Gen 112013
 

C’è chi dice che, in sostanza, fra Monti e Berlusconi non ci sono differenze. A mio avviso il montismo è peggiore, o almeno più pericoloso, del berlusconismo, e comunque è in parte diverso.

Prima di parlare di politica parlerò della “persona di nome Mario Monti”. Non sorprendano certi apprezzamenti: fanno anch’essi parte della valutazione complessiva che arriverà alla fine.

A me sembra un buon uomo, onesto (nel senso: rigoroso coi propri principi, ma incapace di vederne altri), colto (limitatamente ai settori in cui vanta competenza), paziente nell’ascoltare ma incapace di valutare un punto di vista che esca dai propri schemi, altezzoso ma non arrogante. Non so fino a che punto sia conscio del suo ruolo di “amministratore per conto terzi” o “curatore fallimentare” dell’attuale fase politica, che voglio battezzare post-democrazia. Vi dirò persino che, a mio avviso, non credo abbia davvero “deciso” di “candidarsi”, seppure nella strana forma che ha scelto – essendo già senatore a vita – alle prossime elezioni. Credo che un coagulo di forze (in parte palesi in parte occulte; in parte nazionali in parte sovranazionali) gliel’abbiano chiesto, ricordandogli che il suo compito di “curatore fallimentare” della post-democrazia non era ancora concluso e forse facendo leva su un certo narcisismo di fondo del professore, meno sguaiato ma per certi versi accostabile a quello del predecessore: entrambi sono convinti di essere “l’uomo che ci vuole” (Monti credo in buona fede, a differenza del cavaliere di Arcore).

E’ comunque pacifico che sul piano umano Monti sia altra cosa rispetto a Berlusconi (non che ci volesse molto.) se non altro per quella sobrietà adottata, più che come esigenza d’immagine o questione di stile, come consapevole e personale scelta di vita. Questa considerazione NON c’entra nulla con la fuffa sulla “serietà e credibilità internazionale” che i media e in generale l’apparato borghese/industriale/clericale va sbandierando da un anno a questa parte: sto parlando di un “modello antropologico” che Monti incarna, distante da quello del ventennio berlusconiano. Ma proprio questa patina di serietà e competenza rende forse il montismo più pericoloso.

Veniamo dunque al lato politico della questione. Confesso di non aver letto “l’agenda”, se non per qualche resoconto giornalistico. Ho seguito le sue dichiarazioni, cercando alcune spie linguistiche o comportamentali. Del premier dimissionario mi preoccupa, ancor più di quanto dice, quanto tace; e le motivazioni per cui tace: specchio di una forma mentis assai chiara. E’ agghiacciante come qualsiasi tema sociale, fra quelli a me cari, sia assente dalle parole di Monti. Non gliene faccio una colpa: sarebbe come chiedergli un parere sul campionato di calcio in Giappone: credo rispetti chi ne è appassionato (probabilmente ritenendolo un simpatico eccentrico) ma non conosce l’argomento e non ne vede l’importanza.

Il tema dei diritti dell’individuo, in qualsiasi forma o campo possa essere declinato, gli è del tutto estraneo. Mi ha colpito, ma è solo un esempio, l’accenno alla necessità di valorizzare il ruolo della donna (anche) nel campo del lavoro, subito specificato dalla ragionieristica considerazione sul PIL che aumenterebbe se una percentuale maggiore di donne avesse un’occupazione.

Anche il suo leit motiv elettorale (conservatori contrapposti a progressisti, arruolando CGIL e Vendola nella prima categoria e se stesso nella seconda) è sintomatico. Innanzitutto di una continuità “stilistica” nel vendere il “nuovo” come soluzione taumaturgica ai mali del “vecchio” (alla faccia dell’innovazione, anche solo semantica o di metodo, rispetto all’uomo di Arcore). E in secondo luogo – ma forse è più importante – nel proporre il superamento delle “vecchie ideologie” senza dire che, con esse, si vuole buttare nella pattumiera gli ideali.

Monti sembra voler archiviare non tanto e non solo il ‘900 delle ideologie contrapposte, ma pure quello in cui un moderato/liberal come Robert Kennedy spendeva parole di fuoco contro il PIL (come parametro che “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”). Preciso: nessuna rilettura, nelle mie parole, della figura di Kennedy (non ne ho la competenza e, al momento, sarebbe dispersivo); semplicemente la faccenda è paradigmatica di come “l’innovazione” montiana sia tesa solo alla conservazione di rapporti di forza sociali ormai consolidati. Quella di Monti è una modernità tecnica/tecnocratica fatta di marketing; intelligente e non becero come quello del suo predecessore a palazzo Chigi, ma sempre marketing è.

Secondo la mia cultura la partecipazione, diretta o per delega, era la base delle scelte politiche e del vivere comune. Oggi invece l’Italia è inserita in un sistema odioso e oscuro: farne parte è doloroso, uscirne sembra impossibile. Intendiamoci: tutti noi c’illudiamo di essere padroni del nostro destino, singolo o collettivo, almeno nel perimetro circoscritto delle possibilità. Quel perimetro è andato via via riducendosi, senza che noi all’interno ne avessimo percezione. Del resto anche per un pesce rosso il proprio acquario è l’universo noto, e questo non cambia quando lo si mette in una vaschetta ancora più piccola. Fuori, in ogni caso, più che la libertà c’è la morte.

La vaschetta dei pesci rossi Monti la vede come il nostro habitat naturale, e forse i suoi sforzi li vede sinceramente tesi a renderla più confortevole. Sicuramente non la vede come una prigione.

La sua visione di “moderatezza” è il convincimento che non si devono sognare alternative. Non è una novità: la strategia più efficace, per il potere, non è tanto quella di vendere una proposta di mondo come fosse la migliore, ma evidenziare che non esistono alternative (“there is no alternative”, diceva la Tatcher, era un suo motto).

Un mondo omologato e unanime è il sogno di Monti. I suoi recenti strali contro Fassina e Vendola (che, sia chiaro, non sono a me idealmente vicini) sono sintomatici: chiunque veda ancora la questione sociale come elemento centrale della politica è pericoloso per la sua weltanschaung (non m’interessa definirla conservatrice o progressista; sicuramente molto “minimalista”).

Ora che ci penso, tra le spie linguistiche di Monti c’è che non gli ho mai sentito pronunciare, se non occasionalmente e con poco interesse, la parola democrazia. Aristocraticamente ed istintivamente espunta dal suo lessico.

di Francesco “baro” Barilli per Popoff.Globalist

  One Response to “Monti, l’uomo che guarda ai pesci rossi”

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