Mag 112012
 

Il dati pubblicati dal Centro Operativo Aids del Ministero della Salute, attivato nel corso del 2011 in tutte le regioni italiane, descrivono chiaramente una malattia che sta cambiando target. Nel 2010 sono stati diagnosticati 5,5 nuovi casi di positività al virus Hiv ogni 100.000 residenti ma il tasso di incidenza, da solo, non basta a delineare i contorni di questo fenomeno.

Innanzitutto – per fornire un identikit del nuovo contagiato – a contrarre il virus nel nostro paese sono principalmente gli stranieri residenti, che rappresentano circa un terzo dei nuovi casi; l’incidenza è sensibilmente maggiore nel centro-nord del paese e ad ammalarsi sono sempre di più maschi eterosessuali che si espongono a rapporti non protetti. Calano sensibilmente i nuovi contagi tra gli utilizzatori di sostanze stupefacenti per via endovenosa.

Negli anni Ottanta il profilo, anche mediatico, del malato sieropositivo coincideva con il maschio bianco, giovane, omosessuale e/o utilizzatore di sostanze per via iniettiva mentre oggi questo stereotipo cede il passo a una vera e propria normalizzazione della malattia. Per normalizzazione si intende un cambiamento di segno della malattia stessa che invece di essere direttamente associabile ad una tipologia definita di persone si diffonde nella popolazione e colpisce tutte le fasce sociali.

Le persone che hanno scoperto di essere Hiv positive nel 2010 hanno infatti mediamente un’età più alta che in passato  (35 anni le donne e 39 gli uomini) e vengono spesso diagnosticate in una fase avanzata della malattia, quando la compromissione del sistema immunitario è già molto grave e la possibilità di sopravvivere con un’alta qualità di vita – grazie al sostegno dei farmaci antiretrovirali – diminuisce.

Complessivamente, il numero delle persone viventi con infezione da Hiv è aumentato – anche grazie all’allungamemnto della sopravvivenza dei malati – passando dai 135.000 casi nel 2000 ai 157.000 casi nel 2010. Infine, dato importante, sta aumentando il numero di malati che contraggono la malattia dopo i 50 anni d’età.

Negli ultimo 10 anni, a fronte di un aumento nel numero di nuovi casi di Hiv registrati, l’unica cosa che ha continuato a diminuire è l’interesse nei confronti di questa malattia e l’investimento nella pubblicizzazione mediatica dei rischi. L’Aids, come grande malattia infettiva, ha ceduto il passo – soprattutto nel nostro immaginario – ad altri generi di emergenza come, ad esempio, il rischio delle pandemie influenzali.
Un dato su tutti invece dovrebbe portarci a riflettere: la scoperta della malattia in una fase conclamata segnala infatti due cose importanti. La prima è che le persone che oggi si ammalano ricadono al di fuori di quelli che una volta venivano percepiti – a torto o a ragione – come gruppi sociali a rischio. Si tratta cioè di persone che non percepiscono quanto il loro comportamento li esponga. La seconda è che il silenzio mediatico che circonda il tema dell’Hiv, il suo essere “passato di moda”, contribuisce alla diminuzione, nella popolazione, della percezione di questo rischio.

Si tratta di due elementi micidiali, in grado di generare una recrudescenza grave di questa malattia e che, in conclusione, ci portano anche ad un’amara considerazione in tema di laicità.
Solo pochi decenni fa l’Hiv rappresentava la malattia di gruppi percepiti, principalmente da una certa cultura cattolica, come “devianti” sui quali ricadeva la giusta “punizione divina”.

Quando chi si espone al rischio invece smette di essere il drogato o il gay e prende i contorni “rassicuranti” del padre di famiglia, eterosessuale che paga prostitute straniere, la punizione divina diventa incredibilmente silenziosa, come a voler non far parlare di sé.

fonte: Cronache Laiche

 Leave a Reply

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Vai alla barra degli strumenti