamente affollati nell’inquadratura, di fronte, di profilo o di tre quarti, Facebook e Twitter sono ormai tutto un fiorire di selfie.

E tutte spontanee come i complimenti alla nuova fiamma del tuo ex. La consacrazione del gesto, è proprio il caso di dirlo, è avvenuta proprio quest’anno, quando addirittura papa Francesco si è lasciato immortalare con tre teen-agers nella selfie più famosa del web, che in men che non si dica ha fatto il giro del mondo. Dopo un avallo così definitivo, la selfie non poteva più avere rivali. La parola, fanno sapere dall’Oxford Dictionaries, è stata usata per la prima volta nel 2002 su un forum online australiano. Qualcuno raccontava di essersi ubriacato al compleanno di un amico, di essere rovinosamente crollato, faccia in giù, su dei gradini, spaccandosi il labbro inferiore. A corredo di tutto, una foto. “E scusate per la messa a fuoco, è una selfie”.

Da allora il neologismo ha continuato ad essere usato sui social media, e già nel 2004 sul sito per condividere foto, Flickr, c’era l’hashtag #selfie. Ma è stato solo nel 2012 che la parola ha iniziato a circolare anche sui media tradizionali. Dall’anno scorso, l’uso del termine – hanno calcolato – è cresciuto del 17mila per cento, un dato ricavato grazie a un programma di ricerca che raccoglie ogni mese circa 150 milioni di parole inglesi di uso corrente nel web. Sbaragliata la concorrenza delle altre parole “finaliste” che erano twerk (una specie di mossa tribale lanciata da Miley Cyrus), binge-watch (guardare di seguito diversi episodi di una serie televisiva) e showrooming (esaminare qualcosa nei negozi per poi comprarlo, a prezzo inferiore, online). Ma vuoi mettere con il piacere dell’autoscatto?

(Beatrice Mauri, “Selfie, da moda social all’Oxford Dictionaties” )

Italiani diversi

 Posted by on 27 novembre 2013  No Responses »
Nov 272013
 

 Costituzione della Repubblica Italiana, art.3

Non votate la mia decadenza da senatore o potreste avere una crisi di coscienza davanti ai vostri figli“. Così si è rivolto Silvio Berlusconi ai senatori del PD e del M5S. Ancora i figli tirati in ballo. Come i suoi messi ignobilmente qualche giorno fa  sullo stesso piano delle vittime della Shoah.

Le tante gazzette mediatiche al soldo del Cavaliere amplificano i toni dando voce a indecenti paragoni – per Michaela Biancofiore Berlusconi è una vittima come lo è stato Nelson Mandela – per far passare la decadenza come un colpo di stato.

Ma oggi in gioco non c’è il futuro politico di un senatore della repubblica. C’è solo la salvaguardia del più alto principio che non esiste un italiano che, di fronte alla legge, sia diverso dai suoi concittadini.

I giovani sempre più poveri

 Posted by on 26 novembre 2013  No Responses »
Nov 262013
 

Sono passati sei anni da quando in piazza nasceva il movimento studentesco dell’Onda. Erano sotto al palazzo del Senato quando per la prima volta si sentì urlare uno slogan che è diventato il simbolo di una generazione: “Noi la crisi non la paghiamo”. Oggi, dopo cinque anni, questo movimento si è squagliato e gli studenti tornano alle solite rituali manifestazioni di un vago dissenso. Ma quello slogan, gridato come un canto da stadio, rimane il simbolo di ciò che sta avvenendo in Italia, dove il reddito medio dei trentenni di oggi è drammaticamente precipitato. Mentre gli anziani sono diventati più ricchi.

I giovani poveri, i vecchi ricchi. Secondo i dati diffusi dalla Banca d’Italia e rielaborati dal Filippo Teoldi per LaVoce.info, dal 1991 ad oggi il reddito medio degli under 35 è diminuito, è rimasto più o meno costante (anche se in decisa flessione negli ultimi anni) quello dei 35-44enni, mentre è cresciuto per gli altri, soprattutto per coloro che oggi si ritrovano nella fascia di età compresa tra i 55 e i 64 anni, con una retribuzione cresciuta dal 1991 del 30%. Anche gli over 65, cioè quasi esclusivamente pensionati, si ritrovano dopo vent’anni con un reddito più alto del 18%. Tutti dati considerati al netto dell’inflazione.

Chi non paga questa crisi. Quindi, i giovani dell’Onda, molti dei quali oggi, usciti da scuole e università, si stanno confrontando con il mondo del lavoro, questa crisi la pagano eccome. Piuttosto, sono le altre generazioni che, nonostante la retorica dei “pensionati in difficoltà”, questa crisi quasi non la stanno pagando. E, mentre si parla di Imu da cancellare e di pensioni da adeguare, per i giovani non si sta facendo veramente nulla. Ed è inutile che Enrico Letta parli di risultati ottenuti nell’occupazione giovanile: si tratta davvero di una goccia in un oceano di desolazione.

L’ennesima occasione mancata. Con la legge di stabilità si è persa anche questa volta l’occasione per cambiare le cose. Perché oggi più che mai serve redistribuzione che per la prima volta in questo Paese deve essere intergenerazionale. Lo si deve dire ad alta voce, ad alta voce lo devono gridare coloro che guidano questo Paese. Ma non basta la carità di Stato: serve che si creino le condizioni per uscire da questa condizione di minore età perenne. Invece ci si perde in chiacchiere: dalle beghe di partito alla privatizzazione dei mezzi pubblici, passando per i no Tav. Quanto siamo bravi noi italiani nel parlare dei “non-problemi”?

Nov 252013
 

Sardegna alluvione

L’uragano che si è abbattuto sulla Sardegna ha causato ingenti danni e parecchie vittime. Allo stato attuale i morti sono 16 morti, migliaia gli sfollati. Il maltempo ha colpito soprattutto l’area di Olbia, ma anche altre zone dell’isola sono coinvolte nel disastro. I  soccorsi si sono subito attivati e non si è fatta attendere, di fronte a quella che il premier Enrico Letta ha definito una “tragedia nazionale”, la risposta delle istituzioni. Il governo ha annunciato uno stanziamento straordinario di 20 milioni di euro, per far fronte all’emergenza. Uno sforzo sicuramente lodevole, ma che non è sufficiente a fronteggiare una situazione cronica di dissesto idrogeologico nella prospettiva di cambiamenti climatici che tenderanno ad aumentare. Non bastano gli interventi di emergenza una tantum, servono soprattutto un serio piano a lungo termine e un largo impiego di risorse in maniera razionale, vista la situazione critica di tante zone d’Italia. Il nostro territorio, specie in provincia e nei piccoli comuni, ha bisogno di essere salvaguardato proprio per evitare che disastri come questo si ripetano.

Dove trovare i fondi necessari, specie in una situazione di crisi? La situazione potrebbe cambiare a nostro avviso se il governo si prendesse davvero l’impegno di utilizzare i fondi dell’8×1000 che vanno allo stato per le finalità collettive e umanitarie, piuttosto che per missioni militari o per tappare qualche buco nel bilancio, o peggio ancora per girarli per altre vie alla ricchissima Chiesa cattolica, già ampiamente foraggiata attraverso migliaia di rivoli. Se le istituzioni avessero il coraggio di dichiarare apertamente questo impegno e osassero sfidare il monopolio pubblicitario della Chiesa cattolica in tv, magari proponendo spot che ricordino quali sono le scelte (tutte le scelte) e come sono impiegati i soldi dei contribuenti, tanti italiani sarebbero di certo più motivati a dare il proprio Otto per Mille allo Stato. Chiediamo che le istituzioni prendano in considerazione questo piccolo suggerimento e pensino prima di tutto ai soccorsi, alla ricostruzione delle case e al ripristino dei servizi utili a tutti i cittadini, piuttosto che garantire corsie preferenziali ai soliti noti.

Come ricordiamo sempre, l’Uaar chiede l’abolizione completa del meccanismo dell’Otto per Mille ed è tra le poche realtà a sensibilizzare su questo l’opinione pubblica. Le religioni dovrebbero far affidamento sui propri fedeli, non sulle casse dello Stato. Ma nell’attesa che sia abolito, che almeno l’Otto per Mille sia davvero a beneficio della cittadinanza. Già il governo Monti si era mosso nella giusta direzione, aumentando la quota per fronteggiare le calamità naturali: Letta può fare molto di più, dando un segnale di svolta al paese.

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