Giu 242012
 

Dici Richard Curtis e subito ti viene in mente Notting Hill, Quattro matrimoni e un funerale, Il diario di Bridget Jones (uno e due) e Love Actually, cinque film simbolo della commedia romantica, più inglese che americana. Il primo e il terzo sono diventati punti di riferimento del genere e degli spettatori accanto al canonizzato Pretty Woman della passata generazione, oltre a rappresentare un manuale di sceneggiatura (Notting Hill) per scritture di questo genere; il secondo ci ha regalato il personaggio di Hugh Grant (lo sfigatello belloccio, e quindi ancor più sfigatello e con lo sguardo poco sveglio, dalla buona dialettica e dal cervello arroventato, ripreso poi in Notting Hill, quasi un Woody Allen senza psichiatra, ripetuto dallo stesso attore film dopo film sempre uguale) e il fascino da femme fatale di Andie MacDowell; il quarto, film corale, su commissione, prima esperienza alla regia per lo sceneggiatore, vede nella trama di Hugh Grant primo ministro, delle controfigure di scene di nudo, del testimone innamorato di Keira Knightley pillole di alta scrittura da commedia cinematografica.

Ma Richard Curtis non è solo commedia romantica.

Partito dalla serie Tv The Black Adder, con l’onnipresente amico Rowan Atkinson, saga di un Riccardo III fallimentare, il principe Edmund, capace di tramare in ogni modo la corona del padre e del fratello, senza mai ottenerla, come una sorta di Willy il Coyote o Gatto Silvestro,  si fa conoscere al mondo intero per la creazione del personaggio di Mr. Bean, dal quale ha la fortuna, e il talento, di non rimanere fagocitato come accade invece ad Atkinson.

Inizia la lavorazione cinematografica che lo porta ben presto nell’elite di quegli sceneggiatori riconosciuti “superiori” ai registi per i quali scrivono. Il passaggio dietro la macchina da presa viene quindi incalzato ed accettato con Love Actually prima e I love Radio Rock poi, film che ne suggella il talento al di fuori della sfera romantica anche nel campo della settima arte: una radio, confinata a bordo di una nave, in lotta col Governo Britannico, in pieno proibizionismo rockettaro degli anni ’60, lasciata in balia dei suoi stessi deejay, in una lotta generazionale combattuta su più fronti; un duello alla Sergio Leone, dove solo l’eccesso di coraggio, forse, riuscirà a trionfare.

Due anni più tardi torna ad uscire nei cinema un film dove Curtis firma unicamente la sceneggiatura; quel War Horse per la regia di Steven Spielberg, candidato all’Oscar come miglior film, con una favola un po’ disneyana che non sembra aver lasciato molti ammiratori alle proprie spalle.

Per il 2013, invece, è previsto l’arrivo del terzo film da regista per lo scrittore dal natale neozelandese; About Time con un cast di attori poco noti, al contrario dei lavori precedenti, fatta eccezione per Bill Nighy e Rachel McAdams.

Del lavoro di Curtis, indubbiamente, rimarranno due scene nella memoria degli spettatori: le romantiche dichiarazioni di Julia Roberts nella libreria di Hugh Grant e i cartelli di Andrew Lincoln per la neosposa Keira Knightley.

 Leave a Reply

 

Vai alla barra degli strumenti