Feb 062012
 

Dombey aveva circa quarantotto anni. Il Figlio circa quarantotto minuti”.

Così inizia Dombey e Figlio, in uno degli incipit più folgoranti della letteratura inglese. L’autore è Charles Dickens, che proprio oggi festeggia il suo duecentesimo compleanno, essendo nato il 7 febbraio 1812. E poco importa che dal 1870 Dickens sia ormai “dead as a door-nail”, come lui stesso direbbe in Christmas Carol. Per tutti noi il suo genio rimane vivissimo, e lo celebriamo ricordando quella che fra le sue opere è il più grande affresco di figure femminili.

Sì, perchè a dispetto del titolo così marcatamente maschile (è la storia dell’arido Paul Dombey, tanto ossessionato dalla propria identità da imporre al figlioletto il suo stesso nome per poi industriarsi scelleratamente a farne il proprio clone e degno erede dell’azienda familiare) Dombey and Son è un romanzo folgorante per le perfette e terribili descrizioni di donne, dalla negletta Florence (solo un “maschietto difettoso”)  alla vendicativa Edith, la moglie comprata. Un opera che a scuola non te la fanno mai leggere, perchè Dickens ne ha scritte sicuramente altre più importanti. Ma è un vero peccato, perché l’incontro con la parte più “femminista” e meno nota di Dickens è davvero stupefacente.

Dickens scrive questa storia circa a metà della sua carriera, quando si sta preparando a esplodere con il suo romanzo successivo, David Copperfield. Dentro Dombey and Son ci sono già tutti gli elementi che renderanno immortale Dickens come esploratore dell’animo borghese e cantore dei ceti sociali più bassi e umili, creando quel genere letterario che è stato successivamente definito come “romanzo sociale” cui si ispirarono – con tutte le sfumature dettate dalla diversa ambientazione nazionale   – autori quali Zola, Gorkij e, a noi più vicino, Ignazio Silone.

Dickens nei suoi romanzi mostrò sempre una grande attenzione per i problemi sociali del tempo in cui visse. E il suo tempo è quello dell’Inghilterra vittoriana: una Nazione all’apice della sua espansione imperiale e al culmine della rivoluzione industriale. Insomma l’Inghilterra come unica e vera potenza mondiale del tempo, da tutti temuta e invidiata. Un paese però dove le disuguaglianze economiche e sociali erano spaventose.

La terribile povertà delle masse proletarie, gli orrori e l’indecenza dei quartieri più degradati, l’avido e insaziabile nascente capitalismo, lo sfruttamento del lavoro minorile, il sistema scolastico-educativo quasi inesistente, quello sanitario a infimi livelli: questi sono gli scenari sui quali Dickens centra la sua attenzione e dentro cui cala i suoi personaggi.

Eppure il suo mondo non raggiunge mai la tragedia. Al contrario. Le persone di cuore, i virtuosi, coloro che si prendono umana cura degli altri sono sempre ricompensati, mentre i malvagi, i lestofanti, gli approfittatori sociali sono puniti. Ma anche a loro è concessa, come a Ebenezer Scrooge nel quasi gotico Christmas Carol, la possibilità della ricompensa attraverso la trasformazione della propria malvagità in bene.

L’opera di Dickens è fotografia – un vero e proprio dagherrotipo del suo tempo – che guarda al fenomeno sociale con l’occhio del filantropo. Per questo nei suoi lavori non mette mai in discussione, pur criticandolo anche duramente, l’assetto politico-sociale dell’Inghilterra. Il suo oggetto d’attenzione è la natura umana, il singolo diseredato e, più sfumata e alle spalle di questi quasi fosse un fondale di scena in un’ipotetica rappresentazione teatrale, la società. Dickens non sovverte, sembra anzi voler auspicare un mutamento della psiche piuttosto che della struttura. Inutile per lui cambiare la struttura se non cambia l’individuo. E’ vero che il suo non è uno scrivere “rivoluzionario” nel senso letterale del termine, ma si può affermare con certezza che la critica puramente morale della società non sia di per se “rivoluzionaria”?

Come è rivoluzionaria la condanna che traspare da tutti i suoi scritti verso la tirannia, sia essa politica, economica, di classe. Una condanna categorica, non mistificante e senza sconti.

Buon compleanno, Charles Dickens. Vogliamo ricordarti come ti descrisse George Orwell, in un  suo saggio del 1940  rubando a D.H. Lawrence la definizione già usata per Balzac: “A Gigantic Dwarf”, un nano, sì, ma gigantesco.

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