Nov 202011
 

Con la prima trilogia di Sergio Leone il western venne lentamente distrutto (la frase non ha un’accezione negativa, tutt’altro) nelle sue più arcane regole: il cimitero di Il buono, il brutto, il cattivo seppelisce definitivamente quel mondo dove ormai i duelli si fanno a tre (ed è meglio essere furbi), piuttosto che a singolar tenzone, due uomini coraggiosi uno di fronte l’altro. Il western si trasformò in qualcosa d’altro, nel mondo violento e dai risvolti politici di Il mucchio selvaggio, di Sam Peckinpah, di qualche anno più tardi.

Già col finire degli anni ’50 il più classico dei generi americani si era instradato verso la sua lunga fase crepuscolare. Un dollaro d’onore di Howard Hawks mostrava il terzetto John Wayne, Dean Martin (e già qui racchiudiamo il 70% di tutto il genere western) e Ricky Nelson eternamente tirati da una parte e dall’altra, incapaci di scegliere se proseguire lungo la via del vecchio western o intraprenderne una nuova, inevitabilmente diversa, disperati e costantemente ubriachi (Dean Martin) per un passato che non appartiene più loro.

Per ritrovare ottimi film western targati Hollywood si dovette attendere più di una trentina d’anni, anche se in Balla coi lupi di western c’erano solo l’ambientazione e gli indiani e Gli spietati sembrava riprendere là dove Il mucchio selvaggio si era interrotto (nella mia lista personale includo anche Silverado, ma il giudizio è totalmente soggettivo e influenzato da ricordi d’infanzia).

Il genere venne settacciato per farne un’opera pop (Young Guns), una commedia fantasy (Wild wild west) o luogo di ragazze dure e perennemente incazzate (Pronti a morire, Bad girls). In una parola sola, esperimenti commerciali. E a parte gli sfortunati Tombstone e Wyatt Earp (vincitore persino di un Razzie Award) nient’altro si tentò di realizzare degno di nota.

Poi nel 2008 il sempre ottimo Ed Harris decide di tornare per la seconda volta dietro la macchina da presa; butta giù una sceneggiatura insieme a Rober Knott, dal racconto di Robert Parker, e viene fuori Appaloosa, film con Viggo Mortensen, Renee Zellweger, Jeremy Irons e lo stesso Ed Harris.

Il principio alla base è lo stesso di Un dollaro d’onore: due cowboy di vecchia razza (Harris e Mortensen), due sceriffi, due John Wayne, tirati e sballottolati di qua e di là da due mondi completamente antitetici. Ed Harris sottolinea la sua situazione con una perfetta battuta: “Sono sempre stato abituato a stare con puttane o squaw. Ma Ally è tutta un’altra cosa” Sì, perchè è nel personaggio di Renee Zellweger che più di ogni altra cosa si incarna questo nuovo western, che vuole essere diverso, vuole essere altro e con il quale i due protagonisti devono fare costantemente i conti.

Ally non è la prostituta del saloon che aspetta al banco il proprio cowboy; Ally è una donna pronta a stare con qualsiasi maschio alfa le capiti sotto tiro, in qualsiasi momento, in qualsiasi situazione. E’ lei ad incarnare i maggiori problemi per i due sceriffi, sia nella vita privata, sia nell’eterna lotta col cattivo di turno, portando i due ambienti ad accavallarsi l’uno sull’altro.  E il villain (Irons) non è più solo un vile assassino o un’assalta diligenze, ma è un brillante uomo d’affari, amico personale del presidente degli Stati Uniti, normale sintomo della sindrome da complotto interno post 11 settembre.

Sono questi i due fulcri di cambiamento che Harris e Mortensen si trovano costretti a contrastare. Ma mentre il primo, il vecchio, ormai stanco, lentamente si piega a questo cambiamento (si innamora di Ally; si rende vulnerabile per causa sua; lotta per riaverla), il secondo resiste ad ogni assalto (delle avance di Ally e dei pistoleri; accetta solo le prostitute). E così nel primo dei duelli cruciali, contro altri uomini del vecchio western, l’uomo che ha accettato il cambiamento soccombe, letteralmente si piega e cade. Esce vittorioso, ma è costretto a portare perennemente sul proprio corpo il segno della sua sconfitta rispetto al nuovo che avanza, la gamba sinistra zoppa, segno del suo tradimento al vecchio western e l’accettazione del nuovo mondo. L’altro, Mortensen, ferito, continua come niente fosse.

I duelli stessi sono poi un altro sintomo della mutazione; non più lunghi, carichi di tensione, accompagnati da una musica o culmine di piacere per la vittoria sul cattivo; sono veloci, troppo immediati, ma soprattutto amari e non senza conseguenze. Essendo due i mondi in gioco in questo film, sono due i duelli. E nel secondo il vecchio e il nuovo western non possono fare altro che venire a confronto. E alla fine, all’uomo, che con tutte le proprie forze si è opposto al cambiamento, non resta che abbandonare Appaloosa, la cittadina che ormai ha deciso di vivere in un mondo del tutto diverso da quello che ha sempre conosciuto. E nel bellissimo finale lo vediamo cavalcare da solo verso il tramonto. Non vi ricorda qualcosa?

E a questo punto non ci rimane che andare a leggerci l’omonimo racconto di Robert Parker.

I don’t scare easy.

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