Il Concerto

 Posted by on 29 aprile 2012  Add comments
Apr 292012
 

Da Beethoven a Tchaikovsky. E’ stato il caso cinematografico del 2009-2010. Scritto a sei mani e diretto da Radu Mihaileanu (Train de vie e La sorgente dell’amore), Il concerto narra la storia del  direttore d’orchestra del teatro Bol’šoj, Filipov, caduto in disgrazia dopo essersi opposto all’espulsione dei musicisti ebrei nell’URSS degli anni ’60, che trova l’occasione per riprendersi la propria rivincita e terminare il concerto per violino e orchestra di Tchaikovsky, interrotto da un funzionario comunista trent’anni prima, al momento della sua scomunica e di tutti i suoi orchestrali.

Manca però la violinista, morta in un campo di lavoro dove venivano rinchiusi tutti gli artisti macchiatisi di anticomunismo, impazzita per la scomunica ricevuta e per la continua ricerca della perfezione nell’esecuzione del concerto per violino e orchestra.

Per sostituirla Filipov chiama Anne-Marie Jacquet, interpretata da Melanie Laurent, resa internazionale dal Bastardi senza gloria di Tarantino, importante violinista contemporanea, con un segreto nella propria famiglia.

Questa la trama del film, retta dai due punti focali del riscatto personale dei musicisti e del segreto di Anne-Marie, che troveranno la rispettiva catarsi nell’atto finale dell’opera, lasciata interamente all’esecuzione del concerto.

Sarà forse stata questa scelta originale nel finale o il tono ironico e scanzonato della narrazione (incarnato soprattutto nell’amico-autista di ambulanze, nella moglie organizzatrice di folle a pagamento per comizi e nella famiglia dei musicisti ebrei)  a portare il film al successo di pubblico, là dove invece la rappresentazione sembra non poco sconfusionata, le sue parti poco amalgamate l’una con l’altra. I due punti focali, di fatto, si incontrano unicamente perché l’orchestra e Anne-Marie salgono insieme sullo stesso palco, per il resto percorrono due strade parallele, senza incrociarsi, se non nel personaggio di Filipov; con l’arrivo a Parigi, il film vira improvvisamente per cercare di calcare il più possibile la vena comica (da “riuscirà Filipov a far suonare la propria orchestra ancora una volta?” si passa ad “un gruppo di vecchietti russi, riusciti dopo quarant’anni ad evadere dalla madrepatria, giungono in occidente e danno sfogo alla propria vita da sempre congelata sotto il totalitarismo russo”); il raggiungimento del terzo atto è un deus ex machina di proporzioni normalmente inaccettabile, un “volemose bene” che riporta all’ultimo momento gli scatenati ebrei alle proprie responsabilità, risolve il conflitto fra Filipov e il funzionario comunista che l’aveva denunciato (ancora ci si chiede perché se lo siano portati da Mosca fino a Parigi) e fra Anne-Marie e l’indisciplinata orchestra; il tutto nel nome del dio Musica.

Nonostante quindi una narrazione alquanto fallace, Il concerto riesce comunque a trovare quel mix di ingredienti e a suscitare quelle determinate emozioni, capaci di nascondere il tentativo di inserire all’interno della sceneggiatura più elementi possibili del racconto originale di Hector Cabello Reyes e Thierry Degrandi, senza, al contrario, focalizzarsi su uno o due aspetti principali da sviluppare.

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