Ago 312012
 

Se una mela è marcia, non la compri. Anche se te la offrono a metà prezzo. Questo semplice principio economico (da fruttivendolo) dovrebbe valere anche per l’alta finanza, cioè per i titoli degli Stati. Se un Paese con le casse vuote mi vende una cambiale, può anche promettermi la Luna, io non la compro. Allora, perché tutto quest’allarmismo per l’Italia “che sta per fallire”, se ad ogni asta dei titoli di stato vendiamo fino all’ultimo Bot? Qualcosa non quadra.

Quattro su quattro. Negli ultimi 2 mesi, il Tesoro italiano ha indetto 4 aste di titoli per finanziare il proprio debito pubblico, vendendo tutto e impegnandosi a pagare tassi d’interesse non assurdi. Il 26 luglio, gli investitori comprano 2,5 miliardi di Ctz, titoli a 2 anni senza cedola: in cambio, lo Stato gli pagherà un interesse di poco inferiore alla soglia “drammatica” del 5%. A Palazzo Koch tirano il fiato. Il giorno dopo va meglio con i titoli a 6 mesi, meno rischiosi e più appetibili: l’incasso è di 8,5 miliardi di euro, con un tasso di rendimento più “leggero” dello 0,5% rispetto a giugno. Ancora meglio il 30 luglio, quando riusciamo a vendere cambiali (ovvero titoli) a 5 e 10 anni per 5,48 miliardi di euro. Sono i titoli più rischiosi, nessuno li vorrebbe se non fosse certo di ricavarci un rendimento consono. E per prenderli, per averli in portafogli, gli investitori hanno accettato un interesse del 5,94%, contro il 6,20% di giugno (per i Btp a 10 anni). Ultima asta il 13 agosto, il Tesoro piazza 8 miliardi di Bot ad un anno, allo stesso rendimento del mese scorso. Per essere “titoli spazzatura”, quelli italiani si vendono bene.

Non sono le dimensioni (del debito) che contano. Perché allora ci continuano a ripetere che “rischiamo di fare la fine della Grecia e della Spagna”? Se siamo sull’orlo della catastrofe, tutti gli investitori (la maggior parte istituzionali, banche e brokers professionisti) sono folli: si son legati la pietra al collo da soli. Il fatto è che la fiducia nell’Italia, sui mercati, è maggiore di quel che ci vogliono far credere. Certamente, il nostro debito pubblico è immenso: a giugno ha raggiunto il record di 1.972 miliardi di euro, pari al 120% del Pil). Ma non è il peggiore. Tanto per dire, il Giappone viaggia da 10 anni tra il 150% e il 250% del suo Pil (vuol dire che per ogni yen prodotto, ha debiti per altri 2 e mezzo…): la Spagna, ormai data per spacciata da molti, ne ha “soltanto” 70%. Quindi non è il debito, da solo, a definire la “crisi”.

Rigore contro crescita. Ci continuano a ripetere lo spauracchio dello spread e dei mercati per imporre il rigore. Il Governo è riuscito a far passare in questo modo due manovre finanziarie pesantissime, il Fiscal Compact e misure draconiane sull’occupazione. Ora si rilancia la crescita – a parole – promettendo liberalizzazioni in sanità, poste e beni culturali, interventi espansivi sulla scuola e chissà che altro. Tutto da dimostrare a settembre. Intanto il rigore pesa, i mercati comprano con piacere il nostro debito e lo spread resta a mezz’aria, bomba H in volo che non atterra mai.

(fonteDiritto di Critica)

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