Mag 272012
 

In merito alla bomba di Brindisi, una lettura delle indagini mi ha portato alla memoria un film del 1931. Dopo l’abbandono della pista mafiosa, qualcuno ha sostenuto che doppia sarebbe stata la caccia all’uomo; da una parte le forze di polizia, dall’altra la stessa mafia, per non vedersi militarizzato il territorio a causa di chissà quale banda terroristica e per prendere le distanze dall’atto criminoso.

Fritz Lang, in M – Il mostro di Dusseldorf, scritto a quattro mani, come molti dei suoi lavori, insieme alla moglie Thea Von Harbou, dipingeva un quadro analogo, traendo spunto da un fatto di cronaca di qualche anno prima: Berlino (nella versione italiana è Dusseldorf per fare riferimento agli eventi realmente accaduti) è sconvolta dagli omicidi di un pedofilo. Dopo il ritrovamento dell’ennesima bambina violentata e uccisa, la polizia avvia una serie di retate nel tentativo di acciuffare il mostro, invano. La vigilanza per le strade si inasprisce, mettendo in seria difficoltà gli “affari” dei criminali e dei mendicanti. Questi ultimi si riuniscono e decidono quindi a loro volta di catturare il serial killer, per porre fine alle operazioni delle forze dell’ordine.

Primo film sonoro, di uno dei maestri del muto, M porta avanti sul piano uditivo parte delle teorie di Ejzenstejn e sul piano visivo le tecniche del cinema espressionista tedesco del decennio precedente. Il formalista lettone era stato uno dei massimi critici del sonoro inteso “all’americana”; un film parlato era fine a sé stesso, non portava niente di utile al Cinema. Anche il sonoro doveva rientrare all’interno della creazione artistico-narrativa dell’opera. In M Lang utilizza il sonoro per segnalarci la presenza del mostro; il suo fischio, il motivetto del Peer Gynt, carica il silenzio angoscioso della pellicola di inquietudine; è un segnale di pericolo, ma è anche l’elemento attraverso il quale i mendicanti scoprono l’assassino.

Per sfuggire alla censura, le sevizie e gli omicidi dei bambini vengono ripresi fuori campo e restituiti agli spettatori attraverso elementi simbolici come il palloncino incastrato nei fili della luce e la palla che rotola fra i cespugli della bambina della prima sequenza. La morte, la mancanza, è un posto a tavola, apparecchiato, ma vuoto.

Il perturbante avvolge tutta la città di un silenzio straniante; i chiaroscuri danno una percezione apprensiva di ogni luogo, in ogni ombra può nascondersi l’assassino, ogni persona può celare la veste dell’omicida. Hans Beckert è un uomo apparentemente innocuo, devastato da un “demone” interno incontrollabile; i suoi occhi tradiscono l’instabilità dell’animo. Tutto quello che visivamente conosciamo, in realtà, nasconde una duplice valenza; la buona società è un giudice spietato e superficiale, i criminali dei “giustizieri della notte” in azione per riportare l’ordine in città.

Non ci si può fidare di niente e di nessuno, il Male può annidarsi in ognuno di noi, in qualità di accusatore, di criminale o di vittima; i demoni della Prima Guerra Mondiale hanno devastato la società.

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