Giu 112011
 

Questa volta ci è permesso di scegliere. Le volte precedenti questa opportunità non ci è stata concessa e così energia elettrica, gas, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane, compagnie di navigazione, strade ed autostrade, Alitalia, sanità, banche e telefoni sono andati a finire, in un modo o in un altro, nelle mani di privati con la scusa che gli apparati pubblici che gestivano queste risorse erano carrozzoni più finalizzati a distribuire favoritismi che ad amministrare quei servizi pubblici con efficienza.

Ci si dimentica che chi muoveva queste accuse spesso era il soggetto destinatario di questi favoritismi, i lobbisti non più soddisfatti di quello che ricevevano. Tante volte gli italiani hanno abboccato a questa esca e a quella del superamento delle ideologie, ma questa è un’altra storia. Infatti, tanto per parlare di uno di questi sistemi di apparati, SIP, ASST, Italcable, SIRTI erano aziende efficienti ed in attivo prima che, una volta unificate in Telecom Italia, venissero svuotate dal denaro pubblico, giusto questo è stato “privatizzato”, e quasi ridotte sul lastrico dalla gestione Colaninno.

Adesso tocca all’acqua. Ma, dicevo, oggi abbiamo l’opportunità di scegliere. Facendo un passo indietro, forse non tutti sanno che nonostante l’acqua sia essenziale per la vita di qualsiasi essere vivente, quello del diritto all’acqua è un concetto relativamente nuovo. Infatti se ne comincia a discutere solo nel 1968, ma la piena definizione dell’acqua come diritto essenziale di ogni persona avviene solo nel 2002 con la Dichiarazione di Porto Alegre in occasione del Forum Sociale Mondiale. In quella sede viene affermato che l’acqua è un diritto individuale e collettivo inalienabile, che non può essere sottoposto a nessuna limitazione per sesso, età, reddito, né per appartenenza politica, religiosa o, tanto meno, possibilità economica. Il costo per garantire a tutti questo diritto deve essere sostenuto dalla collettività.

Solo pochi anni dopo, il 23 marzo 2009 le collettività delle persone comuni hanno perso un’altra battaglia contro le lobbies di affari: durante i lavori del V Forum Mondiale sull’Acqua di Istanbul è stato deciso che l’acqua non è più un diritto inalienabile di ogni persona e collettività, ma è stato retrocesso al rango di bisogno e quindi come tale può essere sottoposto alle leggi di mercato. Giusto ad Istanbul l’acqua potabile scarseggia e chi non vuole rischiare di prendersi malattie deve bere acqua depurata, venduta in taniche da 19 litri a tre euro l’uno dalle multinazionali dell’acqua come Suez, Vivendi, RWE-Thames Water, Nestlè o Danone. Il Messico, il Brasile, la Thailandia, la Cina, molti paesi che si sono da poco uniti all’Unione Europea e tanti altri paesi nel mondo sono nelle stesse condizioni.

Chi si avvantaggia di questa situazione sono le stesse multinazionali: ecco una notizia che nei media non ha trovato molto spazio e che sarebbe bene portare alla conoscenza di tutti: la Nestlè ha lanciato pochi giorni fa in Canada la proposta di creare una “borsa mondiale dell’acqua”, soggetta alle stesse regole della borsa per gli altri prodotti, che consentirebbe quindi a poche multinazionali di avere il controllo completo sull’acqua che finisce sulle nostre tavole, ma anche su quella che esce dal rubinetto, se l’acqua venisse privatizzata. Nestlè è l’azienda numero uno per il mercato mondiale delle acque minerali, quindi la proposta non è per niente disinteressata. Solo in Italia sono parte del gruppo Nestlè le seguenti marche: Claudia, Giara, Giulia, Levissima, Limpia, Lora Recoaro, Panna, Pejo, Terrier, Paracastello, San Bernardo, San Pellegrino, Sandali, Tione, Ulmeta, Vera.

L’Italia appartiene al mondo industrializzato, fa parte dei così detti G20 e G8, ma la ricchezza in Italia non è uniformemente distribuita. In metà nazione spadroneggiano le mafie che sono in espansione anche nell’altra metà e proprio per questo l’Italia non può ritenersi al sicuro di finire nelle stesse condizioni di quei paesi, tanto più che la ricchezza dei cittadini viene continuamente erosa da crisi (più o meno pilotate), il loro accesso ai servizi viene limitato insieme al diritto di goderne: il diritto all’acqua è solo uno di questi diritti.

Per capirne qualcosa in più ne ho parlato l’altra sera a cena con un amico funzionario della Pubblica Amministrazione, esperto di monitoraggio che recentemente ha realizzato un sistema di monitoraggio e pianificazione delle opere idriche ed acquedottistiche e che ha trascorso buona parte della sua vita lavorativa analizzando i sistemi di distribuzione idrica. Il fatto è che i lobbisti dell’acqua entrano ed escono dai “Palazzi del Potere” a loro piacimento, rappresentano ai referenti politici i propri interessi e concludono accordi che poi i referenti politici si premurano a trasformare in azioni di governo.

Il racconto di questo amico in pillole si riassume così. La legge Galli, la 36 del 1994, prevedeva che tutte le acque superficiali e sotterranee fossero pubbliche e costituissero una risorsa salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarietà. Istituiva il Servizio Idrico Integrato (SII) cioè la gestione integrata della risorsa, aggregando sotto un’unica Autorità d’Ambito Territoriale Ottimale (ATO), costituita da sindaci e da competenti dell’organizzazione dell’affidamento e del controllo del servizio integrato, i servizi di captazione, distribuzione, collettamento e depurazione dell’acqua. Gli ATO avrebbero stabilito le tariffe a cui le società di gestione, anche private, avrebbero dovuto sottostare. Sarebbero iniziate così le procedure di gara per l’aggiudicazione della gestione dei servizi idrici integrati.

Spesso però queste gare in molte Regioni italiane, continua il mio amico, sono andate deserte perché nessun privato di fatto ha mai trovato attrattivo e ritenuto conveniente la gestione del SII con quella normativa. Forse per questo motivo, accogliendo le richieste dei lobbisti dell’acqua, il «codice dell’ambiente» del 2006 ha abrogato la legge Galli e la Lega Nord con un emendamento all’art.1 del decreto legge 2 del 25 gennaio 2010, nella distrazione generale ha ottenuto la soppressione degli ATO.  Quindi attualmente la norma che regola la tariffazione del SII è stabilita dall’art.154 del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 che al primo comma recita:

«La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed e’ determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell’Autorità d’ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio “chi inquina paga”.Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo».

Ciò detto il mio amico conclude con sue considerazioni circa l’opportunità di RISPONDERE SÌ A ENTRAMBI I QUESITI REFERENDARI sull’acqua per abrogare sia la norma che consente l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica a privati, sia la norma sulla determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito:

  • Perché non ci possiamo fidare delle lobbies e delle multinazionali dell’acqua che vogliono spremere dalla gestione il massimo profitto, magari portando una parte dell’Italia nelle condizioni dei Paesi in cui già operano ed in cui la vendita capillare dell’acqua potabile, anziché la sua distribuzione acquedottistica, assicura loro profitti miliardari.
  • Perché sarebbe troppo facile per queste società, in una nazione dove il falso in bilancio è stato depenalizzato, far figurare investimenti falsi e gonfiati per ottenere una remunerazione più alta.
  • Perché non ci possiamo fidare dei politici italiani, che, come mostra la storia del Sistema Idrico Integrato appena ricostruita, non hanno considerato prioritari gli interessi dei cittadini ma quelli delle lobbies e che quindi, in assenza di un chiaro pronunciamento popolare, potrebbero riprovare in futuro a fare passare un nuovo tentativo di regalare questa ulteriore fonte di arricchimento alle lobbies ed alle multinazionali dell’acqua.

Io sottoscrivo.

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