Mar 302013
 

50 Lire

Se Renzi prende il 40% del partito e Grillo il 25% dei voti vuol dire che la strategia seguita da Bersani è stata fallimentare…“. Una delle riflessioni più pacate dentro il Pd. Sta scoccando l’ora del guardiamoci in faccia per non morire. Immaginarsi alla guida del Paese e tracollare di dieci punti in un mese brucia. Vent’anni fa Occhetto portò il non Pci sotto il 20%. Non c’è più tempo per i riti di una volta: Fassino, nel 2001, perse le elezioni in maggio, fece il congresso sei mesi dopo. Centottanta giorni bastano per sparire, dodici anni un secolo.

Pretendere a tutti i costi la guida del governo, pretendere di farlo ponendo condizioni come se le elezioni le avessi vinte; fare il faccia a faccia decisivo con i Cinque Stelle senza argomenti tali da spiazzare e sorprendere, lasciando agli interlocutori la possibilità di indirizzare una schiacciata mortale sui venti anni di responsabilità. Riuscire a scontentare tutti, anche i moderatissimi di Scelta Civica. Errori letali compiuti da Bersani in una sola settimana. Nessuna resipiscenza ma una tragica continuità con la campagna elettorale. Un po’ di tutto: un po’ di fisco in meno, un po’ di patrimoniale, un po’ di equità, un po’ di lotta all’evasione, lavoro certo, scuola certo. Un patchwork sbiadito. Senza la passione di idee forti, senza il coraggio di attaccare su banche, montismi, tecnicismi insulsi su esodati e pensioni. Senza immaginare con forza l’istruzione come guida fondamentale del Paese. Senza dare mai la sensazione di volersi liberare per sempre di consunti compagni di viaggio, troppo presi dalle politiche del tempo che fu.

Il segretario Pd ha vinto le primarie chiamando a raccolta l’apparato e demonizzando l’avversario, come se Renzi fosse la quinta colonna della destra. E la vittoria allora ha convinto lui e il suo staff che bisognava andare avanti così: ad un Paese ingrifatissimo da mesi e mesi sotto i colpi dell’Europa e del governo Monti consegnare la tranquillità dell’uomo di Bettola. Tranquillo per cosa?

Liberare forze, liberare energie, liberare intelligenze. Spezzare le catene dell’apparato, dare la sensazione di freschezza. Abbandonare per sempre l’atteggiamento di chi crede di rappresentare il giusto e riuscire da decenni a convincere solo il proprio elettorato, lisciando sistematicamente oltre il 70% e più del Paese. Imparare a capirlo, a sentirlo, a mettersi dall’altra parte, soprattutto di chi non si condivide in linea di principio. Mettere l’orecchio in terra, ma per davvero. Fare autocritica anche sulla selezione della classe dirigente, finirla con il principio dell’appartenenza e avere più rispetto per chi critica avendo convinzioni che discendono dalla vita quotidiana. Ascoltare.

Inviti da fare a tutto il partito. A quelli che si sono coperti dietro il segretario, ma che oggi sono pronti a dargli tutta la responsabilità. A quei giovani di quarant’anni che esitano a lungo prima di schierarsi e soprattutto prima di smarcarsi con le loro idee, fregandosene delle reazioni dell’apparato. Il dopo sarà drammatico. Non aver avuto l’umiltà e il genio di accettare la non vittoria e quindi di rinunciare al non mandato per fare posto ad una personalità che avrebbe messo in difficoltà tutti gli interlocutori, pone Bersani e il Pd davanti ad una strada senza meta. Adesso le larghe intese, passaggio ormai scontato e necessario, fungeranno da trappola mortale. Peggio che finire la campagna elettorale all’Ambra Jovinelli mentre l’antagonista riempie piazza San Giovanni.

Fabio Lucchino per Globalist

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