Lug 262010
 

Su noiseFromAmerika è apparso un interessante articolo – la firma è di Aldo Rustichini – sull’incapacità della sinistra italiana di adeguarsi allo sviluppo del pensiero moderno. E Nichi Vendola, con le sue recenti dichiarazioni, pare dimostrare come questa incapacità di adeguamento sia tutt’altro che superata.

Nichi Vendola si dichiara candidato alle primarie della sinistra e ripete subito un errore classico della sinistra. Ne aggiunge uno tutto suo: non avere il coraggio delle proprie idee.

La frase di Togliatti, “Veniamo da lontano, e andiamo lontano“, era il motto orgoglioso della sinistra dei lontani anni cinquanta e sessanta. Indicava lo sprezzo per la prospettiva di breve periodo, per le piccole vittorie politiche. La nostra lotta, diceva quel motto, è nel lungo periodo. Non ci importa se nell’immediato sembriamo utopistici, irrealistici, sognatori, o perfino antiquati. Il futuro dirà chi ha avuto ragione.

Col passare degli anni è sorto il sospetto che questo motto nascondesse la concreta realtà di una sinistra che faticava sempre ad adeguarsi allo sviluppo del pensiero moderno. Dico “moderno” a proposito: mi riferisco all’insieme di idee generalmente accettate in una società moderna, da tutte le parti politiche e da tutte le tendenze filosofiche. Il dubbio era, insomma, che nella lunga marcia dell’evoluzione del pensiero politico a cambiare posizione fosse sempre la sinistra, adeguandosi a quello che pensavano gli altri, piuttosto che gli altri ad accorgersi della sua saggezza. E che sulle questioni fondamentali, come per esempio l’atteggiamento verso il mercato, la sinistra avesse alla fine la stessa posizione degli altri, solo più lenta ad accettare l’ovvio.

La vicenda recente di Nichi Vendola indica che a volte si può anche tornate indietro. I fatti sono noti: nella sua dichiarazione di voler (come ha detto con termine popolaresco) sparigliare i giochi con la sua candidatura alle primarie della sinistra, Vendola fa un discorso sui morti di luglio nella storia d’Italia, in cui accomuna Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani.

Segue un clamore assordante sulla stampa, e lui fa una intervista al Corriere della Sera in cui precisa la sua posizione. Nell’ intervista dice:

L’accostamento fra Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani non esiste, sono temi incomparabili. Se qualcuno voleva costruire, a tavolino, lo stereotipo di una certa idiozia di sinistra, quella è una frase perfetta. Ma io non l’ho detta.

Il fatto penoso è che quello che dice non è vero. Ci sono due versioni del discorso, una originaria, e una saggiamente modificata. Ecco la seconda, dove la distinzione fra Giuliani e i giudici siciliani è netta:

gli eroi dei nostri giorni, come Falcone e Borsellino. Fra qualche giorno ricorderemo un altro luglio in cui una generazione perse l’innocenza e fece i suoi conti con la morte. Ricorderemo i giorni di Genova, nel luglio 2001, quando fu ucciso Carlo Giuliani.

Ed ecco quella originale, dove l’accostamento c’è, in una frase, come dice lui, perfetta:

per le donne e gli eroi dei nostri giorni, come Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani.

Vendola ha detto (infatti, ha scritto: era nel testo on line delle sue dichiarazioni programmatiche) quello che veramente crede nella prima dichiarazione, si è accorto poi che la posizione era impopolare, e si è frettolosamente adeguato.

Vendola è un personaggio che si può vedere in diversi modi. Da una parte ricorda (in parte anche perché cerca calcolatamente di ricordarlo) Pier Paolo Pasolini. Con Pasolini, Vendola ha molti tratti in comune: è di sinistra in un modo emotivo, istintivo, critico della società capitalistica con toni moral-messianici. È un poeta come lo era Pasolini. Ed anche lui non ha mai nascosto la sua omosessualtà, cosa che gli fa onore. Ma Vendola è un Pasolini con un occhio attento ai commentatori e ai sondaggi. Se il poeta friulano godeva degli scandali, perché servivano a far pensare la gente, Vendola teme che uno scandalo possa compromettere il suo futuro politico, e agisce con prudenza. La sua strategia di immagine è quella di combinare il profeta Pasolini con la realtà del politico. Vicende come quelle che abbiamo appena visto fanno capire che recitare questi due ruoli sarà difficile.

Ma in realtà Vendola è un politico abile, non un poeta degli anni ’70. Il suo modello politico è Obama. La sua strategia politica è quella della retorica abbastanza forbita da essere ammaliante, ma abbastanza vaga da essere inafferrabile. Vediamo esempi luminosi. Il primo è il suo manifesto politico. Il titolo stesso, e tema dominante del manifesto, “Noi predichiamo il cambiamento, ma il cambiamento non ci riconosce” non ricorda forse il migliore Obama, “We are the ones we had been waiting for”? I principi ispiratori sono elencati come

La lotta di classe, il lavoro come principio di significazione sociale, la religione civile dell’antifascismo, l’autonarrazione di un Paese immerso nelle acque di un Mediterraneo accogliente e plurale.

C’è bisogno di commentare? Per chi volesse approfondire il pensiero politico di Vendola, suggerisco la difesa della più recente aggiunta alla lista dei “diritti fondativi del genere umano“, il diritto di Ulisse, nel primo minuto della intervista a Fabio Fazio.

Riconosciamolo: che qualcuno nel 2010 possa scrivere un manifesto politico come quello e possa anche essere un politico nazionale è un sintomo di un male profondo degli intellettuali e della sinistra italiana. L’amore per le parole che non significano nulla.

fonte: noiseFromAmerika

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